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Siamo tutti Marty Supreme, l’antieroe imperfetto, irrequieto e frenetico che sbaglia sempre

Nel film di Josh Safdie Timothée Chalamet - sempre fuori posto, sempre decentrato – porta alla ribalta una storia di fuga continua. Scappando come una pallina da ping pong. Al cinema. 
di Giovanni Bogani

Timothée Chalamet (Timothée Hal Chalamet) (30 anni) 27 dicembre 1995, New York City (New York - USA) - Capricorno. Interpreta Marty nel film di Josh Safdie Marty Supreme. Al cinema da giovedì 22 gennaio 2026.
sabato 24 gennaio 2026 - Focus

Vado a vedere Marty Supreme, e non so nulla del film. Non ho voluto sapere nulla, prima. E mi imbatto in una ricostruzione storica sontuosa: scatole di scarpe, facce da anni ’50, la fotografia di Darius Khondji che sembra farmi respirare la polvere, il fumo, il sudore. Canottiere con le spalline, la faccia di Marty, un Timothée Chalamet quasi irriconoscibile, con un lampo negli occhi che è, insieme, orgoglio, talento, superbia, improvvisazione. E intorno, una New York che è il retrobottega di quella bella dei film classici: stanze disadorne, cantine dove si gioca a ping pong, sporco dappertutto, stanze luride dove si può dormire per due dollari.

Penso: “Ok, sarà la storia di uno che grazie al suo talento immenso ce la fa, nonostante la topaia in cui vive, nonostante la vita sghemba che vive, ce la fa, perché è il più bravo”. E penso ai film sullo sport in cui l’outsider trionfa: anche Rocky viveva una vita di merda, e frequentava palestre di ultima categoria. Ma l’importante è restare in piedi, combattere fino all’ultimo. E allora vedo il primo torneo, e penso: sarà tutta una via crucis, ma dopo due ore di film questo tizio magrolino e mingherlino arriverà alla finale, e...

E invece non va come avevo immaginato, ma proprio per niente. Perché Marty non è un eroe, sia pure dannato, umiliato, schiacciato, ferito. È un antieroe. È uno che si affida all’istinto. Invece di essere umile è presuntuoso. Invece di essere grato quando ha una fortuna ci sputa sopra. Invece di essere un ladro di cuori è un ladro di bigiotteria. Rinnega come Giuda tutti i suoi amici, tutte le donne che bacia. Non è fedele a niente e a nessuno, forse nemmeno a se stesso. Cerca sempre una via di fuga, per quanto immorale e improbabile possa essere.
 


In foto una scena del film.

Il film è la storia di una fuga continua: Marty fugge dalle scale antincendio, minaccia con la pistola, gioca in un torneo ma vuole una suite al Ritz. Seduce un’attrice un tempo famosa, ne seduce anche il marito industriale brutale e cinico. Fa il buffone con gli avversari, ma si rifiuta di fare un match farsa, cerca di fregare dei gangster che hanno la faccia poco allegra di Abel Ferrara, ruba, mente, truffa, e sembra sempre che abbia avuto idee geniali: idee geniali che si rivelano indecenti, improvvide, suicide un attimo dopo.

Marty usa tutto e tutti, li manipola, li seduce e li abbandona, li tradisce senza pietà e senza morale, e da tutti viene punito, evitato, condannato. Gioca sempre male le sue carte, e invece pensiamo sempre che abbia in mano quattro assi.

Sembra un racconto kafkiano, e del resto la matrice ebraica del racconto c’è, anche qui. È di origine ebraica Josh Safdie, è ebreo Ronald Brostein, lo sceneggiatore, collaboratore assiduo di Safdie. E, come molti personaggi ebraici, Marty pensa troppo, capisce in fretta, ma questa superbia dell’intelletto lo porta alla sconfitta, non alla vittoria. La sua intelligenza lo porta a complicare il suo percorso, non a semplificarlo. Vive nella provvisorietà, e – come molti personaggi dei fratelli Coen, anch’essi di origine ebraica – vive premi e punizioni del destino come se fosse tutto un gioco del caso. È Dio che gioca a dadi con le nostre vite: non è il Dio anglosassone, quello dell’etica protestante, che premia i buoni e punisce i cattivi.

Tutto è casuale, sembra dire il film, vincere o perdere. In fondo, è sempre quella stessa pallina che corre sul bordo della rete in Match Point di Woody Allen. Anche se qui la pallina è più piccola, e rimbalza beffarda sullo spigolo di un tavolo da ping pong.

È un personaggio interessante, quello di Marty: sempre fuori posto, sempre non omogeneo al contesto – siano dei ricconi in un salone delle feste, sia una grande attrice sul viale del tramonto, o sia pure il negozio di scarpe dello zio, commerciante concreto, che detesta i sogni di gloria del nipote. È sempre fuori posto, sempre decentrato, sempre un po’ sbagliato.

Marty è un antieroe imperfetto, irrequieto, frenetico: vive in un universo kafkiano, pieno di porte chiuse, di vicoli ciechi, e cerca sempre un’uscita. Crede sempre di essere più furbo, più smart degli altri, ma non lo è. Si dibatte, fallisce ma sopravvive al proprio fallimento: per andare incontro al successivo.

Marty è un antieroe. Un antieroe che approda nel cinema, in un momento in cui la politica sembra proporre solo personaggi forti, prepotenti, arroganti, vincenti, schiaccianti. Lui no. Lui è l’ultimo capitolo di un libro che inizia tanto tempo fa. Con Buster Keaton e Charlie Chaplin, per esempio. Anche loro, cercano sempre soluzioni improvvisate, cercano sempre di sottrarsi al loro destino, di fregare il mondo, il fato e anche il prossimo. Keaton è impassibile mentre il mondo attorno a lui crolla, Chaplin ha idee geniali che finiscono sempre in disastro: Keaton è un antieroe meccanico, quasi metafisico. Chaplin è un antieroe gentile, romantico. Marty non ci pensa nemmeno, alla gentilezza: quando può, avviluppa gli altri in un bozzolo di parole, e li lascia lì dentro, prigionieri, mentre lui scappa via. Ma scappa come una pallina da ping pong, che non può mai rimanere in aria più di un secondo, ed è destinata a finire a terra.


In foto una scena del film.

Assomiglia ad altri antieroi? A me vengono in mente Paperino, il più grande antieroe del Novecento, sempre convinto di meritare di più, sempre fallimentare nei suoi tentativi di successo: o Willy il Coyote, con i suoi piani perfetti che si scontrano sempre con la realtà. Volendo, anche Jeff Lebowski: ma lui, Jeff, con la vestaglia e le ciabatte e il bicchiere di White Russian in mano, del mondo se ne frega. Invece Marty il mondo lo vorrebbe conquistare, vorrebbe far vedere a tutti chi è, che grande campione sia. E riesce solo a scendere scalini all’infinito, come nelle incisioni, che creano illusioni ottiche, di M. C. Escher.

Infine, un altro personaggio viene in mente: il Nino Manfredi di Pane e cioccolata. Anche lui outsider, underdog, sempre nei guai e sempre alla ricerca di un modo per sopravvivere. Tutti e due fanno mille errori proprio quando cercano di adattarsi. Ma Nino Manfredi vuole essere accettato, vuole diventare come gli altri, in una Svizzera ancora razzista si finge biondo, e tifa persino contro l’Italia: perde pezzi di se stesso, diventa invisibile, per slittamenti progressivi dell’umiliazione. Marty è orgoglioso, cerca sempre di vincere, non di pareggiare: ma anche lui viene umiliato, un passo dopo l’altro, un fallimento dopo l’altro.

E adesso, alla luce delle nomination appena annunciate, siamo tutti a chiederci: potrà tutto questo groviglio di sfaccettature, di ambiguità, di chiaroscuri sotto al monociglio che solca il volto di Chalamet – senza riuscire a togliergli l’aura sexy che porta al cinema tante ragazzine per lui, solo per lui – portarlo all’Oscar? Quell’Oscar al quale Chalamet, che del film è anche produttore, palesemente tende, specie dopo il mancato riconoscimento dell’anno scorso, per la sua magistrale prova in A Complete Unknown?

In A Complete Unknown c’era un handicap evidente, che il personaggio – reso in maniera perfetta – si portava dietro: non era empatico, non favoriva l’identificazione. Era freddo, era un Bob Dylan con cui non riuscivi in nessun modo a simpatizzare, e che a tratti trovavi davvero insopportabile. Qui, ugualmente Marty è un personaggio che non fa nulla per rendersi accattivante, simpatico: ma lo capisci di più, lo senti più vicino. Perché io, tu, tutti sbagliamo in continuazione, facciamo scelte avventate, crediamo di essere furbi e non lo siamo, tutti con il numero dieci sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori. Nessuno vuole essere Robin, ma tutti siamo un po’ Marty.


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