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Il quinto Rambo e la storia d'America secondo Stallone

L'attore è pronto a tornare a vestire i panni dell'iconico eroe e di riscattare a suo modo l'attualità.
di Pino Farinotti

Sylvester Stallone (Michael Sylvester Enzio Stallone) (73 anni) 6 luglio 1946, New York City (New York - USA) - Cancro.
mercoledì 22 maggio 2019 - Focus

Il cinema si è sempre applicato alla Storia, secondo le licenze che gli appartengono. "Licenza" significa diritto di cambiare la realtà. È successo tante volte, lo ha ribadito a Cannes Quentin Tarantino che è un eroe dello stravolgimento storico. Un esempio: in Bastardi senza gloria fa morire Hitler non nel Fürhrerbunker, il sotterraneo berlinese, ma in un cinema parigino. Ci sono poi modelli "seri", documentati, alla Oliver Stone, che, per aderire in assoluto alla verità storica (JFK, Nixon, World Trade Center, W.) spesso la sorpassa con critiche abrasive verso gli USA. Sono due fra i tanti modelli.
Poi c'è Sylvester Stallone, che racconta la storia americana a modo suo. A Venezia ha annunciato il suo Rambo V. Ha detto:

Non riesco proprio a staccarmi da lui, è stato troppo importante nella mia vita e lo so bene... di avere 73 anni.

Non c'è dubbio che Rambo sia un richiamo importante. Quell'immagine di Stallone, nel primo episodio, stravolto, col mitragliatore in mano e le esplosioni sullo sfondo, è una delle grafiche del novecento, radicate nel profondo della memoria del cinema. Rambo-Stallone ha sempre inteso rappresentare l'America attraverso momenti ardenti della sua storia. Fatte tutte le debite considerazioni sul metodo e sulla visione, ma senza mai dimenticare che di cinema trattasi, come ho scritto sopra.

Nel primo episodio Rambo è un reduce del Vietnam che cerca di reinserirsi nella vita normale. Siamo nel 1982, la guerra è finita da 7 anni e sono ancora aperte le ferite di una nazione che per la prima volta ha fatto una guerra e non l'ha vinta. Il trauma è stato grande, magari devastante come racconta il reduce eroe magari dimenticato, ma sempre americano nel profondo. Non si può non rilevare che quel film, col suo grande successo, dava delle indicazioni, di azione e avventura, e di guerra, allarmanti in chiave sociale. La vicenda derivava dal libro "Il primo sangue", di David Morrell del 1972, alla sceneggiatura mise mano lo stesso Stallone che ormai sapeva come andava scritto il cinema, dopo l'esercizio di scrittura, certo riuscito, nei precedenti Rocky.

È storia degli Usa, evoluta e inserita in quegli anni, quando l'America non era più considerata paladino e garante del mondo libero, pronta a guerre sacrosante, come le due mondiali, quando aveva salvato l'Europa dai totalitarismi. Certo con dei tornaconto, ma considerati legittimi, allora. Dal Vietnam tutto cambiava, le guerre successive, come il Golfo, o gli interventi nelle latitudini, venivano considerati preventivi e i nuovi nemici erano economici, in medio ed estremo oriente. E quasi più nessuno, Europa compresa, era pronto a riconoscere l'America come forza buona e necessaria. Adesso gli Usa erano una potenza imperialista neppure più sicura della propria leadership.


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