| Anno | 2021 |
| Genere | Azione, |
| Produzione | USA |
| Durata | 148 minuti |
| Regia di | Jon Watts |
| Attori | Tom Holland, Zendaya, Benedict Cumberbatch, Marisa Tomei, Jamie Foxx Alfred Molina, Jacob Batalon, Tony Revolori, J.K. Simmons, Angourie Rice, Andrew Garfield. |
| Uscita | lunedì 19 agosto 2024 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | Sony Pictures Italia |
| MYmonetro | 3,41 su 23 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 21 giugno 2024
Dopo che la sua identità viene rivelata, Spider-Man chiede aiuto al Dottor Strange, ma l'incantesimo apre uno squarcio nel loro mondo liberando i più potenti nemici mai affrontati. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 1 candidatura a CDG Awards, 1 candidatura a Critics Choice Super, Al Box Office Usa Spider-Man - No Way Home ha incassato 804 milioni di dollari .
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CONSIGLIATO SÌ
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L'identità segreta di Spider-Man è stata svelata al mondo al termine del film precedente e ora Peter Parker via una situazione ingestibile. Assediato da media, accusato dai federali, tormentato da chi crede alle ultime dichiarazioni di Mysterio e pensa che lui sia un assassino... Anche solo andare a scuola diventa un incubo e Peter viene considerato persona non grata dalle università a cui vorrebbe iscriversi. Un problema questo che si estende alla sua cerchia più ristretta di amici: MJ e Ned Ellis. Con confuso altruismo, per risolvere soprattutto i loro guai e quelli della zia, Peter si rivolge al Doctor Strange, ma la magia ha sempre un costo...
Dopo due capitoli relativamente contenuti nelle ambizioni, il finale di questa prima trilogia dello Spider-Man con Holland segue il format da superproduzione di Avengers: Endgame e ne esce a testa alta.
Per i fan, questo terzo film di Jon Watts sarà la catarsi di una vita, di storie viste ormai più di vent'anni fa e delle lunghe attese tra un capitolo e l'altro. Come già ampiamente svelato nei trailer, il multiverso introdotto in Spider-Man: No Way Home è infatti l'occasione per pescare personaggi dalle incarnazioni precedente dell'eroe. Solo figure cinematografiche che si reincarnano, di reboot in reboot, possono eguagliare questo livello di super-narrazione, dove si ricongiungono fili che hanno accompagnato il pubblico per interi decenni.
L'unico per cui sarebbe possibile qualcosa di analogo è non a caso un altro supereroe: Batman (ci sarebbe anche James Bond, ma lì i decenni sono troppi, molti attori sono morti e soprattutto il tono non è abbastanza fantastico per questo tipo di operazione).
Spider-Man: No Way Home dimostra quindi che Avengers: Endgame non era un unicum irripetibile e che questo tipo di narrazione è qui per restare. Il rischio di racconti come questo, che lavorano così ossessivamente sulla propria saga, è di ridursi all'autoreferenzialità. Era stato il caso di X-Men - Giorni di un futuro passato dove, più che parlare di qualcosa, si spiegava un reboot. Qui invece c'è alla base una narrazione comunque forte, perfettamente in linea con lo spirito profondo del personaggio - più di quanto lo Spider-Man di Jon Watts non fosse mai stato. Se da una parte si spalancano le porte già aperte nel più gestibile mondo parallelo e animato di Spider-Man - Un nuovo universo, con infinite possibilità narrative future, dall'altra si riporta il personaggio alle proprie origini da più di un punto di vista.
Sarebbe criminale rivelare qualsiasi cosa della trama e quindi limitiamoci a quanto già visto nei trailer: il ritorno di vari villain come Doctor Octopus, Green Goblin, Electro e Sandman. Soprattutto i primi due danno modo ai rispettivi attori di scatenarsi e né Alfred Molina né Willem Dafoe perdono l'occasione, quest'ultimo in particolare è finalmente un Goblin davvero spaventoso - che si libera subito dell'orribile casco da cui era afflitto ai tempi di Tobey Maguire.
Tom Holland si conferma uno Spider-Man giovane, il cui idealismo non era ancora stato messo davvero alla prova dalla tentazione della brutalità, e l'attore bene incarna il suo tormento morale. Zendaya e Marisa Tomei, al solito, ci mettono poi un po' di ironia mista a dolcezza. Il resto sono effetti speciali e acrobazie, dove il film sorprende solo raramente nonostante la lunga durata. Il combattimento più interessante è non a caso quello più bizzarro, in cui il Doctor Strange (il sempre ottimo Cumberbatch) si scatena nella dimensione specchio.
Purtroppo inizialmente sia Strange sia Peter si comportano in modo immaturo o persino infantile, ma mandate giù queste forzature, accompagnate dalla consueta dose da cavallo di ironia Marvel, Spider-Man: No Way Home si fa drammatico e tiene fede al proprio titolo, con una forte cesura che promette un futuro più classico e nuovo al tempo stesso. Arrivati al finale ricordiamo che sarebbe assurdo uscire dal cinema prima della scena a metà dei titoli di coda - mentre quel che arriva al termine di tutti i credits sarà senz'altro molto presto diffuso anche in Rete.
Il mondo intero sa che Peter Parker è Spider-Man. Dopo che Mysterio ha rivelato pubblicamente la sua identità segreta, il giovane Tessiragnatele è su tutti i media e viene ritenuto colpevole della morte del suo nemico. Come se non fosse abbastanza, i suoi amici e sua zia sono sotto accusa per favoreggiamento, il che rende la loro vita praticamente impossibile.
C’è un pezzo di Ucraina sul passaporto dell’Uomo Ragno. E in Spider-man - No Way Home - il film di Jon Watts con Tom Holland, sequel di Spider-Man - Far from Home - si nasconde un tributo alle sue origini est europee abilmente mescolato alla scenografia.
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Succede in due sequenze del film: all’inizio, sul graffito disegnato sul tetto della scuola, e poi più avanti, sulla fiancata di un camioncino dell’organizzazione F.E.A.S.T. In entrambi i casi il tributo consiste in una parola, “Ditko”, che rimanda direttamente a uno dei due papà, insieme a Stan Lee, dell’Uomo Ragno (ma anche di Doctor Strange e di tutti i nemici che compaiono nel film): l’ucraino-americano Steve Ditko, una delle leggende del fumetto statunitense.
Almeno per parte di uno dei suoi padri, lo Spiderman che conosciamo – quello che vola, di ragnatela in ragnatela, da un grattacielo all’altro di New York – deve le sue origini a quell’angolo dell’Europa Orientale che proprio in questi giorni vive una tragedia che solo un supereroe potrebbe fermare: la Transcarpazia, o Ucraina Carpatica, regione montuosa poco al di sotto della città di Leopoli, al confine con Polonia, Slovacchia, Ungheria e Romania. È da quella terra, contesa fino al 1945 da Slovacchia, Ungheria e Ucraina/URSS, che nei primi del Novecento l’abile carpentiere Stephen Ditko decise di sfuggire a una situazione politica instabile, decisamente poco favorevole alla minoranza etnica di cui faceva parte, quella rutena e russofona.
Insieme alla moglie Anna, Stephen si imbarcò in un lungo viaggio per l’America, diretto in Pennsylvania, nell’area industriale della cittadina di Johnstown, nota per le sue acciaierie. Fu là che nel 1927 nacque Steve, secondo di quattro fratelli, che dal padre avrebbe ereditato la passione per i fumetti (in particolare "Prince Valiant" di Hal Foster e "The Spirit" di Will Eisner, pubblicati sui giornali che leggeva Stephen) e che negli anni Cinquanta sarebbe entrato a lavorare come disegnatore alla Atlas Comics, antesignana della Marvel Comics, dove si sarebbe cementata la sua amicizia con lo scrittore Stan Lee. Con lui, nell’agosto 1962, Ditko creò l'Uomo Ragno, e di lì a breve il Dottor Strange: «Stan Lee ha inventato il nome – disse, in una delle pochissime interviste concesse - Io ho fatto il costume, gli aggeggi della ragnatela sul polso e il ragno-segnale».
Erano anni di grande fervore artistico, che Ditko condivise con un vecchio amico che aveva la sua stessa passione per l’arte e comuni radici a est dei Carpazi: per dieci anni, fino al 1968, ospitò nel suo studio sulla 43esimma strada l’artista americano di origini russe Ernest Stanzoni, noto col nome d’arte di Eric Stanton, pioniere del feticismo e poeta del bondage, tra i più visionari e trasgressivi autori dell’epoca. Ma l’influenza della cultura russa continuò a essere fondamentale per Ditko, anche nei suoi studi personali, con il colpo di fulmine per la disciplina dell’oggettivismo fondata dalla filosofa – anche lei di origini russe - Ayn Rand, che spesso finì con influenzare la forma e il contenuto delle sue tavole.
Il sodalizio Con Stan Lee finì quando Ditko lasciò la Marvel per ragioni mai chiarite: dopo una parentesi presso la DC Comics, tornò alla Marvel nel 1979, per ritirarsi dal fumetto tradizionale nel 1998.
Di lui - morto nel a New York il 29 giugno 2018, all'età di 90 anni - esiste una scarsissima biografia e poche foto: l’ultimo tentativo di intervistarlo risale al 2007, quando Jonathan Ross realizzò un documentario di un’ora per BBC Four intitolato In Search of Steve Ditko. Dedicato al lavoro dell’artista presso Marvel, DC e Charlton Comics, e al suo amore per la filosofia oggettivista, il documentario si avvale delle testimonianze di Alan Moore, Mark Millar, Jerry Robinson e Stan Lee. Accompagnato dall’artista Neil Gaiman, Ross riuscì a incontrare Ditko nel suo ufficio a New York, ma l’artista gli negò il permesso di filmarlo: «Preferisco che di me parlino le cose che ho fatto – avrebbe detto - Steve Ditko è solo un marchio».
Il nome della compagnia promette meraviglia, ed è innegabile che la produzione sia all'altezza delle aspettative. Anno dopo anno, film dopo film, la Marvel si è gradualmente rivelata una poderosa, implacabile macchina di sovversione e rimozione del realismo cinematografico, in tutte le sue forme possibili. Personaggi, spazi e tempi: tutto, in un film Marvel, è prima o poi destinato a diventare altro [...] Vai alla recensione »