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Stringimi forte, Amalric: «metto in scena il ‘gesto di immaginazione’ di chi non vuole credere alla realtà»

Presentato nel luglio 2021 nella nuova sezione ufficiale Cannes Première, il nuovo film di Amalric uscirà in sala il 3 febbraio. Per l’occasione abbiamo ‘incontrato’ il regista (e attore) francese che ci ha raccontato la genesi e il trattamento di un’opera intrinsecamente cinematografica ma adattata da un testo teatrale.
di Marzia Gandolfi

martedì 25 gennaio 2022 - Incontri

Con Stringimi forte, ottavo film da autore, Mathieu Amalric reinventa il ‘film di fantasmi’ e abbandona la continuità temporale a favore di una composizione più emozionale che descrittiva, e quelle emozioni si rivelano un’incredibile risorsa cinematografica.
 

Presentato nel luglio 2021 nella nuova sezione ufficiale Cannes Première, Stringimi forte esce in sala il 3 febbraio. Per l’occasione abbiamo ‘incontrato’ Mathieu Amalric che ci ha raccontato la genesi e il trattamento di un’opera intrinsecamente cinematografica ma adattata da un testo teatrale.

Rebus della sofferenza e della liberazione, il nuovo film di Amalric, la cui eccellente carriera d’attore ha quasi finito per mettere in ombra i suoi successi d’autore (da La camera azzurra a Barbara, passando per Lo stadio di Wimbledon), è un melodramma vertiginoso in forma di patchwork temporale. È la storia di una donna che fugge. Una mattina infila la porta e se ne va, lascia in silenzio suo marito e i suoi due figli. Ma forse si tratta di un’altra cosa, lo scopriremo lungo la strada e attraverso la conversazione con l’autore che ci invita a “lasciare andare”. Perché il nostro immaginario ludico e amoroso può salvarci, in tutti i sensi.


Nel frammento lei ha trovato una forma ideale per mettere in scena una vita. Penso naturalmente a Stringimi forte ma anche a La camera azzurra e a Barbara. All’esaustività preferisce da sempre l’evocazione di una vita ‘in pezzi’. Può spiegarmi questo processo ? La sua maniera di ‘lavorare’ l’amore, la vita e la morte ?
Nel caso di Stringimi forte questa maniera di procedere per ‘morsi’ di vita nasce direttamente dalla pièce che Claudine Galea aveva scritto nel 2003 per il teatro. In un certo senso deriva anche dalla lettura che ne feci la prima volta piangendo. Ho pianto molto leggendola e trovo ancora difficile dire perché, credo abbia toccato un nervo in me. Una corda che mi ha spinto a scrivere un testo che non avevo pensato per forza per il cinema. Solo dopo, qualche tempo dopo, ho capito il suo potenziale, cosa sarebbe potuto diventare sullo schermo. Ma i ‘frammenti’ di vita di cui parla erano già tutti nel testo di Claudine, c’era già tutto il senso donato alla vita e alla morte, c’era una protagonista colta in un momento di dolore dove il tempo e lo spazio non esistono più, dove solo il passato e le proiezioni di un futuro che non esisterà mai, le permetteranno di mettere un piede davanti all’altro, di restare in piedi.

Quando viviamo una separazione amorosa, ad esempio, siamo completamente dislocati, abbiamo un deliro nella testa, un delirio che altera i nostri ricordi passati, pensiamo a tutte le cose che ci mancano dell’altro, trasformiamo la materia. Funziona come quella tavola usata nelle sedute spiritiche, ci sono delle cose che arrivano all’improvviso, così di colpo, sappiamo benissimo che non sono vere, che quella non è la realtà ma abbiamo bisogno di crederci. Siamo in piena negazione ed è esattamente quel rifiuto, quella difficoltà ad accettare che mi interessava. Volevo mettere in scena il ‘gesto di immaginazione’ della mia protagonista. Clarisse sa che niente è vero ma vuole crederci e ho l’impressione che anche il pubblico finisca per cedere guardando il film sullo schermo, nel buio della sala.

In fondo, al cinema finiamo sempre per credere a personaggi che non sono reali. Quando guardiamo un film sembra che lo siano, adoro quell’atto di fede davanti a un film e volevo lavorare proprio su quella fede, sul crederci nonostante tutto. A quel punto che mi sono chiesto come farlo, come potevo trasformare in cinema tutto questo. Il cinema poteva esaltare quel processo, creare fantasmi, creare il mélo. Un melodramma al galoppo però, dove la protagonista avanza, non volevo filmarla tutto il tempo nella sofferenza, volevo che Clarisse facesse delle cose, fosse attiva, inventiva.

Il mio film non è un’ode alla morte, lavora su una pulsione che abbiamo tutti, talmente più forte della morte, una pulsione che va verso la vita. Quell’impulso è impressionante, è una cosa dell’essere umano che mi tocca profondamente. Un giorno qualcosa di assolutamente catastrofico ci casca addosso e ‘urliamo’ che “non può essere vero”, “dimmi che non è vero”, chiediamo quasi sorridendo, ecco sono partito da quel sorriso, da quel frammento. Ho deciso di partire da lì.


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Mathieu Amalric sul set di Stringimi forte.

Possiamo definire allora Stringimi forte un’opera metafilmica in cui Clarisse è autrice, mette in scena la sua famiglia, la sua vita dopo la tragedia?
Assolutamente, è lei che si fa il film. È accaduto qualcosa nella sua vita, ci sono cose che sfortunatamente per lei sono vere, ma lei non vuole crederci, non lo può accettare e allora immagina per continuare ad essere. Clarisse è in azione tutto il tempo per non fare esistere il lutto. Nonostante le venga ripetuto mille volte quello che è accaduto, nonostante veda i soccorritori e li ascolti parlare dell’impossibilità di recuperare subito i corpi dei suoi cari a causa della neve, bisogna attendere la primavera, il disgelo, rifiuta la realtà e gratta il parabrezza per tornare al momento in cui è in discoteca col marito.

È strano, ma lo spettatore dimentica con lei, preferisce immaginare con lei, ma no, poi capisce e vede che non è possibile. Clarisse al contrario insiste nel suo atto di immaginazione, preferisce dirsi “sono partita”, la sua prima idea è quella di invertire i poli, è lei che se ne va e non suo marito o i suoi figli, è lei che lascia il domicilio coniugale ma è evidente che proseguendo nel viaggio tutto collassa. Quel “gioco di invenzione” è troppo anche per lei che al mercato del pesce crolla, soccombe alla fatica del dolore.

La verità arriva improvvisa come uno schiaffo. A quel punto, e solo a quel punto, può tornare a casa, una casa vuota naturalmente. Ma lì trova un’altra idea e si reca alla scuola di musica del suo paese dove crede che sua figlia si sia esercitata a lungo a suonare la “Lettre à Elise” (“Per Elisa”). Ma quella musica non è mai esistita, quell’esecuzione non è mai esistita, sua figlia non ha mai suonato quella partitura, Clarisse ha preso un’altra ragazzina, l’ha piazzata a casa sua e ha deciso che fosse sua figlia cresciuta…

Stringimi forte è adattato da una pièce di Claudine Galea ma il titolo è ‘rubato’ a una canzone di Étienne Daho («La Nage indienne»). Perché non avete lasciato il titolo originale «Je reviens de loin» («Vengo da lontano»)? E perché Stringimi forte, un titolo così concreto…?
Perché tutte le volte che riflettevo sul titolo originale della pièce di Claudine mi dicevo che in francese faceva pensare più a qualcuno che è uscito di prigione, al riscatto sociale di una persona che adesso è cambiata, che di strada ne ha fatta, che di cose ne ha viste, che insomma “viene da lontano”. Quel titolo non aveva il côté passionale che cercavo, non aveva il côté mélo che volevo suggerire, così mi sono messo ad ascoltare canzoni, amo molto le canzoni, ho pensato ai versi di Étienne Daho e non sono più riuscito a togliermeli dalla testa: «Serre-moi fort, si ton corps se fait plus léger. Je pourrai nous sauver» («Stringimi forte, se il tuo corpo diventa più leggero, io potrò salvarci…»).

All’inizio ho esitato tra due titoli possibili perché nella sua canzone quello “stringimi forte” diventa in fondo uno “stringimi meno forte” così non anneghiamo insieme e io posso salvarmi. Indugiavo tra “Stringimi forte” e “Stringimi meno forte”. Clarisse in fondo è in mezzo, il suo dolore prima o poi finirà, finirà di stringerla così forte, lo dimenticherà, sarà capace di farlo. Ma quello che la stringe così forte, fino a farle male, è anche tutto quello che le manca. Quello che aveva col marito era un amore appassionato, Marc le manca fisicamente. Per questa ragione ho scelto Arieh Worthalter, il meraviglioso Arieh, un attore fisico, perché il pubblico potesse sentire la complicità carnale di questa coppia. Poi certo sono anche genitori, hanno dei bambini e tutte le complicazioni che derivano da una famiglia e volevo rendere con altrettanta forza la loro vita quotidiana, volevo la piccola confusione delle cose ordinarie.


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Mathieu Amalric sul set di Stringimi forte.

Sto pensando col sorriso alla sequenza della colazione, quando i due sposi ‘si parlano’…
Ah sì, quella sequenza è una bella storia da raccontare. Vicky Krieps recitava in un’altra stanza ma aveva un microfono e poteva parlare con Arieh Worthalter che aveva un’auricolare, solo lui, non i ragazzi. In questa maniera i due attori erano in comunicazione, il ‘suono’ di Vicky era in presa diretta, non lo abbiamo montato dopo. Durante la ripresa lei parla direttamente ad Arieh ed è per questo che piange, perché lei era al piano di sopra della casa e li vedeva sul suo piccolo schermo, un po’ come il suo personaggio, pensava a loro, come un’invenzione. Vicky piangeva e le è venuta voglia di cantare J.J. Cale, è arrivata così “Cherry” di J.J. Cale. Abbiamo fatto soltanto due riprese, di venticinque minuti, abbiamo filmato due volte, prima lei e poi lui. Volevo girare frammenti di vita, appunto, volevo ottenere un effetto iperrealista. Mi sono ispirato all’iperrealismo americano, alla pittura iperrealista americana, per creare un’illusione di realtà. Come se Marc e i bambini non fossero dei fantasmi anche se lo sono.

Ho visto il suo film a Cannes dopo Drive my car di Ryusuke Hamaguchi e ho pensato che in maniera differente avete reinventato il ‘film di fantasmi’. Cos’è un fantasma per lei? E un fantasma può rivelare qualcosa sui vivi? Su di noi?
La parola «fantasma» la uso poco nella vita, quando parlo di fantasma lo riconduco sempre a un genere cinematografico, i film di fantasmi, altrimenti detti film mentali, ma non amo troppo questo termine perché li considero al contrario molto carnali. Nella vita invece, per me i fantasmi incarnano la mancanza, di qualcuno che è vivo anche. La mia compagna, ad esempio, è una cantante lirica, viaggia molto e quando non possiamo vederci perché lavoriamo troppo e siamo lontani, la convoco nella mia testa, nella mia carne. E lei è là, io le parlo e sto bene. È meglio che stare al telefono. È meglio anche di FaceTime, per me troppo concreto, non è davvero la stessa cosa. È decisamente più romantico il telefono, la sera soprattutto, di notte, quando siamo nell’oscurità, nel nostro letto e chiamiamo qualcuno perché ci manca.

Questa mancanza la sento anche per chi non c’è più, è un dialogo che intrattengo con loro, lo sa anche lei, coi nostri morti possiamo parlare meglio. Sovente capita addirittura che parliamo meglio con un padre scomparso. Meglio di quando era lì con noi e potevamo dirci tutto. Per me è la mancanza che fa sorgere lo spirito. La mancanza è stata raccontata così bene da Jean Vigo in L’Atalante (guarda la video recensione). Quando i due amanti sono lontani l’uno dall’atra e si accarezzano… Quella scena fu censurata perché era molto erotica. Per me i fantasmi sono molto erotici, la mancanza è erotica. È una questione di pelle, di odore, di profumo, di qualche cosa che resta. La mancanza, ancora, è Proust, Montale, ah gli italiani, la mancanza è tante cose…lo sapete bene anche voi.


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Mathieu Amalric sul set di Stringimi forte.

Per caso ho ‘incontrato’ al Museo d’Orsay ‘Mathieu Amalric spettatore’. Ero con lei la stessa sera, nella stessa sala e ho visto il suo entusiasmo guardando French Cancan di Jean Renoir. Pensa che bisogna essere un buon spettatore per essere un grande attore e un grande autore ?
Ci sono dei momenti in cui non bisogna vedere film per entrare meglio nella propria testa e poi ci sono i film che ci hanno letteralmente costruito, come quello che lei cita. Ci sono tante immagini che mi abitano che sono entrate nel mio film, come quelle di Coppola (Non torno a casa stasera), ci sono immagini che ci connettono, penso al film di Hamaguchi a Cannes. Lo stato di spettatore è importante per me, così importante che ho voluto fare un film che il pubblico deve costruire insieme alla protagonista. Con Stringimi forte dimentichiamo addirittura delle cose con lei. Anche per questo ho anticipato la rivelazione nel film rispetto alla pièce che la collocava in fondo al racconto. Non volevo che il pubblico si sentisse manipolato ma fosse ‘marionettista’ in comunione con Vicky-Clarisse.

Non so se sono un ‘buon spettatore’ ma certamente amo esserlo. Amo ad esempio girare un film a più riprese, per Stringimi forte poi sono stato obbligato dalle stagioni e dalla montagna, dovevo girare con la neve e col disgelo. Anche montare ogni volta mi permette di essere spettatore, riguardo il montato e reagisco da spettatore. È molto meglio essere spettatore quando si realizza un film che autore, questo è vero. Lavorare con gli altri poi aiuta. Faccio questo lavoro da più di vent’anni con la stessa bande, Christophe Beaucarne, François Gédigier, Olivier Mauvezin…, insomma dal montatore all’accessorista, ci conosciamo tutti, voilà. La stima e la confidenza costruita negli anni gli permette di prendermi in giro, di scherzare, di apprezzare come di criticare, e questo è importante per me, non mi lascerebbero mai fare un’inquadratura di cui non comprendono il senso o cosa racconti. Me lo direbbero. Questa è l’amicizia.

Con gli attori è lo stesso, con Vicky abbiamo fatto il nostro film, oggi e per sempre Stringimi forte sarà il nostro film. Si è presa sulle spalle, si è fatta carico col corpo di tutte le lacrime che ho pianto per scrivere questa storia. Lacrime che il suo personaggio spesso trattiene, non è facile, non è un’inezia per lei, che adesso piange Gaspard. Gaspard Ulliel era un suo grande amico. È orribile quello che accaduto, Gaspard aveva appena cominciato a vivere, a recitare. Era così elegante, così discreto, così dolce, impazziva per la musica, resterà nel nostro cinema con Bertrand Bonello (La bête). La vita come il cinema può essere crudele…


Ci congediamo e Mathieu Amalric mi lancia un saluto come un annuncio, la prossima settimana sarà a Roma per fare una prova costumi. A metà marzo inizieranno le riprese del nuovo film di Nanni Moretti che lo ha voluto come protagonista. Per l’occasione il 4 febbraio presenterà Stringimi forte al Nuovo Sacher, fossi in voi non mancherei. À bientôt monsieur Amalric.


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