Conteso tra cinema d’autore e blockbuster, l'attore franco-americano tornerà il 22 gennaio sullo schermo con Marty Supreme, un'interpretazione straordinaria che è valsa la scorsa settimana il suo primo Golden Globe.
di Marzia Gandolfi
È sempre la stessa storia, un corpo appare e non vediamo che lui. Un attore attraversa lo schermo è fa cose che pensiamo di non aver mai visto prima. Gesti, sguardi, movimenti, che sembrano completamente nuovi perché quell’attore ci fa credere che sia la prima volta che li vediamo. È quello che è accaduto un giorno con l’irruzione di Timothée Chalamet, che piange in primo piano e incrina l’armatura maschile, per poi ricostruirsi in una e mille storie.
Chalamet è apparso sullo schermo in un giorno d’estate (Chiamami col tuo nome) e lo abbiamo visto fare cose nuove in ogni scena, quando saliva le scale, quando infilava le mani in tasca o le dita in una pesca, quando fumava, ballava, quando baciava Oliver (Armie Hammer), quintessenza della coolness americana. In tutti quei momenti incarnava il giovane del suo secolo, vibrante, leggero, fluttuante sopra ai generi e le identità. La figura è snella, lo sguardo è altrove, perso in lontananza, velato da un’incertezza giocosa, l’evanescenza di una generazione.
Chalamet è affascinante da guardare per quello che rivela sul corpo, in particolare sul corpo maschile di questo secolo. Una maniera altra di dare vita e forma agli eroi contemporanei, in cui i generi si fondono e i confini vengono ridisegnati.
Con lui sia apre un nuovo continente, Chalamet rivela un turbamento nel genere, ma anche nell’eroismo, nella conquista, nella virilità e nel modo in cui ci comportiamo nel mondo. L’epoca del testosterone e del dominio sembra definitivamente finita.
Conteso tra cinema d’autore e blockbuster, la sua prima “famiglia creativa” è quella di Greta Gerwig. Lady Bird (guarda la video recensione) e Piccole donne hanno contribuito in larga misura a consolidare “agli occhi del pubblico” quest’immagine di ragazzo sensibile, prodigioso, quasi miracoloso.
Nel film più atteso dell’anno (Marty Supreme), è il nuovo eroe di Josh Safdie e della sua odissea sportiva sull’ambizione e la caduta. Chalamet incarna Marty Mauser, giovane campione di ping pong pronto a tutto per vincere. Un personaggio speculare per l’attore che farà altrettanto per vincere l’Oscar dietro agli occhiali rotondi e ai baffi a penna.
Ha soltanto 31 anni, ha fatto scelte uniche e come Paul Atreides (Dune) porta il pesante e glorioso fardello di essere unico nel suo genere. Una versione show business dell’Eletto. Per Villeneuve ha interpretato un erede al trono incerto, più febbrile che conquistatore. Ossessionato da visioni, tormentato e fragile, il suo Paul è ben lontano dagli eroi tradizionali, tutto muscoli e coraggio. È esile, un ramoscello al vento, ma proprio per questo più snello, più astuto e più visionario dei suoi pari. La sua voce, precisa e vellutata, gli conferisce potere e visione. Sente, vede, scivola attraverso lo spazio e il tempo. Non ha bisogno di dimostrazioni di forza, attitudine rara in un blockbuster. La sua forza è la sua grazia e non è fuori luogo. Nelle sue dune tutto è rovesciato, l’azione si fonde coi sogni, e dove ci aspettavamo Achille, troviamo un Piccolo Principe sognante.
Franco-americano, charme spontaneo, sembra nato dalla matita esperta di un disegnatore di manga ossessionato dal ‘giovane Werther’. Con la chitarra al collo ha fatto vibrare il mistero di Bob Dylan (A Complete Unknown), con David Michôd è cambiato di statura e ha vestito l’armatura (Il re) che fu di Laurence Olivier e Kenneth Branagh, con una pesca in mano (Chiamami col tuo nome) ha attraversato le quattro stagioni del desiderio.
Corpo imberbe a bordo piscina nel film di Guadagnino, ha l’erotismo di un mini-Delon sublimato dalla luce bucolica.
Un po’ americano, un po’ francese, un po’ modesto, un po’ vanitoso, abile con tutti gli strumenti, capace di vivere tutti gli amori, di interpretare cento ruoli contemporaneamente, di accogliere tutti i sentimenti, Chalamet è un unicorno difficile da catturare.
Convocato da Allen (Un giorno di pioggia a New York), Anderson (The French Dispatch), King (Wonka), Guadagnino (Bones and All), assume la modernità della sua immagine.
Per la sua folgorante popolarità, viene spesso paragonato al DiCaprio degli anni Novanta ma Chalamet incarna un’epoca e desideri diversi. Questo ragazzo ancora immerso nell’infanzia, che mette il suo ardore e la sua vulnerabilità al servizio dei suoi ruoli, questo spensierato dandy che sul red carpet preferisce gli strass, il rosa e la seta di un’alt(r)a moda eccentrica alla virile sobrietà dello smoking, è davvero l’immagine perfetta della sua generazione, soprattutto di quelli che interrogano e mettono in discussione le questioni di genere, identità, sessualità.
Non è un caso che il mondo intero si sia innamorato di Chalamet sotto il segno di Luca Guadagnino. Il film sospeso e luminoso, che lo ha rivelato al grande pubblico (dopo apparizioni precoci, dalla serie Homeland a Interstellar), ha conquistato gli spettatori di ogni genere, in un colpo di fulmine universale. Romeo e Giulietta in un solo corpo desiderabile, Chalamet è il primo rubacuori post #MeToo.