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mercoledì 23 settembre 2020

Rita Hayworth

L'Infelice Atomica

Nome: Margarita Carmen Dolores Cansino
Data nascita: 17 Ottobre 1918 (Bilancia), New York City (New York - USA)

Data morte: 14 Maggio 1987 (68 anni), New York City (New York - USA)
Biografia Filmografia Critica Premi Foto Articoli e news Trailer Dvd CD Frasi celebri
occhiello
Johnny,un nome difficile da ricordare, ma facile da dimenticare!
dal film Gilda (1946) Rita Hayworth  Gilda Mundson Farrell
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Rita Hayworth

martedì 25 agosto 2020 - È dalla passione per stoffe e sfilate che parte la ribellione della giovane Nedjma, protagonista della sorprendente opera prima di Mounia Meddour Gens. Da giovedì 27 agosto al cinema.

Non conosci Papicha, il riscatto dell'Algeria passa dalla moda

Ilaria Ravarino cinemanews

Non conosci Papicha, il riscatto dell'Algeria passa dalla moda “Algeri, anni Novanta”. Il cartello che compare durante le prime sequenze di Non conosci Papicha, film d’esordio dell’algerina Mounia Meddour Gens, è un avvertimento sinistro. Perché chiunque sia familiare con la definizione di “decennio nero”, o “décennie ”, sa bene che Algeri, negli anni Novanta, non era il luogo più sicuro per agire con la spensieratezza esibita dalle protagoniste del film – adolescenti libere e orgogliosamente padrone dei propri corpi.

Le elezioni politiche del 1991 vinte dal partito islamista, poi annullate dal golpe bianco dei militari nel 1992, diedero inizio in Algeria a una lunga e sanguinosa guerra civile, durata fino al 1999 - anno dell’elezione del presidente Abdelaziz Bouteflika. La fase più acuta del conflitto, che oppose le forze statali al radicalismo islamico, fu quella compresa tra il 1994 e il 1995 (proprio a ridosso degli eventi del film): un periodo di attentati contro la popolazione civile, attacchi contro laici, intellettuali e religiosi contrari all’integralismo. Fu in quegli anni che circa quarantamila guerriglieri jihadisti, organizzati nelle fila dell’Armata islamica di salvezza e dei Gruppi islamici armati, riuscirono a conquistare alcune aree del paese, compiendo massacri ai danni di interi villaggi nella pianura della Mitidja, a sud dei luoghi dove si ambienta il film di Mounia Meddour Gens.


Una guerra, quella del decennio nero, che ha lasciato un numero imprecisato di morti (circa 150 mila) e dispersi (circa 7000), e ferite ancora aperte in una società che a quasi trent’anni di distanza fatica a metabolizzare i drammatici avvenimenti.
E dire che conoscere l’Algeria – e ciò che vi è accaduto in quegli anni – sarebbe stato utile per comprendere le ricadute del conflitto sullo scenario politico globale. Dopo che l’Armata islamica di salvezza nel 1997 firmò una tregua unilaterale, infatti, dai Gruppi islamici armati si creò una nuova cellula, il Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento. Cellula che per dieci anni ha organizzato nel paese più di duecento attentati contro obiettivi istituzionali, e che dal 2007 è diventata la “filiale” nel Maghreb di un gruppo ancora più grande, pericoloso e globale: Al-Qa‘ida.

LA (CONTRO) RIVOLUZIONE DELL’HAIK
Conoscere l’Algeria significa anche non stupirsi che la passione della protagonista di Non conosci Papicha, Nedjma, sia la moda.

Se da una parte l’Algeria delle colonie diede i natali a uno dei più importanti stilisti francesi, Yves-Saint-Laurent (qui, nella villa di Orano, confezionò i primi vestiti per la madre e le sorelle), l’Algeria liberata ha la sua decana in Yasmina Chellali, che fu modella negli anni Sessanta e fondatrice della prima griffe di alta moda del paese. Nata nelle banlieu a nord di Algeri con il nome di Fatima Zohra, Yasmina emigrò a Parigi diventando assistente di Jacques Esterel, che le diede il nome d’arte ispirandosi alla figlia di Rita Hayworth e dell’Aga Khan.

Nella capitale francese Yasmina collaborò alla creazione del famoso vestito rosa con cui Brigitte Bardot sposò Jacques Charrier, ed ebbe modo di conoscere gli artisti e i politici che frequentavano l’atelier (Danielle Mitterrand, Michèle Morgan, Claudia Cardinale tra gli altri). Tornata in Algeria per visitare la famiglia, la stilista decise di restare per sostenere l’indipendenza del paese: una lotta che le donne algerine condussero anche sul proprio corpo, indossando come gesto di riappropriazione culturale il tradizionale haik – quel rettangolo di stoffa, bianco o nero, protagonista anche del film di Mounia Meddour Gens

La prima sfilata di Yasmina fu organizzata nell’Algeria indipendente del 1963, e il suo atelier – 200 metri quadri nel cuore della città – servì nomi come quelli di Ulla Aznavour, Miriam Makeba, Warda. Nel decennio nero Yasmina sfuggì per ben due volte a un tentativo di omicidio messo in atto dagli integralisti. Ma continuò a fare moda. E a farlo a modo suo. “Il velo non mi ha mai creato problemi, perché esiste in tutti i paesi arabi e l’ho sempre usato nelle mie collezioni – dice oggi in un’intervista - Quello che non sopportavo, a quei tempi, era che l’haik algerino, sensuale e bellissimo, venisse usato non per velare ma per coprire le donne. Il Corano dice: Il profeta è bello e ama la bellezza. Io ci credo. E mi sento una vera fedele”.

BIKINI CONTRO IL PATRIARCATO
Dice Khalida Toumi, ex ministra della cultura algerina, in una bella intervista di Michela Murgia: “Questo è un Paese di patriarcato, un patriarcato in salsa algerina, cioè complesso quanto la nostra società e presente in tutte le sue declinazioni: islamico, berbero, mediterraneo, arabo, africano. Abbiamo l’imbarazzo della scelta”. 
Ancora molto condizionata da una visione della società profondamente maschilista, l’Algeria delle donne ha di recente reagito a certe recrudescenze integraliste con una determinazione vicina a quella delle protagoniste di Non conosci Papicha. È successo nel 2017 con la cosiddetta “battaglia del bikini”, nata per contrastare il fenomeno dei “gruppi per il pudore”, sorta di “ronde” volontarie di soli uomini che dal 2014 cacciano dalle spiagge le ragazze vestite in maniera “non appropriata” (ovvero: coperte). 

Dal 2017 la battaglia consiste nell’organizzazione via social di uscite collettive in spiaggia con costumi interi o a due pezzi, per ribadire la libertà delle donne e schierarsi contro l’importazione di usanze, come i burkini, mutuate dai paesi del Golfo. Ancora una volta, come successo per gli haik, la moda torna così a giocare un ruolo importante nelle rivoluzioni (e controrivoluzioni) del paese più grande dell’Africa.

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