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Marty Supreme oltre il biopic sportivo: ping pong, diplomazia e l'ossessione del riscatto sociale

Con un sorprendente Timothée Chalamet, fresco vincitore di un Golden Globe, la storia di un talento ai margini che trasforma lo sport in un ascensore sociale: un antieroe contemporaneo in un’America cinica, dove il caso conta quanto l’abilità. Dal 22 gennaio al cinema.
di Claudia Catalli

Marty Supreme

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Timothée Chalamet (Timothée Hal Chalamet) (30 anni) 27 dicembre 1995, New York City (New York - USA) - Capricorno. Interpreta Marty nel film di Josh Safdie Marty Supreme. Al cinema da giovedì 22 gennaio 2026.
martedì 13 gennaio 2026 - Focus

Ci sono biopic sportivi, e poi c’è Marty Supreme. Che rivoluziona non solo la grammatica del film biografico, ma la parabola narrativa stessa dell’eroe sportivo: Marty Supreme è sì un giocatore di talento, ma lo troviamo sin dalla prima scena a vendere scarpe. È uno che nella vita si arrabatta, escogita stratagemmi per farcela, per svoltare, per arrivare a fine mese.

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Il gioco per lui non è solo sogno, obiettivo agonistico, meta agognata: è soprattutto un ascensore sociale, un’idea di vita diversa, l’utopia di una scalata ai massimi livelli. Perché Marty è, fino alla fine, un perdente.

È l’idea clamorosa che regge il film di Josh Safdie, raccontare un loser con un grande talento.

Perdente non in senso sportivo, ma sociale: è uno che ancora non ce l’ha fatta, uno di quelli che fugge a perdifiato in canotta e si rifugia a dormire nelle bettole (in cui crolla pure la vasca) o prega per un letto a casa di amici. Anche la storia di riscatto che il film propone non è la tradizionale parabola del riscatto, perché l’eroe è sempre, sin dalla prima scena, un antieroe.


In foto Timothée Chalamet in una scena del film Marty Supreme.

Genio e sregolatezza, in altre parole un furbo, uno di quelli che prova a svoltare, che sa come convincere ogni signora per un acquisto. È l’incarnazione vivente dell’american dream, in un’America però spietata, in cui si imbracciano le armi con grande facilità e in cui tutto sembra possibile, per poi rivelarsi una patria per pochi, ricchissimi, senza scrupoli.

C’è dietro un chiaro, quanto lieve, intento polemico da parte del regista, che tuttavia si guarda bene dal firmare un film politico, pur inserendoci richiami all’attualità su cui inevitabilmente riflettere. Lo fa a modo suo, inserendo degli esilaranti quanto inquietanti segmenti di action e follia, in cui a dominare è il carisma di un Abel Ferrara, versione slumdog puzzolente e criminale che dona al film una performance generosa.

Anche Gwyneth Paltrow rappresenta un volto dell’America, quella privilegiata, ricca, annoiata, e lo fa con classe e ironia. È anche attraverso di lei, la sua aurea da diva di un tempo, che passa la voglia di riscatto del protagonista: per prendersi tutto e sentirsi un vincente è necessaria la conquista, di un titolo come di un femminile da autosfoggiare a trofeo per sentirsi davvero arrivati.

Ma la similitudine che sottende tutto il film è chiara: l’andirivieni delle vicissitudini della vita è come una partita di ping pong, ci si impegna al massimo, si sfodera il talento, si impiegano tutte le risorse possibili, e anche quelle impossibili, ma poi a decidere veramente, oltre all’interazione imprevedibile con l’altro, è il fato. Fato che si può forzare, con una buona dose di diplomazia, di cui il protagonista Marty Reisman, che nel film diventa Marty Mauser – uno Chalamet in stato di grazia, protagonista e produttore - ne è assai provvisto.


In foto Timothée Chalamet in una scena del film Marty Supreme.

Ammesso da intendere e declinare la diplomazia come “l’arte del saperci fare” con le persone, siano esse concorrenti di ping pong o magnati di aziende da convincere pur di accaparrarsi uno sponsor.

Del resto che il protagonista non fosse uno qualunque era lampante sin dalle prime scene, di cui una, poetica e visionaria, vale il film: la corsa degli spermatozoi sulle note di "Forever Young" degli Alphaville. Fato che può rigirarsi contro e rigettare un aspirante campione nei bassifondi da cui proviene, finendo per vederlo umiliato, sculacciato, deriso.

Il riscatto diventa allora morale: dal momento peggiore della vita si può imparare una lezione, più importante di ogni vittoria. L’umanità, un senso di famiglia, paternità e rispetto per l’altro che è sempre mancato e che forse – l’avverbio è d’obbligo – farà diventare Marty Supreme un essere umano migliore, titolo ben più importante di qualunque trofeo.


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