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Ultimo aggiornamento martedì 20 gennaio 2026
Un biopic sportivo dedicato alla figura di Marty Reisman. Il film ha ottenuto 9 candidature a Premi Oscar, 3 candidature e vinto un premio ai Golden Globes, 11 candidature a BAFTA, Il film è stato premiato a National Board, 8 candidature e vinto un premio ai Critics Choice Award, 1 candidatura a Writers Guild Awards, 1 candidatura a Directors Guild, 1 candidatura a Producers Guild, a AFI Awards, 3 candidature a The Actor Awards, Marty Supreme è 13° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 16.242,00 e registrato 600.416 presenze.
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CONSIGLIATO SÌ
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Nella New York dell'immediato dopoguerra, Marty Mauser, venditore di scarpe di giorno e pongista di genio la notte, è pronto a tutto per vincere ed elevarsi socialmente. Armato di una fiducia incrollabile e di un carisma destabilizzante, Marty vola a Londra per partecipare al campionato mondiale di tennis da tavolo. Ma in finale è clamorosamente battuto da Endo, prodigio giapponese che riscatta un Paese provato duramente dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Ossessionato da quella sconfitta, vuole la rivincita, a tutti i costi e contro il mondo che sembra impedirgli di realizzare il suo sogno. Malgrado tutto, Marty ha sempre una pallina nella manica.
La convenzione vuole che le osservazioni sugli attori siano relegate alla fine delle recensioni. Ma l'elogio di Timothée Chalamet non può aspettare tanto, perché l'attore franco-americano gioca (letteralmente) il ruolo della vita, articolando parola e corpo e confondendo i confini tra la realtà e l'infaticabile ricerca del suo personaggio.
Follemente energico, è presente in ogni scena per due ore e trenta minuti, con occhiali rotondi, baffetti a penna e un piglio vanaglorioso e delirante mentre calza scarpe alle signore come in un film di Truffaut (Baci rubati). E rubati sono pure gli amplessi che consuma nel retrobottega con la donna di un altro e i soldi per guadagnarsi la terra promessa. Da qualche parte a New York, cuore battente e ricorrente protagonista della filmografia dei fratelli Safdie, Marty/Chalamet è sempre in movimento, attraversa il film come un tornado, con le dita nella presa, senza smettere di parlare e di scommettere su se stesso. Il suo piano? Vincere i campionati del mondo di ping pong, estinguere i debiti e diventare semplicemente il migliore per vivere felicemente. Naturalmente, il progetto si ritorcerà contro di lui in modo spettacolare perché Marty è un magnifico perdente, un giocatore d'azzardo che preferirebbe scommettere sempre i suoi soldi piuttosto che spenderli.
Un personaggio esagerato, vittima consenziente della propria autodistruzione, sullo stampo di Howard Ratner (Diamanti grezzi), un altro newyorkese e mascalzone patetico destinato al disastro.
Megalomane e spregiudicato giocatore di ping pong, Chalamet, nuovo a un ruolo 'antipatico' e mai così estatico, completa la galleria di anime perse, imperfette e irresistibili dei Safdie, per la prima volta tutti soli. Dopo Uncut Gems, un diamante tagliato per essere eterno, hanno preso vie differenti. Benny ha scelto Dwayne Johnson, Josh Timothée Chalamet. Il risultato sono due affreschi sportivi dall'energia diametralmente opposta: Smashing Machine assume nella forma l'immobilismo a cui si condanna il suo eroe, Marty Supreme è ipercinetico, in movimento costante come il suo protagonista, fluido, affilato e impegnato simultaneamente in una ricerca e in una fuga, due percorsi destinati inesorabilmente a scontrarsi. Nella sua avventura dinamica e caotica, ci sono tracce di Prova a prendermi e di Fuori orario ma senza imitarli, lo sguardo preciso e originale di Josh Safdie mantiene la coesione, offre uno spettacolo inebriante e continua a esplorare lo stesso percorso intimo, mescolando finzione, autobiografia, sottocultura e sociologia.
Se la scelta di aprire un film ambientato negli anni Cinquanta sulle note di "Forever Young" degli Alphaville può sconcertare, e la scena in sé è sorprendente, la selezione anacronistica dei brani acquista rapidamente un senso. Le composizioni elettroniche di Daniel Lopatin infondono una vitalità cosmica e un tocco fantasmagorico a questa favola sulla persistenza del sogno americano. Mai uno sport apparentemente innocuo come il ping pong è parso così eccitante da meritare il grande schermo.
Marty Supreme dispiega un racconto denso, alimentato instancabilmente da nuove peripezie e da una moltitudine di personaggi singolari e diversamente canaglieschi, che procura uno straordinario senso di stordimento. A contare è il flusso ininterrotto di scene della vita quotidiana, professionale e sentimentale di un eroe in ambasce perenne e perfettamente aderente all'estetica serrata di Safdie. Sublimato dalla fotografia di Darius Khondji, che detta da sola lo stile del film, l'ambiziosa fuga in avanti di Chalamet sfida ogni tentativo di comprensione psicologica e di giudizio. Anche quando la frenesia assume una sfumatura malinconica, il mistero rimane, la sua opacità terrorizza ed eccita insieme, come quegli incubi di cui non possiamo fare a meno di prolungare i tormenti, per provare che siamo ancora vivi. Così Safdie sottopone lo spettatore a un ciclone di pessime decisioni prese dal suo eroe che ha una sola ambizione in testa, diventare il campione mondiale di uno sport che nessuno prende sul serio. Non in America e non nel suo entourage, perché Marty è nato nell'epoca sbagliata, nel Paese sbagliato e col talento sbagliato per diventare ricco e famoso.
Figlio della working class, è ebreo, come Béla Kletzki (Géza Röhrig) e Josh Safdie, che ritorna sulle sue radici ebraiche e l'ebraismo americano (Diamanti grezzi). Marty è un altro ebreo che subisce una tale sventura da sembrare ira divina, ma si rifiuta di arrendersi fino a escogitare una sorta di sfida a Dio: il gioco. Un gioco a cui vuole veramente vincere, per elevarsi al di sopra del caso e di tutto quello che i comuni mortali ritengono incerto. Meglio, sa che vincerà, nonostante tutto, nonostante la madre, lo zio, l'amante, il marito dell'amante e il cattivo di turno (Abel Ferrara), che trasforma un racconto di formazione in un una virata notturna e rurale, una discesa all'inferno e ritorno. Di Ferrara, come di Scorsese, celebri apostoli del ventre oscuro della Grande Mela, Josh Safdie è prole folle e ipercosciente. Ossessionato dalla riproduzione di una forza vitale, la spinge fino alla trasfigurazione, firmando un'opera formalmente e tematicamente esaltante. Quello di cui aveva bisogno era una pallina da ping pong e un attore che sfida chiunque a prenderlo. Per 150 minuti fugge a tutta birra l'età adulta e quegli adulti che un bel giorno smettono di incalzarlo. Lui allora rallenta, si ferma davanti al vetro di un reparto maternità e piange a calde lacrime un nuovo amore. Con Marty Supreme, il miracolo Timothée Chalamet è compiuto.
New York. Anni Cinquanta. Marty Mauser si mantiene vendendo scarpe ma ha una passione divorante, il ping-pong, una debolezza, le scommesse e una smisurata ambizione: diventare il miglior giocatore di tennis da tavolo in circolazione. Non si cura del disprezzo generale, il ragazzo è sicuro di affermarsi. Nella sua rocambolesca altalena di truffe, squalifiche e trionfi, incontrerà Carlon e Rachel, due donne brillanti che segneranno indelebilmente il suo destino. Il suo desiderio di gloria, tuttavia, lo condurrà all'inferno, perdendo soldi, amore e notorietà.
Il dramedy sportivo Marty Supreme si candida a diventare la mina vagante degli Oscar 2026, dopo l'entusiastica accoglienza al New York Film Festival il 6 ottobre scorso, dove è stato proiettato a sorpresa come "film segreto".
La critica statunitense lo ha acclamato in modo quasi univoco: per Clayton Davis (Variety) è "un mix di commedia, azione e sport che sfida ogni facile categorizzazione", David Canfield, penna di The Hollywood Reporter, l'ha definito "grandioso ed esaltante", mentre per Jake Coyle di Associated Press è "un'ode folle a chi lotta".
Con un'estetica cinematografica che occhieggia alla Hollywood anni Ottanta e un montaggio sincopato, il film in quasi due ore e mezza, evita il biopic canonico per votarsi ad una singolare tranche de vie adrenalinica che rinverdisce il filone americano di film sulle truffe.
La trama ripercorre le alterne fortune di Marty Reisman, stella del ping-pong tra i Cinquanta e i Sessanta, tra gli atleti più decorati nella disciplina con oltre venti titoli nazionali e internazionali. Sportivo spavaldo e anticonformista, enigmatico e contraddittorio, più volte scommise e fece scommettere sulle sue sconfitte, ingannando vari allibratori e subendo pesanti squalifiche.
Alla regia c'è il newyorkese Josh Safdie, che finora aveva diretto con il fratello Benny - fresco di Leone d'Argento alla Mostra di Venezia 2025 con The Smashing Machine, prodotto sempre da A24 - e che dopo il dramma d'esordio The Pleasure of Being Robbed, torna a dirigere in solitaria e realizza un film su un newyorkese d'origini ebree come lui incarnato da un attore nato nella stessa città.
Ronald Bronstein - qui anche montatore, nonché storico collaboratore dei fratelli Safdie - scrive e co-produce con il regista il film ad oggi più ambizioso della rampante A24: i costi di produzione sfiorano i 70 milioni, massimo sforzo economico della casa di New York, le cui riprese, tra la metropoli statunitense e il Giappone sono terminate nel febbraio 2025.
L'obiettivo è chiaro: sparigliare in extremis le carte agli Oscar 2026 facendo incetta di candidature tra cast artistico e tecnico. Il cavallo di Troia per conquistare l'Academy è, ovviamente, Timothée Chalamet che, per la seconda volta consecutiva dopo A Complete Unknown incarna un personaggio pubblico del Novecento americano.
Dopo una lunga preparazione sui campi da tennis-tavolo, la star franco-newyorkese quasi irriconoscibile per mimesi stanislavskiana sul set di Safdie (da lui stesso definito "lo Scorsese dei nostri tempi"), cerca con questo film la terza canditura agli Oscar a neanche trent'anni (l'ultimo a riuscirsi fu James Dean) per stringere finalmente la statuetta assegnata al miglior attore protagonista. Il riconoscimento gli era sfuggito con Chiamami col tuo nome nel 2018 e soprattutto lo scorso anno con il biopic dedicato a Dylan. Pur con una sola proiezione pubblica per i bookmakers è già il favorito, ma si profila una sfida aperta con il mentore DiCaprio, in lizza con Una battaglia dopo l'altra nella stessa categoria anche ai Golden Globes.
Safdie e A24, difatti, hanno riunito un cast di prim'ordine dietro e davanti la cinepresa: Gwyneth Paltrow nei panni di una donna adulta che intreccerà una relazione con il giovane Marty, è a caccia di una nuova candidatura 27 anni dopo il trionfo agli Oscar con Shakespeare in Love. Stesse ambizioni, età diversa per la venticinquenne Odessa A'zion, apprezzata in Until Dawn - Fino all'alba.
Dopo otto anni torna a sostenere un ruolo attoriale il regista Abel Ferrara, anch'egli di New York come Fran Drescher che recita accanto, tra gli altri, a Kevin O'Leary, icona di "Shark Tank", all'esordio sul grande schermo così come il rapper Tyler, The Creator.
Il film è stato fotografato in pellicola 35 mm dal decano Darius Khondji insistendo su tonalità brune e consistenza materica dei piani. Alla scenografia c'è il leggendario Jack Fisk, già collaboratore di Lynch, Iñárritu, Scorsese, De Palma e P. T. Anderson. Il pentagramma è, invece, di Daniel Lopatin, già compositore per i Safdie in Good Time e Diamanti Grezzi.
Marty Supreme è il piatto forte su cui punta A24 per sbancare il botteghino americano di Natale e spianarsi la strada dell'Awards season: uscirà in America il 25 dicembre, in Italia il 26 gennaio con I Wonder Pictures per evitare la concorrenza di Buen Camino e Avatar - Fuoco e cenere.
Negli anni 40 e 50 il Cinema americano ha regalato all'umanit? personaggi indelebili come George Bailey (La vita e meravigliosa), Atticus Finch (Il buio oltre la siepe), il memorabile Tom Joad (Furore), e potremmo continuare ancora per molto.Era una America cinematografica che, pur nella sua impareggiabile capacit? di spettacolarizzazione e nella attitudine sua propria ad imprimere un ritmo alle storie [...] Vai alla recensione »
Vado a vedere Marty Supreme, e non so nulla del film. Non ho voluto sapere nulla, prima. E mi imbatto in una ricostruzione storica sontuosa: scatole di scarpe, facce da anni ’50, la fotografia di Darius Khondji che sembra farmi respirare la polvere, il fumo, il sudore. Canottiere con le spalline, la faccia di Marty, un Timothée Chalamet quasi irriconoscibile, con un lampo negli occhi che è, insieme, orgoglio, talento, superbia, improvvisazione. E intorno, una New York che è il retrobottega di quella bella dei film classici: stanze disadorne, cantine dove si gioca a ping pong, sporco dappertutto, stanze luride dove si può dormire per due dollari.
Penso: “Ok, sarà la storia di uno che grazie al suo talento immenso ce la fa, nonostante la topaia in cui vive, nonostante la vita sghemba che vive, ce la fa, perché è il più bravo”. E penso ai film sullo sport in cui l’outsider trionfa: anche Rocky viveva una vita di merda, e frequentava palestre di ultima categoria. Ma l’importante è restare in piedi, combattere fino all’ultimo. E allora vedo il primo torneo, e penso: sarà tutta una via crucis, ma dopo due ore di film questo tizio magrolino e mingherlino arriverà alla finale, e...
E invece non va come avevo immaginato, ma proprio per niente. Perché Marty non è un eroe, sia pure dannato, umiliato, schiacciato, ferito. È un antieroe. È uno che si affida all’istinto. Invece di essere umile è presuntuoso. Invece di essere grato quando ha una fortuna ci sputa sopra. Invece di essere un ladro di cuori è un ladro di bigiotteria. Rinnega come Giuda tutti i suoi amici, tutte le donne che bacia. Non è fedele a niente e a nessuno, forse nemmeno a se stesso. Cerca sempre una via di fuga, per quanto immorale e improbabile possa essere.
È sempre la stessa storia, un corpo appare e non vediamo che lui. Un attore attraversa lo schermo è fa cose che pensiamo di non aver mai visto prima. Gesti, sguardi, movimenti, che sembrano completamente nuovi perché quell’attore ci fa credere che sia la prima volta che li vediamo. È quello che è accaduto un giorno con l’irruzione di Timothée Chalamet, che piange in primo piano e incrina l’armatura maschile, per poi ricostruirsi in una e mille storie.
Chalamet è apparso sullo schermo in un giorno d’estate (Chiamami col tuo nome) e lo abbiamo visto fare cose nuove in ogni scena, quando saliva le scale, quando infilava le mani in tasca o le dita in una pesca, quando fumava, ballava, quando baciava Oliver (Armie Hammer), quintessenza della coolness americana. In tutti quei momenti incarnava il giovane del suo secolo, vibrante, leggero, fluttuante sopra ai generi e le identità. La figura è snella, lo sguardo è altrove, perso in lontananza, velato da un’incertezza giocosa, l’evanescenza di una generazione.
Chalamet è affascinante da guardare per quello che rivela sul corpo, in particolare sul corpo maschile di questo secolo. Una maniera altra di dare vita e forma agli eroi contemporanei, in cui i generi si fondono e i confini vengono ridisegnati.
Con lui sia apre un nuovo continente, Chalamet rivela un turbamento nel genere, ma anche nell’eroismo, nella conquista, nella virilità e nel modo in cui ci comportiamo nel mondo. L’epoca del testosterone e del dominio sembra definitivamente finita.
Gwyneth Paltrow torna su grande schermo, a sei anni di distanza da Avengers: Endgame (guarda la video recensione), per intrepretare il ruolo di Kay, star del cinema anni Cinquanta cinica e disincantata che ha una relazione altalenante con Marty Mauser, l’aspirante campione di ping-pong interpretato da Timothée Chalamet nel nuovo film di Josh Safdie, Marty Supreme.
“Il mio personaggio è una versione dark di Grace Kelly”, dice Paltrow. “Kay ha sacrificato il successo come attrice per la sua vita di principessa di Monaco, e il suo sguardo rivelava una certa tristezza, come se quella scelta le avesse spezzato qualcosa dentro e avesse perso un po’ della sua indipendenza e libertà, tra l’altro lasciandosi alle spalle il proprio Paese natale. Kay ha perso un figlio, anche se non ne parla mai e a farne cenno è solo il marito, e questo si riflette nella rigidità della sua postura, perché deve proteggersi dal provare quel dolore immenso. Ha chiuso al mondo una parte di sé, ma la sua vulnerabilità emergerà attraverso il personaggio di Marty, che è una scintilla di vita per lei. Perché la vita, quando è difficile, può davvero indurirti.
“Marty e Kay hanno avuto entrambi una vita dura, e lei ha dovuto fare scelte discutibili per arrivare dove è arrivata”, continua Paltrow. “Sono entrambi giocatori d’azzardo e sanno smascherare il reciproco bluff, perché lo riconoscono in sé: June capisce al volo che Marty è un ladro, un truffatore e un bugiardo, perché lo è stata anche lei. Non arriverei a dire che sono due amorali, ma sono entrambi disposti a sublimare la loro moralità per ottenere ciò che vogliono, e la loro è una volontà disperata e inarrestabile. In questo senso il film racconta un percorso dall’amoralità all’acquisizione di un senso morale".
Ci sono biopic sportivi, e poi c’è Marty Supreme. Che rivoluziona non solo la grammatica del film biografico, ma la parabola narrativa stessa dell’eroe sportivo: Marty Supreme è sì un giocatore di talento, ma lo troviamo sin dalla prima scena a vendere scarpe. È uno che nella vita si arrabatta, escogita stratagemmi per farcela, per svoltare, per arrivare a fine mese.
MARTY SUPREME: GUARDA IL TRAILER
Il gioco per lui non è solo sogno, obiettivo agonistico, meta agognata: è soprattutto un ascensore sociale, un’idea di vita diversa, l’utopia di una scalata ai massimi livelli. Perché Marty è, fino alla fine, un perdente.
È l’idea clamorosa che regge il film di Josh Safdie, raccontare un loser con un grande talento.
Perdente non in senso sportivo, ma sociale: è uno che ancora non ce l’ha fatta, uno di quelli che fugge a perdifiato in canotta e si rifugia a dormire nelle bettole (in cui crolla pure la vasca) o prega per un letto a casa di amici. Anche la storia di riscatto che il film propone non è la tradizionale parabola del riscatto, perché l’eroe è sempre, sin dalla prima scena, un antieroe.
Nell’accettare il Golden Globe come Miglior attore in una commedia o musical (per quanto bizzarro possa sembrare catalogare Marty Supreme come commedia), Timothée Chalamet ha ricordato la volta in cui quel premio se l’è visto soffiare sotto il naso per la sua interpretazione di Bob Dylan in A Complete Unknown, che lui se lo sentiva già in tasca. Chalamet, ormai Timmy per tutti, ha sofferto della sindrome di Marty Mauser, il protagonista di Marty Supreme di Josh Safdie, in cui si è calato anima e (esile) corpo: ovvero la sindrome di chi si ritiene un campione, ma il resto del mondo non dà valore al suo impegno e al suo talento.
“Marty è il personaggio che mi assomiglia di più, almeno fino a quando non sono riuscito ad avere una carriera degna di nota nel cinema”, dice oggi l’attore, neo trentenne ma già veterano della Settima Arte, avendo iniziato a recitare a 13 anni. “Come ha detto Bob Dylan, ‘don’t look back’, non bisogna guardare indietro: quel che è stato è stato. Ma lasciatemi dire che le sconfitte del passato rendono ancora più dolce la vittoria di oggi. È da quando ho interpretato A Complete Unknown che credo che il dono della mia vita sia quello di dimostrarmi un attore al massimo livello. Il che oggi è un incentivo a fare sempre meglio e dare sempre di più, non a riposarmi sugli allori: nessuna interpretazione dovrebbe essere mai telefonata”.
Marty Mauser, proprio a causa della sua ambizione, non è un personaggio necessariamente positivo. “La sua motivazione lo rende ferocemente determinato, e la determinazione è stata anche una caratteristica del mio percorso nel cinema. Marty non accetta i no, e così ho fatto anche io, quando mi venivano chiuse le porte: il cinema per un attore è fatto di rifiuti continui, e talvolta l’unica persona a credere in te sei solo tu. Josh Safdie, autore e regista di Marty Supreme, ha visto questa parte di me, questa ambizione frustrata, prima che io diventassi famoso, e cinque anni fa mi ha offerto un ruolo molto diverso da quelli che avrei interpretato, capendo che mi assomigliava di più di Laurie in Piccole Donne (guarda la video recensione), di Willy Wonka, di Elio in Chiamami col tuo nome (guarda la video recensione), o Paul Atreides nella saga di Dune. Marty è un animale affamato, come spesso mi sono sentito io”.
Per Josh Safdie, metà, insieme al fratello minore Benny, del duo di registi e sceneggiatori che ha firmato alcuni dei film più interessanti degli ultimi tempi – da Heaven Knows What a Good Time a Diamanti grezzi, Marty Supreme era una sfida personale, non solo perché Josh l’ha scritto e diretto da solo (dopo il debutto in solitaria con il poco conosciuto The Pleasure of Being Robbed) ma anche perché è un progetto gigantesco con al centro due star come Timothée Chalamet e Gwyneth Paltrow.
Come ha avuto l’idea del film?
Mentre ero sul set di Diamanti grezzi mia moglie mi ha regalato il libro “Confessioni di un campione di tennistavolo e imbroglione” che mi ha subito conquistato. Mio zio è stato un grande appassionato di ping pong negli anni Settanta, e ha conosciuto i grandi campioni dell’epoca. E io ci ho giocato molto da piccolo, perché soffrivo di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e quello sport doveva aiutarmi a sviluppare la concentrazione e la precisione nei movimenti. Perciò quando ho terminato Diamanti grezzi, sentendomi vuoto perché avevo portato a termine insieme a mio fratello un gran progetto coltivato per dieci anni, ho pensato di creare un “film del colpo grosso” che raccontasse l’ossessione di un giovane uomo per affermarsi nel mondo attraverso il ping pong.
Marty sembra privo di moralità, disposto a qualunque cosa pur di ottenere il suo scopo.
La moralità è in gran parte è legata alle circostanze, al momento della vita in cui ti trovi, e se hai un obiettivo preciso sei talmente determinato ad ottenerlo che trovi una giustificazione per qualsiasi atto tu compia arrivarci. Il ping pong, come molti sport, richiede una concentrazione assoluta, dunque Marty sviluppa una capacità di focalizzarsi completamente sul suo obiettivo, come se mettesse un paraocchi. La sua ambizione è intensa e appassionata: in questo senso può anche essere un modello per chi nella vita sente di avere un sogno ed è disposto a tutto per vederlo realizzato.
Nel 2019 la casa di produzione A24 realizzò un miracolo di Natale: il film dei fratelli Josh e Benny Safdie, Diamanti Grezzi (Uncut Gems), si rivelò, a sorpresa, un successo senza precedenti. Facendo uscire negli Stati Uniti Marty Supreme il giorno di Natale, la A24 mira, dunque, non soltanto a bissare l’exploit del 2019, ma, se possibile, a quadruplicarlo. Non per niente, Marty Supreme è il film più costoso mai prodotto dalla società indipendente americana.
MARTY SUPREME: GUARDA IL TRAILER
Un film pensato per parlare a più generazioni, ma soprattutto per attirare il pubblico giovane, quel tipo di pubblico che sa tutto di un film, dei suoi interpreti, dei retroscena, della colonna sonora, prima ancora di vederlo, e che, se farà il passo che lo porterà in sala, potrebbe spostare gli equilibri dell’industria.
Marty Supreme è anche il primo film da solista di Josh Safdie, poiché nel 2024 i due fratelli hanno annunciato e portato avanti la separazione definitiva delle loro carriere. Impossibile tenere a freno le ipotesi che alla base dello scioglimento del duo si celi un conflitto insanabile, ma le ragioni potrebbero anche essere più prosaiche: Benny ha parlato di volontà di esplorare soggetti diversi (sappiamo bene che anche i fratelli Coen hanno scelto a un certo punto di concedersi questa possibilità), e, quanto alla natura definitiva (almeno per ora) della decisione, c’è in effetti una regola della Directors Guild of America che rende la procedura di riunione complicata per le coppie che si separano.
Partendo dall'autobiografia di Marty Reisman trovata dalla moglie del regista in un mercatino dell'usato, il regista Josh Safdie dirige un film adrenalinico in puro stile «Diamanti grezzi» dove il protagonista Timothée Chalamet viene sballottato, rimbalzato e schiacciato violentemente come una pallina da ping pong per tutta la durata della storia. E noi spettatori con lui, accompagnati dalle note [...] Vai alla recensione »