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Josh Safdie: «Marty mi ricorda me stesso e il mio desiderio di rivalsa»

Il regista di Marty Supreme racconta come la delegittimazione di un sogno porti ad inseguirlo con più determinazione. Dal 22 gennaio al cinema.
di Paola Casella

Josh Safdie (Joshua Henry Safdie) (41 anni) 3 aprile 1984, New York City (New York - USA) - Ariete. Regista del film Marty Supreme. Al cinema da giovedì 22 gennaio 2026.
venerdì 9 gennaio 2026 - Incontri

Per Josh Safdie, metà, insieme al fratello minore Benny, del duo di registi e sceneggiatori che ha firmato alcuni dei film più interessanti degli ultimi tempi – da Heaven Knows What a Good Time a Diamanti grezzi, Marty Supreme era una sfida personale, non solo perché Josh l’ha scritto e diretto da solo (dopo il debutto in solitaria con il poco conosciuto The Pleasure of Being Robbed) ma anche perché è un progetto gigantesco con al centro due star come Timothée Chalamet e Gwyneth Paltrow

Come ha avuto l’idea del film?
Mentre ero sul set di Diamanti grezzi mia moglie mi ha regalato il libro “Confessioni di un campione di tennistavolo e imbroglione” che mi ha subito conquistato. Mio zio è stato un grande appassionato di ping pong negli anni Settanta, e ha conosciuto i grandi campioni dell’epoca. E io ci ho giocato molto da piccolo, perché soffrivo di disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e quello sport doveva aiutarmi a sviluppare la concentrazione e la precisione nei movimenti. Perciò quando ho terminato Diamanti grezzi, sentendomi vuoto perché avevo portato a termine insieme a mio fratello un gran progetto coltivato per dieci anni, ho pensato di creare un “film del colpo grosso” che raccontasse l’ossessione di un giovane uomo per affermarsi nel mondo attraverso il ping pong.

Marty sembra privo di moralità, disposto a qualunque cosa pur di ottenere il suo scopo.
La moralità è in gran parte è legata alle circostanze, al momento della vita in cui ti trovi, e se hai un obiettivo preciso sei talmente determinato ad ottenerlo che trovi una giustificazione per qualsiasi atto tu compia arrivarci. Il ping pong, come molti sport, richiede una concentrazione assoluta, dunque Marty sviluppa una capacità di focalizzarsi completamente sul suo obiettivo, come se mettesse un paraocchi. La sua ambizione è intensa e appassionata: in questo senso può anche essere un modello per chi nella vita sente di avere un sogno ed è disposto a tutto per vederlo realizzato.


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In foto Timothée Chalamet in una scena di Marty Supreme.

In qualche modo Marty le assomiglia?
Beh, mi ricorda me stesso, soprattutto quando io e mio fratello cominciavamo a muoverci nel mondo del cinema, e non ci trattavano con attenzione. Mi ricordo un produttore che ci ha invitato a presentare un nostro film in un’altra città e ci ha sistemato in un albergo d’infima categoria, dicendoci che dovevamo dividere anche il letto. Più avanti magari un festival in Francia ci trattava con tutti gli onori, e poi tornavamo a New York e ricominciava la nostra vita da pendolari in metropolitana. Mi ricordo di aver pensato: “Qui non ci rispetta nessuno”. E ricordo bene il desiderio di rivalsa che non solo io e Marty Maiser, ma anche lo stesso Timothée Chalamet, abbiamo provato quando non ci si filava nessuno.

Anche il suo sogno di diventare un regista è stato a volte ridicolizzato, come succede a Marty?
Certo, molti mi hanno fatto sentire come uno che insegue un’illusione, e che vuole occuparsi di qualcosa di effimero e un po’ inutile. Il ping pong per molti, soprattutto in America, è un nano sportivo, una disciplina di nicchia che non vale la pena prendere troppo seriamente, anche se in Cina e Giappone ha un seguito gigantesco. Persino il nome fa un po’ ridere. Ma se qualcuno giudica stupido il tuo sogno, è proprio questa delegittimazione a renderti ancora più deciso a perseguirlo.

Il confronto fra Estremo Oriente e Stati Uniti è molto presente nel film.
Sì, e serve soprattutto per far sentire Marty un estraneo, perché la sua cultura non lo sostiene come fa invece quella asiatica nei confronti dei campioni di ping pong. Lui vorrebbe sentirsi un eroe nazionale, ma la sua nazione non dà tutta questa importanza a quello che definisce come la versione in scala minore del tennis vero. 

Con The Smashing Machine suo fratello Benny, alla Mostra del cinema di Venezia, ha vinto il Leone d’argento per la miglior regia. Ora Marty Supreme è in lizza per i Golden Globe in tre categorie - Miglior film, Miglior attore protagonista e Miglior sceneggiatura - e probabilmente lo sarà anche agli Oscar. C’è una sorta di rivalità fra questi due progetti?
No, perché sono molto diversi, anche se lo sport è al centro di entrambi, e volevamo cimentarci con un film da soli, dopo aver lavorato tanto insieme. Sono anche progetti diversi come budget e come scala: Marty Supreme è molto ambizioso, dura due ore e mezza, ci sono una ricostruzione d’epoca, location internazionali, continue scene d’azione, partite di ping pong coreografate al millimetro. Non lo dico per sminuire The Smashing Machine, che secondo me è un grande film indipendente girato da dio, ma per dire che erano progetti profondamente diversi, ognuno con una sua dignità specifica.


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