The French Dispatch

   
   
   

L' amore per l' arte nell' universo di Wes Anderson tra divi e citazioni

di Emiliano Morreale La Repubblica

Che Wes Anderson fosse un fan del New Yorker era chiaro almeno dai tempi dei Tenenbaum . Nel film che lo ha lanciato era già evidente l' influenza della narrativa breve tipica, un tempo, del celebre settimanale, soprattutto di James Thurber e, ovviamente, dei racconti di Salinger. Ma anche degli illustratori, come Saul Steinberg o lo stesso Thurber. Adesso, nonostante il suo ultimo film sia (quasi) ambientato a Parigi, città dove il regista vive da anni, The New Yorker è omaggiato ancora più esplicitamente, con tanto di font identico nei titoli dei capitoli e dedica finale a una serie di nomi illustri. I primi della lista sono il fondatore Harold Ross e William Shawn, padre dell' attore Wallace (protagonista dell' ultimo Woody Allen) e direttore del settimanale per 35 anni, durante i quali pubblicò il meglio della cultura americana. Compresi, per dire, gli articoli di Hannah Arendt e di Truman Capote che diventeranno rispettivamente La banalità del male e A sangue freddo . In realtà il mondo del giornalismo è solo una cornice: muore il direttore (Murray) di un settimanale americano, chiamato appunto The French Dispatch (il film sarà in sala dall' 11 novembre), che si stampa nella città di Ennui, controfigura di Parigi. Seguendo quattro ideali rubriche, assistiamo a tre episodi: un' introduzione sulla città da parte di Owen Wilson; le vicende di un pittore geniale chiuso in manicomio (Benicio del Toro), dell' inserviente che gli fa da modella (Léa Seydoux) e di un collezionista (Adrien Brody) che ne intuisce il genio; il reportage di una giornalista (Frances McDormand) che vive il maggio '68 (che nel film è a marzo) a fianco a un giovane leader del movimento (Timothée Chalamet); uno scrittore di colore (una specie di James Baldwin, interpretato da Jeffrey Wright) deve scrivere un articolo sul celebre cuoco Nescoffier, ma si trova a dover salvare il figlio di un commissario (Mathieu Amalric). C' entra poco il giornalismo, e c' entra poco anche Parigi, alla fine. Entrambi sono fondali di un gioco di riferimenti e citazioni: la nouvelle vague di Godard e la pittura di Jackson Pollock, le musiche alla Erik Satie e i manifesti studenteschi di Daniel Cohn-Bendit. Il risultato è un riepilogo dei temi del regista, che non aggiunge niente, anzi dà l' impressione di girare a vuoto, come in una specie di auto- omaggio senza la forza di titoli come Grand Budapest Hotel o Moonrise Kingdom , in cui quell' universo aveva al fondo una curiosa visione del mondo, del passato, dell' arte. Il fatto è che negli ultimi 10 anni Anderson è diventato uno dei registi americani dallo stile più riconoscibile e imitabile. Fin troppo: abbigliamento e arredi ironicamente vintage, di colori vivaci, citazioni più o meno sofisticate, situazioni slapstick, luoghi irreali come case di bambole, inquadrati frontalmente in profondità di campo, ritmo spesso indiavolato. Uno stile diventato rapidamente un brand ampiamente sfruttato dal regista stesso: Anderson ha girato tra l' altro lo spot per Prada e ne ha arredato a Milano il bar Luce. Ma esistono anche un libro, Accidentally Wes Anderson , con foto di luoghi che potrebbero stare in un film del regista, e una mostra annuale di opere d' arte ispirate ai suoi film. Quasi prigioniero dell'"Andersonworld", il film è gradevole ma in fondo prevedibile, e all' ennesimo carrello laterale su vari ambienti o in avanti per sottolineare il personaggio come un punto interrogativo, all' ennesimo dettaglio di design e strizzatina d' occhio l' effetto è di saturazione, come un pasto composto interamente da dolci ipercalorici. Viene voglia di uscire da questo mondo luccicante e un po' autistico, che ci ha affascinato in molti film. E il solo momento di vita pare di individuarlo in certi volti di attori, nelle loro rughe, nei loro sguardi: anzitutto Frances Mc-Dormand e il solito meraviglioso Bill Murray, da sempre uno degli attori-feticcio di Anderson.
da La Repubblica, 13 luglio 2021


di Emiliano Morreale, 13 luglio 2021

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