Le Mans '66 - La grande sfida

Un film di James Mangold. Con Matt Damon, Christian Bale, Jon Bernthal, Caitriona Balfe, Tracy Letts.
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Titolo originale Ford V. Ferrari. Azione, Ratings: Kids+13, durata 152 min. - USA 2019. - 20th Century Fox uscita giovedì 14 novembre 2019. MYMONETRO Le Mans '66 - La grande sfida * * * 1/2 - valutazione media: 3,64 su 33 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il cuore a 7.000 giri al minuto Valutazione 4 stelle su cinque

di Lucio Di Loreto


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venerdì 22 novembre 2019

James Mangold dirige la storia sulla preparazione alla 24 ore di Le Mans 1966, annata storica che portò il cambio della guardia al vertice e chiuse l’indiscussa egemonia Ferrari verso la altre case, Ford in primis. Al centro del racconto due tycoon come Henry Ford II ed Enzo Ferrari, col primo re delle vendite ma lontano da trofei sportivi e il Drake in crisi economica ma indubbio trionfatore di gare e nicchia automobilistica. E’ proprio il cavillo Le Mans che fa saltare l’accordo e l’unione finanziaria tra i due, portando il magnate americano a dichiarare guerra al rivale, pronto perciò ad assegni in bianco pur di ottenere uomini e mezzi che innalzino il suo marchio nella più prestigiosa corsa d’epoca. E’ troppo infatti per l’italiano arrivare a patti, visto che le macchine col cavallino rampante vincono la gara consecutivamente dal 1960. Tracy Letts e Remo Girone impersonano al meglio i due boss e come la loro autorità suscitava terrore e rispetto verso chiunque ne intralciasse gloria e affari, col primo contornato di business men per l’immagine e il secondo working guy alla mano, coi padiglioni dello statunitense a cambiare modelli quotidianamente e quelli del modenese a mantenere gli stessi orgogliosi e classici prototipi da perfezionare anno dopo anno. Anche durante la sfida Ford arriva, da un’occhiata e poi però riparte con mezzi aerei privati, a differenza dell’avversario, che segue partenza, sorpassi, cambi, accelerate e lavori meccanici come fosse un dipendente qualunque. Per riuscire nel miracolo Carroll Shelby, visionario ingegnere e iconico ex vincitore di gara anni addietro, viene elevato al ruolo di comandante della scuderia statunitense, con l’autorizzazione a scegliere senza badare a spese ogni contromossa che pareggi il gap coi rivali, sopportando nemici interni e interferenze societarie, reinventandosi designer e progettista e ingaggiando per di più Ken Miles, suo collaudatore ma testa calda se ce ne è una. Matt Damon e Christian Bale si confermano nell’elite del cinema con due interpretazioni assolutamente azzeccate e riuscite, vedendo gli eventi storici e i caratteri biografici dei loro personaggi. In realtà Shelby e Miles sono la stessa persona, o meglio l’uno la capacità di concludere quello che l’altro non può più fare, a causa di un cuore malandato e l’età che avanza, la quale lo spinge a quietarsi ed accettare compromessi aziendali per “svoltare” la vita, come far fuori l’amico/socio per decisioni dall’alto, prima di battere i tacchi nell’unico modo che conosce al cospetto di Ford stesso: catapultandolo a 300 Km orari su una pista aerea. L’acting di Matt rappresenta la prova di maturità della sua ricca carriera, grazie alle mille sfaccettature che il suo Carroll riesce a trasbordarci, rassicurandoci che andrà tutto bene ma esplodendo il giusto, anche con qualche furbizia del mestiere, quando le ingiustizie sono pronte a vessare i nostri due eroi. Bale invece, ritrova Mangold dopo “Quel treno per Yuma”, e ne riceve la stessa magistrale libertà che ottenne da David O. Russel nel cavalcare il Dicky di “The Fighter”, prenotandosi l’ennesimo viaggio agli Oscar. Il soggetto è stracolmo di “direttive” sociali e di come, ieri quanto oggi, il padrone pieghi dipendenti e lavoratori, prediligendo soldi, sponsor, marketing e ricchezze varie alla scoperta del talento interno, mettendo l’immagine del proprio driver quasi sopra alle sue caratteristiche di guida. La famiglia è ciò che più di tutto permette la redenzione umana, assecondando pure nelle forastiche e deleterie diatribe coi clienti in officina, pena i sigilli all’attività, sostenendo addirittura il ritorno in pista, sia prima che dopo “l’offerta che non si può rifiutare”. Grazie a Bale, Ken Miles entra nel cuore di tutti e lo rimarrà in eterno, facendolo conoscere anche alla massa estranea al mondo automobilistico, per il quale è un’icona indelebile, pure per l’amore estremo verso l’onnipresente figlio al seguito, affetto che mischia alla grintosa strafottenza da simpatica canaglia contro chiunque raffiguri un mainstream commerciale e pubblicitario e al rispetto verso chi cavalchi l’onda della velocità, che sia Lorenzo Bandini oppure il Drake stesso, unico ad eleggerlo vincitore. E’ proprio un finale un po' dubbio che lascia pochi strascichi negativi, cambiando forse le carte in tavola su chi fosse in realtà la mente dietro l’arrivo in parata delle tre Ford, così come porre il pilota di punta Ferrari troppo rude e Franco Gozzi fisicamente improbabile, dando in maniera esagerata e hollywoodiana un’immagine negativa e nemica degli uomini in rosso. Risalta altresì maggiormente la figura rancorosa e invidiosa di Leo Beebe (Josh Lucas) a dispetto dell’astro nascente ed ideatore principe della sfida Lee lacocca, troppo presto abbandonato dalla sceneggiatura, che si fa infatti preferire nelle scene d’azione, quando Miles è solo con la sua creatura o durante le tante e appassionate rese dei conti. Scarsa, superficiale e troppo cinematografica è la spiegazione dall’appaiamento tra le due scuderie, facendo sembrare quasi elementare l’alleggerimento del prototipo americano per raggiungere finalmente il livello avversario; lo stesso si può dire degli improbabili contraccolpi e fuori giri durante i sorpassi, ma questi si possono perdonare per l’effetto scenico. La fotografia di Papamichael è eccezionalmente poco sobria e accesa, andando di pari passo con le perfette inquadrature ravvicinate, i piani sequenza e i campi lunghi ampliati del regista, che con frame accostati ai protagonisti porta lo spettatore a concorrere anch’egli. Fantastica è pure la scenografia, che ripropone fedelmente i circuiti dove si svolgono gran finale e numerose prove. Il messaggio del regista e della scrittura sta nel rendere unici questi animali da pista, risultando una comune a parte, utilizzando come ossigeno l’adrenalina e il salto nel vuoto che la loro anima ottiene quando si arriva ai famigerati 7.000 giri, momento nel quale il cuore parte verso una dimensione astratta che nessun comune mortale potrà mai capire, nonostante si vada incontro a complicazioni cardiache nel migliore dei casi o alla morte nel peggiore. Una conclusione alla American Sniper forse si sarebbe preferita, per l’amore profuso nel Bale/Miles, senza renderci partecipi della sua tragica fine ma narrandola magari con titoli di coda, mentre il commiato di Damon/Shelby col piccolo Peter è per cuori forti, prima che il rombo della sua decappottabile lo rinsavisca e riporti nella retta via, fatta di adrenalina, poesia e romanticismo!

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