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Ultimo aggiornamento lunedì 18 novembre 2019
Argomenti: Auto da corsa
Il team Ford che ha impiegato tutte le risorse per creare un'automobile capace di gareggiare contro la Ferrari. Il film ha ottenuto 4 candidature e vinto 2 Premi Oscar, 1 candidatura a Golden Globes, 3 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 5 candidature a Critics Choice Award, 2 candidature a SAG Awards, 1 candidatura a Producers Guild, 1 candidatura a ADG Awards, In Italia al Box Office Le Mans '66 - La grande sfida ha incassato 3 milioni di euro .
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Le Mans '66 - La grande sfida è disponibile a Noleggio e in Digital Download
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Carroll Shelby è il pilota che nel '59 ha vinto la 24 ore di Le Mans, la più ardua delle gare automobilistiche. Quando scopre di non poter più correre per una grave patologia cardiaca si dedica a progettare e vendere automobili. Con lui c'è il suo fedele amico e collaudatore Ken Miles, dotato di uno spiccato talento per la guida, ma anche di un carattere complicato. Insieme accetteranno la sfida targata Ford di sconfiggere la Ferrari e si batteranno per vincere una nuova 24 ore di Le Mans, contro tutti, a bordo di un nuovo veicolo messo a punto da loro stessi.
Il coraggio uno non se lo può dare, insegnava Manzoni. Lo stesso accade per il talento: o c'è, o non c'è. La tecnica si può affinare, ma la straordinarietà di saper eccellere in qualcosa è una peculiarità che appartiene solo alle viscere di una persona e nulla può scalfirla.
È il caso di Ken Miles, pilota nell'anima prima che sulla pista, capace di battere puntualmente i suoi stessi record. Irascibile, testardo, per nulla diplomatico, vanta volto scavato e carisma di Christian Bale, alla sua ennesima interpretazione magistrale. Pochi come lui, vale la pena ribadirlo, riescono a dar vita a personaggi incredibilmente distanti tra loro e renderli puntualmente credibili e memorabili, che siano di fantasia come Batman o tratti dalla storia come Dick Cheney in Vice e questo stesso pilota di cui restituisce tutta la ruvidità del carattere e l'umanità, cimentandosi per altro in un delizioso accento inglese (un peccato si perda nella versione doppiata). Miles è l'emblema del campione, colui che a testa bassa, con umiltà, porta avanti la sua vita - una moglie, un figlio, un'officina da seguire - ma non rinuncia alla passione e, appena gli viene data la possibilità, dietro a un volante sa correre per trovare la sua rivincita. Tratto da storie vere, il film si rivela una metafora interessante della lotta, molto attuale, tra talento e marketing: vale di più un cavallo di razza o il più addomesticabile e fotografabile di tutti? Miles/Bale risponde in pieno al primo profilo e per nulla al secondo, per questo la grande industria non lo ritiene all'altezza, "non è un uomo Ford", dicono al suo amico e sponsor Carroll Shelby.
Ad interpretare quest'ultimo, un Matt Damon perfetto nei panni di chi sa riconoscere il talento altrui e si spende, anima e corpo, per mostrarlo e difenderlo. Perché è maledettamente difficile riconoscere un talento, altrettanto difficile ammetterlo, ancora di più accettarlo, soprattutto se chi ha talento non appartiene a nessuna lobby e nessuna élite, e non si lascia corrompere né compiacere. Colpisce, funziona, emoziona l'alchimia tra i due protagonisti che porta il pubblico a parteggiare per loro, prima ancora che sulle piste, di fronte alla mentalità delle grandi industrie che frustrano il merito e barattano la bravura con la vendibilità, ieri come oggi. Ottimi anche gli attori nei ruoli minori, dal titanico Tracy Letts che fa arrabbiare e divertire nei panni di Henry Ford 2 a Remo Girone in quelli di Enzo Ferrari, dalla magnetica moglie di Miles Caitriona Balfe al bambino Noah Jupe, già visto in A quiet place. Dietro la macchina da presa c'è James Mangold, bravo a firmare un'opera al contempo adrenalinica, ironica, graffiante e commovente. Travolgente, profondo, il film di Mangold si allinea alla grande tradizione americana dei film basati sugli scontri/incontri tra titani, come Rush di Ron Howard oppure, cambiando settore, Frost/Nixon. Due ore e mezza di puro spettacolo, in cui è impossibile staccare gli occhi dallo schermo. Anche perché a settemila giri al minuto, insegna Mangold, possono succedere tante cose. La più sorprendente, dice Shelby/Damon, è che la macchina con cui corri svanisce. Resta un corpo che attraversa lo spazio e il tempo. È il punto in cui ti chiedi chi sei veramente, e per darti una risposta, a quella velocità, non c'è tempo per mentire.
Negli anni 60 la Ford è stanca di perdere la 24 ore di Le Mans contro la Ferrari, così si affida all'ex pilota e brillante ingegnere Carroll Shelby perché progetti un'auto capace di trionfare nell'impresa. Lui sceglie di mettere alla guida della vettura l'inglese Ken Miles, che dopo un iniziale scetticismo accetta la proposta. I due inizieranno a collezionare vittorie prima alla 12 ore di Sebring e poi alla 24 ore di Daytona, arrivando alla fatidica gara di Le Mans del 1966.
«Quando ho approcciato Logan sentivo che il genere dei supereroi era diventato troppo dipendente dalla computer grafica, quindi ho voluto renderlo quando più emotivamente e fisicamente reale possibile. E lo stesso proposito mi ha seguito in Le Mans '66 - La grande sfida. Volevo vedere un film di corse dove le auto non fossero creazioni digitali e dove fossimo davvero sulla pista. E non solo per parlarne in conferenza stampa, ma perché fa una effettiva differenza quando si vede qualcosa di reale sullo schermo».
James Mangold
Le Mans '66 - La grande sfida è l'atteso nuovo film di James Mangold, che con Logan ha sbalordito pubblico e critica firmando un film di supereroi come nessun altro, quasi replicando la brutale efficacia dell'ultimo Mad Max di George Miller. Da Mangold, in un'era di blockbuster sempre più in green screen, il pubblico e la critica sperano di riavere l'azione e l'emozione di un cinema d'altri tempi, coniugata alle moderne possibilità di ripresa ma senza esserne travolta.
Non tutta la carriera di Mangold è sotto il segno dell'eccellenza e il regista, nominato all'Oscar per la sceneggiatura di Logan, in passato ha sbagliato più di un colpo con flop di critica e commerciali come Innocenti bugie e Wolverine - L'immortale, ma fin dalla sua opera seconda, Cop Land con Stallone, ha dimostrato di avere tra le sue carte la rara capacità di coniugare il genere con il realismo. Inoltre è talentuoso nella direzione degli attori e con Quando l'amore brucia l'anima ha fatto ottenere una nomination all'Oscar a Joaquin Phoenix e una statuetta dorata a Reese Witherspoon.
Al suo fianco in Le Mans '66 - La grande sfida ci sono due tra i più rispettati volti della loro generazione: l'americano Matt Damon nei panni di Carroll Shelby e l'inglese Christian Bale in quelli di Ken Miles. Nonostante il budget significativo e il rombo dei motori, sono loro il vero centro del film. Tanto che sul set si dicevano scherzosamente, ma non troppo, di star realizzando l'ultimo grande studio di personaggi di Hollywood, avvolto in una storia di corse.
Un sentimento confermato anche da Mangold, che ha dichiarato «Queste sono persone reali con amori e perdite e paure che non sono liquidate in tre brevi intermezzi tra una scena d'azione e l'altra a 100 decibel e lunga dodici minuti. È un tour de force di recitazione e Matt e Christian non sono mai stati così bravi». Non un complimento da poco, visto che se Damon dopo Sopravvissuto - The Martian ha passato un periodo relativamente appannato, Bale è invece reduce dal trionfo di Vice - L'uomo nell'ombra, che gli è valso un meritatissimo Golden Globe, oltre che una nomination all'Oscar.
Nei panni di Henry Ford II e del suo manager Lee Iacocca troviamo rispettivamente Tracy Letts e Jon Berntha, il primo rodato caratterista al cinema e in Tv, per esempio nell'apprezzatissimo Lady Bird, e il secondo invece noto per i suoi ruoli in The Walking Dead, The Punisher e Baby Driver. Mentre i loro rivali italiani, ossia Enzo Ferrari e il suo fido Franco Gozzi, sono interpretati da Remo Girone e Corrado Invernizzi. Il ruolo della moglie di Ken, Mollie Miles, è poi rivestito dall'irlandese Catriona Balfe, la star della serie Outlander.
Infine, dietro la macchina da presa, collaborano con James Mangold il direttore della fotografia greco Phedon Papamichael e il musicista italoamericano Marco Beltrami. Quella con tra il regista a Papamichael è una rinnovata collaborazione visto che i due avevano lavorato insieme fin dal thriller Identità del 2003 e si erano separati solo per i due film su Wolverine. Beltrami aveva ottenuto al fianco di Mangold una nomination all'Oscar per Quel treno per Yuma nel 2007, ma poi i due si erano separati per ritrovarsi solo nel dittico sul mutante artigliato e ora il loro rapporto continua in Le Mans '66.
James Mangold dirige la storia sulla preparazione alla 24 ore di Le Mans 1966, annata storica che portò il cambio della guardia al vertice e chiuse l’indiscussa egemonia Ferrari verso la altre case, Ford in primis. Al centro del racconto due tycoon come Henry Ford II ed Enzo Ferrari, col primo re delle vendite ma lontano da trofei sportivi e il Drake in crisi economica ma indubbio trionfator [...] Vai alla recensione »
Che cosa vale di più tra un mucchio di parole e una chiave inglese? E perché si corre in auto portando il motore a settemila giri? A queste due domande James Mangold e gli sceneggiatori Jez Butterworth, John-Henry Butterworth e Jason Keller "appendono" il loro Le Man' s '66 - La grande sfida (Ford v Ferrari, Usa e Francia, 2019, 152'). Siamo a metà degli anni 60.