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«La mia vita è un film in technicolor». Renato Casaro è 'L'ultimo uomo che dipinse il cinema'

Disponibile in streaming su VatiVision il film che racconta il percorso del celebre illustratore attraverso le parole di grandi professionisti del settore cinematografico italiano e una ricca selezione iconografica di manifesti. 
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di Rossella Farinotti

martedì 12 gennaio 2021 - Focus

Il cinema è un ambiente speciale sotto i più diversi aspetti. Tra questi il “dietro le quinte”che solitamene cela volti, nomi e creazioni che sono l’impalcatura del film, è uno dei temi più vivi e interessanti. La storia di Renato Casaro rappresenta uno di questi importanti strati che lega il cinema al pubblico attraverso la comunicazione del film e la sua promozione. Come andare incontro a un'audience ampia e variegata? Come, in una sola immagine, raccontare la storia, mantenendo la magia e il mistero del cinema?

Casaro, illustratore e pittore, ci è riuscito, ed infatti è il più noto cartellonista italiano. L’artista ha interpretato centinaia di titoli e storie in Italia e internazionalmente attraverso uno stile pittorico immediato, riconoscibile e d’impatto che è servito, dagli anni Cinquanta fino ad oggi, a promuovere il cinema nei suoi aspetti più profondi. Casaro unisce un grande talento pittorico e una capacità creativa a un fine sguardo introspettivo che lega narrazione ed estetica di ogni singola pellicola che era invitato a raccontare. Le sue locandine rappresentano una parte fondamentale dello sviluppo del film e una responsabilità nei confronti della sua riuscita.

“Il film è il mio hobby. Il mio hobby è il mestiere. Il mestiere è la mia vita. E la mia vita è un film in technicolor e cinemascope”. Questa la frase iniziale di L’ultimo uomo che dipinse il cinema, il documentario di Walter Bencini che racconta, attraverso le parole di grandi professionisti del settore cinematografico italiano - dai produttori Aurelio De Laurentiis a Cecchi Gori, dai critici Giovanni Bogani a Goffredo Fofi, o dai registi Enrico Vanzina e Carlo Verdone - e una ricca selezione iconografica di manifesti, il percorso di Renato Casaro.

Il racconto parte dagli esordi in una tipografia di Treviso, la sua città dove oggi vive e lavora a fianco della moglie Gabriella, fino alla prima chiamata presso il cinema culto per gli appassionati, il “Garibaldi” di Treviso, dove realizza dei grandi sagomati per attirare il pubblico in sala, giungendo poi a Roma negli anni d’oro. Casaro viene chiamato a Cinecittà nel 1953 - l’Hollywood italiana – dove il primo film da illustrare è Amanti latini con Lana Turner seguito da L’ultimo apache con Burt Lancaster. E poi la commissione che lo portò a fare il grande salto di qualità: raccontare il film La Bibbia di John Huston girato a Cinecittà e prodotto da Dino De Laurentiis. Il nipote Aurelio ricorda che, per la parte iconografica, furono chiamati due grandi pittori dell’epoca, Corrado Cagli e Afro, che realizzarono più di mille dipinti documentando le costose scenografie e momenti del film. Casaro aveva dunque delle fonti importanti da cui pescare per realizzare il manifesto che cogliesse tutta la storia nella sua monumentalità, affiancando il grande regista internazionale.

Colleghi come Osvaldo De Micheli, direttore creativo di Cinemiz Rizzoli, il collezionista di manifesti Maurizio Baroni e Nicoletta Pacini dell’Archivio del Museo del cinema raccontano, intervallando la ripresa minuziosa di numerosi manifesti e locandine, l’attitudine e la fantasia che Casaro applicava ogni volta come in una sfida diversa.

Terminator, Asterix e Obelix, Tenebre di Dario Argento, Due occhi azzurri, Misery non deve morire, I ragazzi della 56esima strada, Todo Modo, Finchè c’è guerra c’è speranza. Amici Miei di Monicelli – dove sperimentò l’utilizzo della fotografia unita alla pittura, restituendo quell’immagine che ognuno ha sedimentata nella propria memoria con le teste dei quattroprotagonisti che sbucano fuori da una scatola con delle molle, anticipando già l’ironia e il sarcasmo del film -, Il corpo della ragassa, in cui gioca sul tema erotico mostrando delle chiappe con una rosa disegnati in maniera fine, celata, per nulla volgare. E poi ancora Bad Boys, Il corsaro nero, Un borghese piccolo piccolo - qui Casaro crea un manifesto dove Alberto Sordi, protagonista del racconto, ha un’attitudine nuova, non più ironica, ma seria, preoccupata e, alle sue spalle, una folla di ombre grigie, che indicano un mistero. Casaro consegna al pubblico un’immagine complessa e misteriosa, che non può non invogliare a scoprirne di più.

E ancora Rambo e Rambo 2, Total Recall, Il nome della rosa, la versione francese de L’angelo azzurro, C’era una volta in America, Acqua e Sapone, The Sheltering Sky e poi Sapore di male, un film culto dei Vanzina per tante generazioni di italiani, in cui Casaro non poteva mostrare - secondo ordini della produzione - i volti dei protagonisti, e dunque inventò un’immagine accattivante, che poteva celare delle storie d’amore diverse. L’ultimo imperatore, Balla coi lupi - uno dei titoli preferiti realizzati dal pittore -, Nikita – con l’immagine manifesto quasi rivoluzionaria dove non si vede il volto della protagonista ma, attraverso pochi, chiari elementi, si intuisce tutto di lei.

Immagini e scritte che, almeno una volta, il pubblico del cinema ha visto e riconosciuto, qui mostrate come documenti speciali, che rimarranno nel tempo.  


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