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giovedì 19 ottobre 2017

Articoli e news Paolo Sorrentino

47 anni, 31 Maggio 1970 (Gemelli), Napoli (Italia)

Paolo Sorrentino presenta This Must Be the Place, road movie con Sean Penn.

This Must be Italy

This Must be Italy Strano oggetto Sorrentino. Sarcastico, sfuggente, sempre un pezzo più avanti del suo interlocutore. I suoi film sono come lui e l'ultimo, This Must Be the Place, presentato a Cannes e in uscita il 14 ottobre, gli assomiglia moltissimo. È come se il pubblico, quello dei critici che hanno incontrato ieri a Roma il regista campano con lo sceneggiatore Umberto Contarello, davanti a Sorrentino si sentisse smarrito. Il triangolo delle Bermuda della poetica cinematografica italiana dell'ultimo ventennio (salotto – risata - sentimento) è sparito dalla mappa. Il navigatore non riconosce le coordinate satellitari. Siamo in Italia, almeno per quel che riguarda la biografia degli autori, ma sembra America. Nel cast c'è Sean Penn, la giovane figlia di Bono Vox, Eve Hewson, c'è la maestosa Frances McDormand, c'è David Byrne dei "Talking Heads". Continua »

Applausi a scena aperta per This must be the place con Sean Penn.

A Cannes il Road'n'roll di Sorrentino

A Cannes il Road'n'roll di Sorrentino Risate in sala, un applauso a scena aperta ed entusiasmo generale a fine proiezione: il road’n roll This must be the place di Paolo Sorrentino, programmato in coda al concorso, piace e convince soprattutto il pubblico internazionale. Già cult l’interpretazione di Sean Penn, applaudito al primo fotogramma e ininterrottamente in scena per 118 minuti, in una prova d’attore che l’umore generale lancia in corsa per il premio alla migliore interpretazione: «Non mi sono ispirato a Ozzy Osbourne», precisa lui in conferenza stampa, anche se la mimesi è evidente persino nella voce. Meno trascinante l’incontro con il cast, musi duri e caratteri difficili, scontroso da copione Paolo Sorrentino, sfuggente come sempre Sean Penn, lo sceneggiatore Umberto Contarello è l’unico a ringraziare per i complimenti ricevuti. Il messaggio lanciato da questa edizione di Cannes è chiaro: un artista, per eccellere, non affatto bisogno di essere simpatico.

La leggenda dice che vi siate conosciuti a Cannes: è vero?
Paolo Sorrentino: Confermo. È vero.

Com’è stato recitare per Sorrentino?
Sean Penn: È un piacere lavorare con uno come lui: gli attori cercano sempre sfide nuove, e Paolo ti offre esattamente questo. Lo ritengo uno dei pochi maestri del nostro tempo, è un uomo ispirato e in grado di pensare film molto originali. Durante la lavorazione è stato come se lui suonasse il piano mentre io giravo le pagine dello spartito.

Da dove arriva l’idea di questa storia?
Sorrentino: Il punto di partenza è stato l’idea della ricerca di un criminale nazista che si nasconde chissà dove. A quello si è poi aggiunto il desiderio di raccontare il romanzo di formazione di un cinquantenne rimasto bambino. In un terzo momento ho pensato che il protagonista potesse essere una rockstar.

Perché un film sulla vendetta?
Penn: La vendetta è un tema che appartiene agli Stati Uniti, basta guardare la reazione scatenata dall’uccisione di Osama. Ma la vendetta nel film è solo una molla, la cosa più importante è il viaggio del mio personaggio, un innocente naive alla ricerca di sé.

È la prima volta che Sorrentino sceneggia a quattro mani?
Sorrentino: Si. Ma conoscevo da anni Umberto Contarello, ho cominciato con lui. Siamo accomunati dallo stesso amore per gli Stati Uniti e per il viaggio.
Umberto Contarello: Dopo che Paolo mi ha raccontato la sua idea, abbiamo cominciato a scriverla come fosse la cosa più naturale del mondo. Parlavamo con la stessa voce, e questa sintonia ci ha permesso di affrontare nel film argomenti diversi ma con un tono unitario.

Come avete costruito il personaggio di Penn?
Penn: Io e Paolo abbiamo parlato a lungo della depressione e di come quella malattia possa incidere anche fisicamente sull’individuo. Paolo aveva le idee molto chiare sul fisico del personaggio.

Il rock è morto?
Penn: So solo che il rock è stato importantissimo in passato. Era l'indice del malessere della società borghese.

Come avete lavorato sulla fotografia degli ambienti americani?
Sorrentino: Io e il direttore della fotografia Luca Bigazzi eravamo eccitatissimi, come bambini in un mondo tutto da esplorare. Negli Stati Uniti girare in esterno sembra più facile, sono il luogo cinematografico per eccellenza. Ma ho sviluppato anche una morbosa curiosità per gli interni, facendo moltissimi sopralluoghi.

Tornerebbe a girare in America?
Sorrentino: Certamente. Questo film è un nuovo inizio, un’esperienza unica e indimenticabile. Ma prima di riprovare in America, vorrei chiudere questo film. Purtroppo so fare solo una cosa alla volta.

Cosa pensate dell’Irlanda, una delle location del film?
Penn: Avevo già lavorato a Dublino e la trovo ancora una città straordinaria nonostante la recessione. Ho passato dei bei momenti con gli irlandesi, che sono la più importante risorsa del paese.

David Byrne alle musiche e in un cameo: è stato difficile convincerlo?
Sorrentino: Visto che era in sceneggiatura fin dall’inizio, eravamo preoccupati che non accettasse. Invece si è convinto. Gli ho chiesto di comporre canzoni come le scriverebbe un ragazzo di 18 anni e lui, che è un artista poliedrico, si è divertito moltissimo a farlo.

C’è qualche punto di contatto tra This must be the place e Il divo?
Sorrentino: L’unica cosa che hanno in comune è la stranezza dei protagonisti. Atipici ma possibili, mai caricature. Nel caso de Il divo il protagonista esisteva realmente, ma anche la rockstar di This must be the place potrebbe esistere, ci sono musicisti che gli somigliano molto. Penso che il cinema sia fatto per raccontare personaggi così.

Quanto deve il vostro film a pellicole come Paris Texas?
Sorrentino: Non saprei, Paris Texas non lo vedo da molti anni. Credo sia una delle tante influenze che restano impigliate in testa anche se distanti nella memoria.

Pensate di vincere la Palma d’oro? Il Divo c’era quasi riuscito...
Sorrentino: Non c’entra niente il numero di volte che si è ammessi al concorso, non è che uno al festival di Cannes fa carriera. Già presentare qui un film è un grandissimo risultato.
Penn: Ci sono in concorso molti film meravigliosi, io che sono stato in giuria so che tutto dipenderà dalla reazione soggettiva dei membri. Ma non è una coincidenza ritrovare Paolo in concorso al festival: ha un tocco magico e io spero di festeggiare con lui una vittoria.

Risse, fischi e applausi, le reazioni a The Tree of Life.

Cannes perde la testa per Malick

Cannes perde la testa per Malick Rissa all'ingresso in sala, una fila iniziata nelle prime ore del mattino, le porte del Palais che si chiudono in anticipo sollevando il malumore generale. Cannes perde la testa per The Tree of Life di Terrence Malick, il film più atteso del concorso, ambiguamente accolto da applausi e fischi ma da tutti ardentemente desiderato. Al cinema dal 18 maggio, The Tree of Life ha esaltato e irritato il pubblico, spaccandolo a metà: chi ha amato i primi 90 minuti di muta cosmogonia, chi non li ha tollerati, chi semplicemente non li ha capiti. Nessuno, in ogni caso, è qui per dare spiegazioni sul film. Terrence Malick non è a Cannes o non si mostra, «è troppo timido e lo sapete», dice in conferenza stampa la produttrice Sarah Green, che spiega: «Ognuno deve vivere questo film in maniera personale. Qualunque spiegazione sarebbe di troppo, corromperebbe il processo». Intorno al convitato di pietra si radunano sei persone, la produttrice Green con i colleghi Dede Gardner, Grant Hill, Bill Pohlad e gli attori Jessica Chastain e Brad Pitt. Assente giustificato Sean Penn, si dice per impegni di lavoro (ma si pensa per civetteria, riservandosi di apparire da protagonista assoluto solo a fine festival, nel film di Paolo Sorrentino This must be the place). Pitt, che di The Tree of Life è anche produttore, regge al fuoco di fila delle domande: il suo entusiasmo per il film pare autentico, nonostante dia l'impressione di non avere le idee chiarissime sul suo contenuto metafisico.

Malick non c'è: vi ha dato indicazioni su cosa dovete dire?
Pitt: No. Ma è normale che non ci sia: lui lavora per costruire case, non per venderle. Vendere è il compito degli attori.

Com'è stato il lavoro sul set?
Pitt: La parte più interessante è stata il processo creativo, che non è mai veramente terminato. Terrence lavorava giorno per giorno, scriveva al momento, ci dava nuove pagine di copione ogni mattina e non voleva che le imparassimo bene. Abbiamo trascorso molto tempo insieme a lui nella casa che è al centro del film, prima di girare. È stata un'esperienza straordinaria e potrei andare avanti a parlarne per giorni.

Ma com'è dal vivo il misterioso Malick?
Pitt: Come tutti gli esseri umani sorride, mangia, va alla toilette. È incredibilmente dolce e ha un carattere piacevole. Ama e rispetta tutti i suoi personaggi allo stesso modo, e questo fa di lui un grandissimo regista.

L'esperienza con Malick cosa le ha lasciato?
Pitt: Mi ha cambiato, mi ha fatto venir voglia di andare in un'altra direzione, dare spazio a nuovi talenti, sperimentare: dire sì ai film commerciali, ma anche a quelli piccoli d'autore.

Quindi se le offrissero un blockbuster alla Mission Impossible direbbe di no?
Pitt: Non esageriamo, non vorrei mai perdermi la possibilità di fare Mission Impossible... Diciamo che adesso voglio provare cose nuove, progetti che mi costringano a pormi delle domande importanti.

Che ruolo ha la religione cristiana in The Tree of Life?
Pitt: È un film più spirituale che cristiano: abbiamo fatto molti dibattiti teologici durante le riprese, ma l'opera non riflette una religione o una filosofia in particolare. Credo che le comprenda tutte perché rimanda a una spiritualità universale che possa interessare gli spettatori di tutte le culture.

Lei è cristiano?
Pitt: Sono cresciuto cristiano, convinto che Dio si sarebbe preso cura di me, poi ho scelto di camminare con le mie gambe. Ma quelle stesse domande che mi ponevo attraverso la religione, sulla sofferenza e sulla morte, le ho ritrovate nel film di Malick. E questo è uno dei motivi per cui ho accettato di farlo.

Cosa ha provato rivedendo il film a Cannes?
Pitt: Mi ha sorpreso ancora una volta il genio di Malick, il suo straordinario modo di incrociare la grandezza dell'Universo, il macrocosmo della la Natura, con il microcosmo della famiglia di cui seguiamo la storia.

Cosa l'ha convinta a partecipare al film? Solo la regia di Malick?
Pitt: Da produttore riconosco al volo un buon progetto quando lo vedo. E poi il film mi dava la possibilità di recitare questo padre oppressivo, con quel suo strano rapporto con i figli.... spero che i miei bambini vedano The Tree of Life al più presto, perché credo di essermela cavata piuttosto bene come attore.

È un film in qualche modo autobiografico? Si rivede in qualche personaggio?
Pitt: È un film universale, che parla a grandi e bambini. C'è senz'altro qualche suggestione che mi appartiene, come l'amore per la natura, il ricordo della grazia e della purezza della madre, il sogno americano incarnato dalla figura del padre. Ma non penso che un film così universale possa avere a che fare con l'esperienza di un singolo individuo.

Suo padre era oppressivo come il suo personaggio nel film? E lei com'è con i suoi figli?
Pitt: Mio padre non era assolutamente così. Quanto a me io li picchio regolarmente, i miei figli. (ride)

Dove avete girato?
Pohlad: In Texas, nel Tennessee e nello Utah, alcune sequenze nel Great South Lake.

Il sistema-Malick, così creativo, crea problemi alla produzione?
Green: No. Anche perché è un grande professionista: Malick lavora giorno e notte, più o meno velocemente, ed è in grado di capire all'istante se una scena è bella o meno.
Pohlad: Le riprese sono organizzate, non del tutto improvvisate. Parliamo sempre con lui di quel che sta per girare.
Hill: Senza contare che il film per lui continua anche in post-produzione. Vogliamo che mantenga nel montaggio la stessa libertà di espressione che ha sul set.
Chastain: Girare con lui è come lasciarsi andare, perdere completamente il controllo. La sua più grande qualità è quella di creare un set in cui accadano spontaneamente eventi, momenti speciali, non previsti dalla sceneggiatura: la scena della farfalla, che vedete nel film, non era nello script. È semplicemente accaduta...
Pitt: ... e quando succedono cose del genere, capisci che sei in buone mani. Con Malick non hai mai paura.

Una lettura retrospettiva di The Young Pope di Sorrentino, le due puntate della serie presentate alla Mostra del Cinema di Venezia.

Il papa di Sorrentino, trasgressivo ma anche reazionario

domenica 18 settembre 2016 - Pino Farinotti da FOCUS

Il papa di Sorrentino, trasgressivo ma anche reazionario

Alice Rohrwacher premiata a Cannes: un bel segnale.

ONDA&FUORIONDA

domenica 1 giugno 2014 - Pino Farinotti da FOCUS

ONDA&FUORIONDA Il film Le meraviglie diretto da Alice Rohrwacher ha dunque vinto il Grand prix della giuria al festival di Cannes. Il trofeo viene considerato il secondo in ordine di importanza, dopo la Palma d'oro. Il riconoscimento è un bel segnale, che riallaccia il filo d'oro dell'Oscar, attribuito alla Grande bellezza di Sorrentino. Ed è recente anche il Leone d'oro attribuito a Gianfranco Rosi col suo Sacro Gra, lo scorso settembre al festival di Venezia. Non vincevamo il "Leone" dal 1998 (Così ridevano di Amelio) e l'Oscar dal '99 (La vita è bella di Benigni) e continuiamo a non vincere la Palma dal 2001 (La stanza del figlio di Moretti). Continua »

   

Road to the Oscars.

Il cinema in movimento

lunedì 20 gennaio 2014 - Roy Menarini da APPROFONDIMENTI

Il cinema in movimento Una volta assegnati i Golden Globe, e annunciate le candidature agli Academy Awards (con magno gaudio del nostro Paolo Sorrentino), si può dire che ci avviciniamo alla conclusione di quel lungo percorso che la stampa americana definisce come la "strada verso gli Oscar". La differenza rispetto a un periodo ormai lontano (ma recente nel ricordo) è che il numero, e il novero, di premi attribuiti in questo bimestre è impressionante. Facciamo un breve elenco, peraltro incompleto: Screen Actors Guild Award, Critics Choice Award, Independent Spirit Award, Directors Guild of America Award, American Cinema Editors Award, AFI Awards e altri; poi in Europa Bafta Award, European Film Awards, British Independent Film Awards...
Aggiungiamo ora le organizzazioni ufficiali di critici e le società di giornalisti che hanno a loro volta attribuito premi, sebbene puramente virtuali e senza alcuna statuetta da consegnare. Tra di esse, solo in America si trovano Online Film Critics Society, Alliance of Women Film Journalists, Prix Louis-Delluc, National Board of Review, National Society of Film Critics, Women Film Critics Cycle, African-American Film Critics Association, e tutte le organizzazioni di critici di ogni singola città statunitense e canadese (Boston Society of Film Critics, Chicago Film Critics Association, ecc., e poi ci lamentiamo che ci siano troppi critici in Italia).
Infine, con un flashback di qualche settimana, è giusto ricordare che a fine 2013 furono le principali riviste cartacee e online a proporre le proprie liste dei migliori, in alcuni casi frutto del voto dei redattori, in altri casi dei lettori, in altri ancora di entrambi: in Italia storicamente svolge il compito Ciak, ma se allarghiamo lo sguardo all'editoria internazionale, troviamo le classifiche di Artforum, Cahiers du Cinéma, Film Comment, Guardian, Independent, Indiewire, Les Inrockuptibles, Sight and Sound, Time, Time Out, Variety, Village Voice, e mille altri. Last but not least, anche alcuni cineasti e autori hanno voluto rendere pubbliche le loro classifiche, per cui ora sappiamo che tra i migliori film 2013 di Quentin Tarantino c'è a sorpresa The Lone Ranger di Gore Verbinski, che Pedro Almodovar premia The Act of Killing come primo e La grande bellezza come secondo, e così via.
Tutte queste informazioni, facilmente recuperabili sul web, offrono l'idea che ci siano più premi che film, più liste che titoli, più classifiche che vere e proprie nozioni di gusto. Tuttavia, se si mette da parte lo sconcerto e - come si suol dire - si "sta al gioco", allora forse comprendiamo meglio come il cinema oggi vada anche considerato un frutto della società ludica. Da qualche tempo, infatti, storici e sociologi parlano di "gamification", ovvero di una ludicizzazione della cultura contemporanea, non solo attraverso i veri e propri giochi (videogame, quiz, test, app, sondaggi, poll, ecc.) ma anche nell'offrire un aspetto giocoso e sportivo a forme artistiche più seriose.
Questa pioggia di premi e premietti, insomma, ha tutta l'aria di soddisfare la nostra esigenza un po' infantile al divertimento e alla gara, al gioco e al cimento, iniettando anche nel cinema - negli anni della sua avvenuta istituzionalizzazione - quell'aspetto ludico che permette di prendersi sul serio senza esagerare. La seconda esigenza che le liste soddisfano è quella di archiviare e fissare per sempre un magma di film, prodotti audiovisivi e titoli che superano abbondantemente ciò che ciascuno di noi può guardare in un anno. Così che in futuro sapremo - o penseremo di sapere - che cosa valeva la pena vedere in quel determinato anno.

   

Sorrentino verso l'Oscar con alleati sicuri: Fellini e Roma.

ONDA&FUORIONDA

lunedì 20 gennaio 2014 - Pino Farinotti da FOCUS

ONDA&FUORIONDA La grande bellezza di Paolo Sorrentino ha dunque ottenuto il Golden Globe come migliore film straniero. È un riconoscimento importante anche se non fa la storia come l'Oscar, Cannes e Venezia. È regola, ed è quasi assunto, che chi vince il "Globe", molto probabilmente si ripete agli "Oscar". Accade spesso. È successo negli ultimi tre anni: In un mondo migliore (2011), Una separazione (2012), Amour (2013), si sono, appunto, ripetuti. Il premio della Hollywood Foreign Press Association non è mai stato amico del cinema italiano. Si registrano solo tre riconoscimenti. Il primo appartiene a De Sica, con La ciociara, del 1962. Un film che viene identificato soprattutto con la protagonista Sophia Loren, che ottenne poi l'Oscar personale. Nel 1978 fu la volta di Scola, con Una giornata particolare, e anche quella volta c'era di mezzo la Loren. Nell'era recente ecco Nuovo cinema Paradiso, di Tornatore, che poi vinse anche l'Oscar. Continua »

   

L'aspettativa degli stranieri sul nostro cinema e l'esportabilità dell'immaginario italiano.

Lo sguardo ostinato

martedì 28 maggio 2013 - Dario Zonta da FOCUS

Lo sguardo ostinato Che vinca o non vinca, che venga accolto bene o male, che sia selezionato o meno, il cinema italiano, quando è a un festival, si mette sempre al centro dell'attenzione, cercando in questo modo di recuperare una rilevanza internazionale sempre più modesta, a causa non solo della qualità alterna dei film, ma anche della scarsità del finanziamento pubblico destinato al settore che rende il cinema italiano sempre meno competitivo. Per inciso i francesi, che a Cannes sono sbarcati in Concorso con una valanga di film (Concorso che alla fine hanno vinto con Kechiche), per non contare le co-produzioni (è molto difficile accedere alle sezioni competitive della Cannes se non c'è comunque un pizzico di Francia nel progetto produttivo), investono nel cinema 10 volte di più di quanto fa l'Italia (400 circa milioni contro 40).

   

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Paolo Sorrentino e la nuova serie televisiva su un giovane Papa
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