L'attore vince il premio per la sua interpretazione in Marty Supreme e ci racconta come ha vissuto l'esperienza di questo ruolo straordinario. Dal 22 gennaio al cinema.
di Paola Casella
Nell’accettare il Golden Globe come Miglior attore in una commedia o musical (per quanto bizzarro possa sembrare catalogare Marty Supreme come commedia), Timothée Chalamet ha ricordato la volta in cui quel premio se l’è visto soffiare sotto il naso per la sua interpretazione di Bob Dylan in A Complete Unknown, che lui se lo sentiva già in tasca. Chalamet, ormai Timmy per tutti, ha sofferto della sindrome di Marty Mauser, il protagonista di Marty Supreme di Josh Safdie, in cui si è calato anima e (esile) corpo: ovvero la sindrome di chi si ritiene un campione, ma il resto del mondo non dà valore al suo impegno e al suo talento.
“Marty è il personaggio che mi assomiglia di più, almeno fino a quando non sono riuscito ad avere una carriera degna di nota nel cinema”, dice oggi l’attore, neo trentenne ma già veterano della Settima Arte, avendo iniziato a recitare a 13 anni. “Come ha detto Bob Dylan, ‘don’t look back’, non bisogna guardare indietro: quel che è stato è stato. Ma lasciatemi dire che le sconfitte del passato rendono ancora più dolce la vittoria di oggi. È da quando ho interpretato A Complete Unknown che credo che il dono della mia vita sia quello di dimostrarmi un attore al massimo livello. Il che oggi è un incentivo a fare sempre meglio e dare sempre di più, non a riposarmi sugli allori: nessuna interpretazione dovrebbe essere mai telefonata”.
Marty Mauser, proprio a causa della sua ambizione, non è un personaggio necessariamente positivo. “La sua motivazione lo rende ferocemente determinato, e la determinazione è stata anche una caratteristica del mio percorso nel cinema. Marty non accetta i no, e così ho fatto anche io, quando mi venivano chiuse le porte: il cinema per un attore è fatto di rifiuti continui, e talvolta l’unica persona a credere in te sei solo tu. Josh Safdie, autore e regista di Marty Supreme, ha visto questa parte di me, questa ambizione frustrata, prima che io diventassi famoso, e cinque anni fa mi ha offerto un ruolo molto diverso da quelli che avrei interpretato, capendo che mi assomigliava di più di Laurie in Piccole Donne (guarda la video recensione), di Willy Wonka, di Elio in Chiamami col tuo nome (guarda la video recensione), o Paul Atreides nella saga di Dune. Marty è un animale affamato, come spesso mi sono sentito io”.
Gran parte di Marty Supreme verte sul tema dell’umiliazione. “La scelta stessa dello sport del ping pong ha a che fare con questo tema”, concorda Chalamet. “Il nostro sceneggiatore, Ronald Bronstein, ha detto che il tennistavolo è una metafora dell’umiliazione, perché ha un nome ridicolo – ping pong – e può sembrare una disciplina per bambini. Eppure per Marty è il sogno della vita, che lui concepisce come un’aspirazione alla grandezza, e in tutta umiltà il cinema è lo stesso per me. Quando l’anno scorso ho perso ogni riconoscimento come miglior attore, e agli Screen Actors Guild ho fatto un discorso che a molti è sembrato arrogante, ero ancora nello spirito di Marty Mauser, animato dal suo desiderio di rivalsa”.
Marty è anche una figura al limite della morale. Lei si preoccupa di essere di esempio? “Bob Dylan ha sempre rifiutato di fare da ‘compasso morale’, e anch'io non voglio essere un esempio etico, anche se non voglio nemmeno essere il contrario. Quel che non voglio è dovermi preoccupare, come attore, del modo in cui vengo percepito, di far sapere quali siano le mie opinioni politiche, o i miei gusti in fatto di moda. Preferisco concentrarmi sul lavoro e sul tentativo di realizzare qualcosa di grande. Ci sono molti esempi di artisti che, una volta raggiunto il livello a cui sono arrivato adesso, hanno cominciato il declino, per cui ora intendo andare avanti a testa bassa, tenendo lo sguardo sul lavoro. Ma rispetto ai miei vent’anni credo di essere diventato meno egocentrico: mia sorella ha appena avuto un figlio e da zio mi rendo conto di non essere io il centro dell’universo. Ho passato il ‘momento-Marty’ della mia vita quando avevo un’idea romantica dell’artista tormentato, alla Heath Ledger o Joaquin Phoenix, e non vorrei assolutamente rivivere quella fase. Anche se Joaquin rimane un mio eroe!”.
Crede che Marty possa essere un modello per gli spettatori più giovani? “So che sembrerà strano, ma in parte penso di sì, perché la generazione che è cresciuta su Zoom e ha attraversato l’era Covid rischia di essere più passiva, mentre vorrei che i giovani avessero l’atteggiamento dei Sex Pistols rispetto ai Beatles, che ovviamente hanno creato musica fantastica, ma i Sex Pistols erano più punk e si sono contrapposti loro con un atteggiamento che diceva: fuck you, noi facciamo la nostra musica. Quindi spero che i giovani, guardando Marty, dicessero a se stessi: anche io voglio fare le cose a modo mio e coltivare grandi ambizioni, senza dovermene vergognare”.
Marty Supreme ha una struttura insolita: è concitato, ha uno stile libero e indie, va un po’ dappertutto, pieno di scene d’azione e digressioni inaspettate. “Ma è proprio questo che lo rende estremamente vitale, e sono fiero di averne fatto parte” dice Chalamet. “Marty Supreme non segue nessuna formula, né la tradizionale struttura in tre atti: è orgogliosamente random, porta nuova linfa allo show business, ed è esattamente il tipo di film di cui voglio fare parte, anche perché ti fa sentire un co-autore. Josh, come James Mangold in A Complete Unknown, lascia lo spazio per dare il proprio contributo: il che ti fa sentire meno un pedone nella partita di scacchi che è questo mestiere”.