La presidente dell'Associazione Produttori Audiovisivi Chiara Sbarigia racconta a MYMovies il lavoro per queste prime due edizioni del festival.
di Claudia Catalli
«Abbiamo iniziato a dare rilievo alle serie nel 2003, poi l’anno scorso con la prima edizione dell’Italian Global Series siamo ripartiti con forza in un momento in cui la serialità è centrale e di livello internazionale». La presidente dell'Associazione Produttori Audiovisivi Chiara Sbarigia racconta a MYMovies il lavoro per queste prime due edizioni del festival che l’Apa ha ideato e organizzato con il sostegno del Ministero della Cultura: «Con questa edizione abbiamo alzato il livello della qualità, è un momento in cui la serialità italiana funziona benissimo, le piattaforme le hanno dato uno spessore internazionale che faticavano ad avere, era il momento giusto per fare un grande festival sulle serie tv».
Non è l'unico festival che presenta delle serie tv, tuttavia ne fa il focus centrale, altri festival anche internazionali le propongono più a latere.
In genere le serie non partecipano neanche ai premi, hanno proiezioni spesso fatte perché hanno molto pubblico naturale: la serialità è impossibile da scindere dal pubblico, è un po' un “acchiappa pubblico”. Noi però ne facciamo oggetto non solo di premi, ma anche di una riflessione, tutte le nostre Conversazioni servono anche a far conoscere un po' dei mondi che non sono troppo contigui al nostro, tipo quello degli Stati Uniti che ha una grandissima industria consolidata, e che piano piano avviciniamo. All’Italian Global Series si riescono a vedere serie che non si sono ancora viste e avere delle piccole anticipazioni, come anche contestualizzare personalità come Titus Welliver famoso per il suo Bosch.
Quale ritiene sia la funzione dei festival oggi?
Intanto vedere creativi e personaggi dal vivo anziché dall'altra parte dello schermo e scoprire che sono persone con una professionalità penso sia bello per il pubblico. Poi c’è anche la promozione, ci abbiamo messo tanta fatica a far capire che la serialità italiana fosse degna di partecipare a dei consensi internazionali. Diamo anche premi e riconoscimenti che era un peccato non avere in Italia. I premi hanno la loro importanza, certo oltre al premificio servono contenuti.
Coinvolgere studenti con la Summer School è stata una sua idea?
Sono fissata con la formazione da sempre, nel prossimo contratto di servizio nazionale avevamo previsto una sorta di ente intermedio che garantisse il passaggio tra il mondo degli studi, chiamiamolo così, e il mondo del lavoro, perché chiunque oggi parli con i ragazzi si rende conto che magari sono super preparati, hanno fatto molta teoria, ma pochissima pratica, e se non fanno stage, se nessuno li prende, non sanno come entrare nel mondo del lavoro perché non c'è un processo chiarissimo, l'ho detto tante volte anche ai sindacati. Iniziamo a lavorare anche sull'apprendistato, su degli stadi intermedi per fare entrare delle persone con un titolo semplicemente meritocratico. Lavoriamo sulla “bottega pratica”, sul laboratorio.
Il programma del festival è molto variegato, spazia da serie autoriali con nomi sconosciuti a fenomeni molto pop.
È una scelta, in tv e sulle piattaforme c'è di tutto, e speriamo sempre di più ci sia di tutto, bisogna anche spingere perché magari chi ha una linea editoriale fissa osi qualcosa in più dal punto di vista autoriale e produttivo. Per intendersi, una volta Montalbano lo sperimentavano su Rai 2 per poi passarlo su Rai 1, c'era uno spazio di sperimentazione che adesso è molto compresso.
Cosa manca oggi alla serialità italiana?
Più soldi per spingere di più sulla produzione nazionale. Diversamente dal cinema, che produce tanti film che poi hanno un'imboccatura stretta, non riescono a uscire neanche tutti in sala, nella serialità lo spazio c'è ed è stato ridotto. Prima erano su tre reti adesso su una rete, in Rai è rimasto solo Un posto al sole, ma ricordiamo serie fucine di talenti come La squadra da cui sono usciti registi, sceneggiatori e attori eccezionali. Le lunghe serialità erano anche palestre. Poi la qualità si dà anche con la quantità, perché se non puoi fare attivazioni, se non puoi sperimentare delle cose e se non hai più le tre reti su cui orientare un palinsesto diventa difficile.
L'ospite di questa edizione che l’ha colpita di più finora?
Sono fan di Titus Welling, sono io ad averlo voluto disperatamente, è una persona molto divertente, spiritosissimo, ho un debole per coloro che non si prendono troppo sul serio. E poi è stato disponibile. Tutti gli ospiti lo sono stati, abbiamo premi Oscar che stanno lì, spiegano, raccontano, rispondono alle domande…
Invece l'ospite impossibile, quello che osa sognare?
Vorrei tanto invitare Omar Sy, ha fatto film e serie bellissime, è stato un memorabile Assane Diop e poi è francese, un po’ di divismo europeo ci sta.
Può anticiparci una novità della prossima edizione?
Una nuova sezione con serie verticali, nate per essere molto semplici, di brevissima durata. Ho iniziato a vedere quelle cinesi, ad oggi a me sembrano molto moraleggianti, ma è un settore in crescita da conoscere.
Per concludere, dovesse indicare la sua serie preferita quale direbbe?
Ho una passione malsana per Bridgerton, mentre sul versante italiano confesso di avere una passione per Un posto al sole, che ho visto dalle prime puntate. E poi le serie crime, inutile dirne una, tutte.