233 film, di cui 103 prime mondiali. Tra gli italiani Armony, Alberi erranti e Ketticè. In programma dal 5 al 15 agosto.
di Tommaso Tocci
La 79esima edizione del Festival di Locarno è alle porte: la suggestiva cornice ticinese del lago Maggiore accoglierà ancora una volta l’evento a partire dal 5 agosto (fino a Ferragosto), con gli appuntamenti e le grandi folle delle proiezioni all’aperto in Piazza Grande, gli omaggi e le retrospettive, e una serie di sezioni competitive che guardano al cinema sperimentale dell’oggi.
Presentato oggi a Zurigo dal direttore artistico Giona A. Nazzaro, il programma prevede 233 film, di cui 103 prime mondiali, prodotti e co-prodotti da ben 69 paesi. Tra i film italiani, spicca Armony in Piazza Grande che vedrà il ritorno di Dario Albertini dopo le regie di Manuel (guarda la video recensione) e Anima bella, stavolta alla testa di un cast che comprende Valerio Mastandrea, Asia Argento e Ornella Muti. La storia è quella di un ex-punk di Ostia che ora deve prendersi cura della nipote, e Nazzaro lo descrive come “il film che avrebbe realizzato Vittorio De Sica se fosse stato di Ostia”. Nel Concorso Internazionale ci saranno invece la nuova opera di Salvatore Mereu, Alberi erranti, assieme al molto atteso secondo film di Giovanni Tortorici, che aveva stupito tutti con il vibrante Diciannove presentato a Venezia due anni fa; Ketticè, questo il titolo della nuova opera, è un romanzo di formazione ambientato a Palermo e vedrà la partecipazione anche di Monica Bellucci. E poi il corto Mutrion di Marco Cavazzin, i premi per Isabella Rossellini e Asia Argento, e il documentario su Bellocchio fuori concorso La porta della realtà, diretto da Fabio Lovino.
A completare l’offerta di Piazza Grande ci saranno tanti classici da celebrare e rivisitare (quest’anno ad esempio Balla coi lupi, Cuore selvaggio e Taxi driver), titoli in anteprima (The invite e Paper tiger di James Gray, reduce da Cannes) e varie opere da scoprire, come ad esempio il ritorno della coppia composta da Fanny Liatard e Jérémy Trouilh che nel 2020 ci avevano regalato Gagarine e ora presentano Les yeux verts. Grande curiosità anche per Il cileno, in cui il regista Sergio Castro-San Martín racconta la storia di un giovane rivoluzionario in fuga dal Cile dopo il colpo di stato di Pinochet, e che arriva a Torino rimanendo invischiato nell’epoca degli anni di piombo nostrani. Peter Brunner dirigerà poi Caleb Landry Jones in Down the army of God, prodotto da Luc Besson e ambientato in una comunità di senzatetto americana.
A competere per il Pardo d’oro nel concorso principale ci saranno (assieme a Mereu e Tortorici) 17 prime mondiali, con in prima fila Hong Sang-soo con Nowhere to lay my eyes e Denis Côté con Violence du corps de l’autre. Dall’India vedremo Rehmat, che racconta il Punjab odierno per la regia di Gurvinder Singh, e I rarely wake up dreaming, opera della regista tedesca Isabelle Stever che gira in Ucraina, interrogandosi sullo spazio che è possibile dare a questioni di identità di genere nel mezzo di una guerra. Basil da Cunha, vecchia conoscenza da queste parti, presenterà il nuovo O jacaré (“una rapina, un coccodrillo, e donne che si fanno valere”), mentre da Singapore Nelson Yeo porterà The house on the moon, in un atteso ritorno dopo che il suo film precedente, Dreaming & Dying, aveva vinto il Pardo d’oro in Cineasti del presente.
Dal Canada, Wayne Wapeemukwa ci parlerà del mondo del gaming nell’opera on the road intitolata Manhunt, mentre Maria Bäck dirige Kathrine Thorborg Johansen e il sempre notevole Anders Danielsen Lie nello scandinavo Brave new love. Altro ritorno è poi quello di Florin Serban, regista rumeno di If I want to whistle, I whistle, con la sua nuova opera You don’t belong here. Siamo poi molto curiosi di scoprire Objet A di Ann Oren, artista visiva che aveva catturato l’attenzione con il suo stile radicale e fuori dall’ordinario in Piaffe, presentato proprio a Locarno nel 2022.
Due menzioni infine per la sezione Cineasti del presente, dove l’attenzione si indirizzerà in primis su September afternoon, sperimentale esordio del regista tedesco Nicolaas Schmidt: il direttore artistico lo suggerisce come film che ha stupito i selezionatori e conquistato all’unanimità. E poi Tear gas (per la regia di Uta Beria, in un progetto già premiato a Rotterdam durante lo sviluppo), che dalla Georgia ci impone di non dimenticare la lunga stagione di soprusi governativi e la straordinaria resistenza dei manifestanti che ormai da anni animano le piazze del paese.