| Titolo internazionale | Pain and Glory |
| Anno | 2019 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Spagna |
| Durata | 113 minuti |
| Regia di | Pedro Almodóvar |
| Attori | Antonio Banderas, Asier Etxeandia, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Julieta Serrano Penélope Cruz, Cecilia Roth, Raúl Arévalo, Eva Martín, Susi Sánchez, César Vicente, Asier Flores, Pedro Casablanc, Julián López, Sara Sierra, Constancia Céspedes, Rosalía, Marisol Muriel, Paqui Horcajo, Alba Gómez, Xavi Sáez, Aline Casagrande, Luis Calero, Virgil-Henry Mathet, Chimezie Eke, Esperanza Guardado, Agustín Almodóvar, Miguel Rivera (II), Eneko Galende, Fernando Iglesias. |
| Uscita | venerdì 17 maggio 2019 |
| Tag | Da vedere 2019 |
| Distribuzione | Warner Bros Italia |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,78 su 40 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 aprile 2020
Un regista che non potrà più fare il suo lavoro ripensa al suo passato. Il film ha ottenuto 2 candidature a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 2 candidature a Golden Globes, 1 candidatura a BAFTA, 4 candidature e vinto 2 European Film Awards, 1 candidatura a Cesar, 2 candidature a Critics Choice Award, 15 candidature e vinto 7 Goya, ha vinto un premio ai NSFC Awards, In Italia al Box Office Dolor y Gloria ha incassato 3,3 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Il regista Salvador Mallo si trova in una crisi sia fisica che creativa. Tornano quindi nella sua memoria i giorni dell'infanzia povera in un paesino nella zona di Valencia, un film da cui aveva finito per dissociarsi una volta terminato e tanti altri momenti fondamentali della sua vita.
Almodóvar (come si definisce ormai in forma icastica da tempo nei titoli di testa dei suoi film) torna ad essere Pedro (anche se sotto le mentite spoglie di Salvador Mallo) e ci parla di sé, del proprio malessere, della difficoltà di portare avanti il pavesiano mestiere di vivere sotto il cielo di Madrid. Lo fa tenendo sotto controllo quel tanto di automanierismo che progressivamente si era insinuato nel suo cinema e, soprattutto, lasciandosi andare sul piano emotivo. Ciò che non era accaduto in La mala educaciòn, film anch'esso legato al suo vissuto giovanile, avviene qui. Grazie anche alla scelta del giusto alter ego.
Come Federico Fellini aveva trovato in Marcello Mastroianni chi poteva tradurre al meglio il se stesso cinematografico così Pedro Almodóvar ha nell'amico e attore Antonio Banderas una persona a cui può trasferire il proprio sentire più intimo con la certezza di non essere mai tradito, neppure in un incontrollato battere di ciglia.
Perché non è facile mettersi a nudo dinanzi a milioni di persone raccontando senza edulcorazioni il proprio periodo di dipendenza dall'eroina così come lo stretto legame con una figura materna la cui perdita ancora si fa sentire in profondità. Si parla di un film rinnegato e poi riabilitato per finire con il prenderne di nuovo le distanze in Dolor y gloria. Si mostra come il teatro, con il suo contatto diretto con il pubblico, abbia una valenza ancestrale che conserva in maniera misteriosa anche quando è il cinema che lo mette in scena. Perché sicuramente questo è un film a cuore aperto in cui la speranza di poter rinascere dal liquido salvifico ma anche amniotico è dichiarata già in apertura ma è anche una matura e complessa riflessione sul cinema e sulla sua possibilità di esprimere ciò che può sembrare quasi indicibile.
Quanta consapevolezza dello scorrere del tempo si avverte nell'incontro con l'amore di giorni che furono in cui gli sguardi e i gesti trasmettono l'interiorizzazione del dono di un'esperienza che ha coinvolto entrambi i partner facendoli maturare sul piano sentimentale! Ma quanto anche, contemporaneamente, si sperimenta il 'sentire' che il passare degli anni non può fare altro che conservarne il ricordo, senza sperare in un riaccendersi della passione di un tempo, in un presente che ha favorito percorsi differenti. Il bambino che un tempo insegnò a leggere a un giovane muratore, giunto sulla soglia dei settant'anni aiuta anche noi a 'leggere' offrendosi come un libro aperto in cui compitare le lettere dell'alfabeto più nascosto: quello dei sentimenti.
Atteso al prossimo Festival di Cannes dopo aver convinto a fine marzo il pubblico spagnolo, Dolor y Gloria è il nuovo film di Pedro Almodóvar. Tornato al cinema a tre anni da Julieta, il regista spagnolo ha riunito sul set per l'occasione tre delle sue muse: Penelope Cruz, Antonio Banderas e la provincia di Valencia. Il primo incontro tra Almodovar e Banderas risale ai primi anni Ottanta, epoca in cui l'attore frequentava con assiduità i corsi di teatro Centro Dramático Nacional di Madrid.
Ero in un bar del teatro, a prendere un caffè con alcuni colleghi, quando a un certo punto entra un tipo strano, con una magliettina attillata. Mi guarda e mi dice che ho una faccia da eroe romantico, e che dovrei fare cinema.
Antonio Banderas
Poco tempo dopo, nel 1982, quel "tipo" ingaggia Banderas per il suo primo film, Labirinto di passioni, offrendogli il ruolo di un terrorista omosessuale che rapisce una principessa. "Quello è Almodovar, ha fatto un film qualche tempo fa e non ne farà più", lo avevano avvertito i suoi colleghi prima che firmasse il contratto. E invece quel film, per quanto bizzarro, fu il lancio della carriera di Banderas, presto seguito da altre collaborazioni con l'eccentrico Pedro: Matador (1986), La legge del desiderio (1987: primo bacio gay della storia del cinema spagnolo), Donne sull'orlo di una crisi di nervi (1988) e Legami! (1990). Dopo una pausa di quasi vent'anni, dovuta alla carriera hollywoodiana di Banderas, "bloccato" negli Stati Uniti dopo il matrimonio con Melanie Griffith - i due amici e colleghi sono tornati insieme nel 2011 con La Pelle che abito, e di nuovo nel 2013 con Gli Amanti passeggeri. Per Dolor y Gloria, tra i film più autobiografici del regista, Almodovar ha scelto ancora una volta di rispecchiarsi nel "suo" Antonio: "Nessuno avrebbe potuto interpretare quel ruolo come lui - ha detto - Molte delle cose che racconto Antonio le ha vissute al mio fianco".
Di 25 anni più giovane di Pedro, Penelope Cruz era ancora una ragazzina quando, dopo averne sentito parlare nel salone da parrucchiera della madre, si decise ad andare a Madrid per vedere il nuovo film del famoso Almodovar, Legami!. "Quel giorno cambiò la mia vita - ricorda oggi l'attrice - perché mi fece capire cosa volevo fare di me". E cioè recitare: e così, dopo aver battuto 300 ragazze in un talent per attori principianti, appena due anni dopo la diciassettenne Cruz ottenne il ruolo da protagonista in Prosciutto, Prosciutto di Bigas Luna (accanto a lei Javier Bardem, che molti anni dopo sarebbe diventato il suo compagno). "Penelope veniva ai miei provini, ma era sempre troppo giovane per i ruoli che avevo in mente", dice di lei Almodovar, che racconta di essere rimasto subito colpito dalla sua "carica passionale" unita a "una voce da eterna adolescente". La prima occasione arrivò nel 1997, con Carne Tremula, ma il colpo di fulmine tra i due scoccò due anni dopo, con Tutto su mia madre. Fu però a quel punto che la carriera di Cruz prese una direzione diversa, se non opposta, a quella auspicata dal suo mentore: Hollywood. Inghiottita dall'ingranaggio dell'industria, spesso al centro delle cronache rosa per la sua relazione con Tom Cruise, Cruz uscì per anni dal radar di Almodovar, almeno fino al 2006: "Volver cambiò tutto - dice del film con cui Almodovar la riportò in Spagna - Da quel momento cominciarono ad arrivarmi proposte diverse, ruoli lontani da quelli della fidanzata o della bella faccia. Mi sentii per la prima volta libera". Con Almodovar Cruz ha recitato in altri due film prima di Dolor y Gloria: Gli abbracci spezzati, nel 2009, e Gli amanti passeggeri nel 2013. "Quando arriverò alla fine della mia vita - ha detto - considererò Pedro una delle persone che ho amato più profondamente". Uscito con enorme successo in Spagna, dove si è attestato come miglior incasso dell'anno, Dolor y Gloria è anche il frutto di un'altra storia d'amore: quella del regista per la provincia di Valencia. Già protagonista nel 2004 de La mala educación (tra le location valenzane del film spiccano la piazza di San Luis Bertrán e il cinema anni Trenta Tyris, il quartiere di Benimaclet e il famoso locale El Trencadís), la zona intorno a Valencia, e in particolare il paese di Paterna, hanno fatto da sfondo anche alla nuova pellicola del regista spagnolo - talmente apprezzata da aver generato, secondo quanto riportato dai quotidiani locali, una considerevole spinta al turismo della cittadina. Tra le aree utilizzate nel film la calle Pérez Galdós, la zona delle Cuevas del Batán e la torre araba simbolo di Paterna, dichiarata nel 1971 monumento storico e artistico di interesse nazionale.
E' un impasto di malinconia, consapevolezza della fragilità del presente, ricordi rimossi e ritrovati, stanchezza di vivere, primi desideri e slanci creativi questo "Dolor y Gloria", ultima opera di Almodovar. La narrazione si dipana come un tessuto morbido, come un flusso di immagini che sgorgano una dall'altra con leggerezza e misura, mescolando i flash back degli anni [...] Vai alla recensione »
Il regista Salvador Mallo si trova in una crisi sia fisica che creativa. Tornano quindi nella sua memoria i giorni dell'infanzia povera in un paesino nella zona di Valencia, un film da cui aveva finito per dissociarsi una volta terminato e tanti altri momenti fondamentali della sua vita.
La mamma di Pedro era una donna molto speciale. Io l'ho conosciuta tanti anni fa. E i momenti vissuti con lei mi hanno dato la chiave d'interpretazione del personaggio.
In occasione dell'uscita al cinema di Dolor y Gloria, e del suo passaggio al Festival di Cannes, Penelope Cruz racconta la sua esperienza sul set del film.
Il regista Salvador Mallo si trova in una crisi sia fisica che creativa. Tornano quindi nella sua memoria i giorni dell'infanzia povera in un paesino nella zona di Valencia, un film da cui aveva finito per dissociarsi una volta terminato e tanti altri momenti fondamentali della sua vita.
È un personaggio complesso da interpretare perché è una persona che conosco, un amico, una persona che ammiro e anche perché era il mio regista. Tutte queste cose insieme lo rendono un lavoro differente e speciale.
L'attore spagnolo è il protagonista del nuovo film di Pedro Almodóvar, Dolor y Gloria, presentato in concorso alla 72esima edizione del festival di Cannes ed ora nei cinema italiani. Un ruolo tra i più difficili della sua carriera, come raccontato nella nostra intervista.
Il potere della cinefilia e della memoria. Avrebbe potuto anche intitolarsi così, Dolor y Gloria di Pedro Almodóvar, sorprendente meraviglia della tarda maturità - sorprendente non perché il regista non ci abbia già fornito prove maiuscole in passato quanto per la sensazione che si trovasse in una fase calante della sua carriera. E invece, come già accaduto in altri casi, l'opera dell'autore si impenna all'improvviso proprio per la sincerità e la spudoratezza con cui mette in scena autobiograficamente la sua vita (opportunamente riletta in chiave poetica, s'intende), con l'aiuto di un formidabile Antonio Banderas, alla prova più importante della sua intera carriera.
I riferimenti a 8 ½, per quanto seducenti, sono credibili fino a un certo punto poiché il cinema di Almodóvar, anche questa volta, ama circondarsi più che altro di cinefilia (un aspetto che notoriamente a Fellini interessava poco, più legato al linguaggio dell'inconscio e dell'onirismo, e più vicino alla cultura grafica e del disegno).
Cinefile sono le citazioni - ma questo è il meno -, cinefilo è il suo stesso rapportarsi al film-nel-film (non è certo la prima volta, ma è quella più vicina all'autoritratto che ogni grande cineasta realizza a un certo punto della sua vita), cinefilo è tutto il mondo di immagini e lampi che scorre sotto al film (qualche volta si intravede persino il nitore domestico di Ozu), e cinefilo è anche il modo trasparente attraverso cui gioca con il suo cinema del passato.
La memoria è il tema fondamentale di Dolor y Gloria. La memoria della madre, la memoria dell'amico perduto, la memoria dei film, la memoria di se stessi quando si invecchia e il meglio sembra alle spalle. La mossa vincente di Almodóvar è quella di fare del suo protagonista, ovvio alter ego, un personaggio dominato dal proprio corpo. In una delle sequenze più belle e spiazzanti, la sua voce fuori campo commenta un catalogo di disagi e disturbi fisici di cui soffre, mentre sullo schermo osserviamo disegni, anatomie, radiografie, in uno strappo visionario che non sarebbe dispiaciuto a Saul Bass - essendo del resto Alfred Hitchcock un fantasma sempre presente in tutta la filmografia almodovariana, e la musica di Bernard Herrmann ancora una volta ispirazione per la colonna sonora (fulgida) di Alberto Iglesias.
Il corpo di Salvador è sempre presente, e suscita tutti i ricordi e le nostalgie, spesso in uno stato di dormiveglia causato da medicine, droghe e crisi che lo riducono in uno stato narcotico. Da lì, a raggiera, il cineasta spagnolo fa nascere una serie di satelliti narrativi struggenti, grazie ai quali può fare i conti con l'arte, l'infanzia, la cultura latina, l'omosessualità, e molto altro ancora, pur con la capacità di gestire questi interrogativi universali attraverso il prisma della singolarità, della storia personale e dell'intimità.
Salvador Mallo ha il volto di Antonio Banderas ma per il resto è 100% Almodóvar. Sono di Almodóvar la malinconia e i capelli dritti in testa, sua la casa in cui vive, che riproduce la vera casa del regista, suoi i mille dolori fisici e mentali acuiti dall'età. Salvador Mallo, protagonista quietamente alla deriva di "Dolor y Gloria", è insomma un perfetto alter ego di Almodóvar, e come tutti gli alter [...] Vai alla recensione »