Le Mans '66 - La grande sfida

Un film di James Mangold. Con Matt Damon, Christian Bale, Jon Bernthal, Caitriona Balfe, Tracy Letts.
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Titolo originale Ford V. Ferrari. Azione, Ratings: Kids+13, durata 152 min. - USA 2019. - 20th Century Fox uscita giovedý 14 novembre 2019. MYMONETRO Le Mans '66 - La grande sfida * * * 1/2 - valutazione media: 3,64 su 33 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Vivere a Tutto Gas Valutazione 3 stelle su cinque

di jaylee


Feedback: 13132 | altri commenti e recensioni di jaylee
domenica 24 novembre 2019

Di questo film, storia più o meno vera di una casa automobilistica che volle diventare anche una scuderia sportiva, si parla da quasi 10 anni, tanto ci è voluto per portarlo sul grande schermo. James Mangold al timone, l’uomo che ha risollevato le sorti del supereroe Wolverine qualche anno fa (2013 e 2017) e raccontato ancor prima le gesta di Johnny Cash (2005).
Dicevamo: siamo a metà anni ’60, e la Ford (guidata dal nipote del fondatore), decide di investire sul mercato delle auto sportive con il lancio della mitica Mustang, piccolo problema: è un brand da famiglie, e quella Mustang non la vuole nessuno. Bisogna che Ford sia associato all’adrenalina e ai 300km all’ora, alle gare eroiche, e la più eroica di tutte è la massacrante 24 Ore di LeMans. I suoi dirigenti prima provano ad acquistare la Ferrari, e ricevono uno storico due di picche da Enzo Ferrari in persona; poi decidono di affrontarla acquistando la piccola Shelby, guidata dall’ultimo vincitore americano di LeMans, Carrol Shelby, che punterà su un pilota inviso ai vertici della Ford, Ken Miles. Finale imprevedibile, come solo la realtà può esserlo.
E’ un vero e proprio omaggio al coloratissimo mondo delle corse anni ’60-70, quello di Mangold, tanto che la locandina richiama l’iconico LeMans (1971) con l’altrettanto iconico Steve McQueen; un mondo dove il pilota conta come e più dell’auto che guida a rischio constante e concreto della morte. Curiosamente non è tanto un film di Davide contro Golia, anche perché in questo caso il Davide sono i ricchi produttori della Ford, e il Golia sono i nostrani artigiani di Maranello (che Mangold, alla fine, dipinge molto più simpatici della controparte a stelle e strisce, Enzo Ferrari in primis – peraltro, bravissimo Remo Girone). Se proprio c’è una battaglia, al di là di quella sulla pista, è quella dei due amici, Shelby e Miles, legati dalla passione per i motori e dalla velocità come mezzo per trascendere la vita e la morte, e i markettari della Ford, solamente interessati a vendere auto. Più di una volta gliene faranno di tutti i colori per intralciare i due amici e prendersi i meriti seduti davanti ad una scrivania, e non in mezzo all’olio, alla benzina, alle lamiere.
Sono davvero molto bravi i protagonisti, Matt Damon nei panni del direttore della scuderia che deve coniugare lealtà e merito in un mondo dove questi non vanno di pari passo; e Christian Bale, all’ennesima trasformazione fisica (stavolta è il turno del Bale magro), pilota burbero e ossessionato dal demone della velocità. Entrambi sacrificheranno tutto o quasi. La chimica tra i due è palbabile, non ci dispiacerebbe rivederli assieme presto. Bene anche Jon Bernthal nei panni del futuro magnate di Ford e GM Lee Iacocca e l’odiosissimo Josh Lucas, nei panni del burocrate Beebe.
È il film in sé che, pur essendo tecnicamente ineccepibile (fotografia, musica, tutto sopra la media), incluse le gare, buon mix tra adrenalina e meccanica, sembra non sfondare mai quel “muro del suono” che separa il buon film dall’ottimo film. È che Mangold non scava mai abbastanza nell’ossessione dei due protagonisti, e come solo loro due capiscono l’auto come se fosse un’estensione del proprio corpo "a 7000 giri al minuto", e, istintivamente, rifiutano la superficialità dei burocrati della Ford: su tutte, una bellissima scena, quando Shelby “rapisce” Ford II e gli fa fare il giro sulla sua Ford GT più adrenalinico, spaventoso, e vivo della sua esistenza, tanto che lo stesso magnate scoppia in un pianto liberatorio “non avevo idea… vorrei che mio nonno fosse qui ora”. Mangold invece molla il piede dall’acceleratore quando avrebbe dovuto spingere, grazie anche ai due bravissimi protagonisti. In un ipotetico podio,  questo LeMans '66 è un po’ sotto Rush di Ron Howard, secondo noi.
Ben piazzato, ma non un Vincitore. (www.versionekowalski.it)

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