Altman

Un film di Ron Mann. Con Julianne Moore, Bruce Willis, Robin Williams, Keith Carradine, James Caan.
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Documentario, durata 95 min. - Canada 2013. - MYmovies.it uscita giovedì 16 ottobre 2014. MYMONETRO Altman * * * - - valutazione media: 3,41 su 9 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
Consigliato sì!
3,41/5
MYMONETRO®
Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
 dizionari * * * 1/2 -
 critica * * * - -
 pubblicon.d.
Presentato a Berlino 2013, il documentario segue la vita di Altman dall'infanzia all'Oscar nel 2006.
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Un documentario a più voci che dietro la narrativa caleidoscopica e l'apparente disinvoltura rivela una struttura solida
Marzia Gandolfi     * * * 1/2 -

L'arte del racconto è obliqua per natura, ovvero mentre si racconta qualcosa si racconta sempre insieme un'altra storia, quella delle reazioni di chi è stato testimone, protagonista, spettatore di quella storia. La storia per Ron Mann è quella di Robert Altman, svolta in novantacinque minuti dalla sua famiglia, quella biologica e quella artistica. Irreperibile agli occhi dello spettatore, Robert Altman era un attore senza apparenze, un narratore impassibile, onnipotente, polimorfo, che film dopo film dimostrò la libertà che hanno le cose di accadere. Difficile perciò afferrarlo, attribuirgli un corpo, difficile incarnare la profondità del suo sguardo cinematografico, esatto, millimetrico, altrove. Ci provano con partecipazione rifinite voci attoriali, chiamate a definire l'aggettivo altmanesque e le qualità che esprime.
In Elliott Gould, James Caan, Keith Carradine, Robin Williams, Bruce Willis, Michael Murphy, Julianne Moore, Lily Tomlin, Baker Hall la sontuosa bellezza di Altman riluce come il riflesso del fuoco del camino sulle posate d'argento di Gosford Park, riferendoci di una mai abdicata e riconoscibile specificità linguistica, della corrosione visiva e narrativa cui l'autore ha sottoposto il proprio Paese, del distacco registico che diventa analisi del senso (del dolore). Convinto che fare film fosse come costruire castelli di sabbia in attesa che i marosi li rovescino, il 'guastatore' di Hollywood in cinquant'anni di carriera ha guadagnato, perso e riacquistato il favore della critica e del suo pubblico, ha preso a pugni Hollywood, ha inseguito un'autonomia produttiva e affermato la sua identità autoriale, che emerge con M.A.S.H. ed esplode con Nashville. Dotato di enorme talento e altrettanta pazienza, il successo arriva a quarant'anni, Robert Altman era un robusto bevitore e un fumatore incallito, genio per alcuni, manipolatore egocentrico per altri. Poco preoccupato della sceneggiatura, amava più di tutto gli attori, i film corali, l'improvvisazione, le conversazioni incrociate e i destini trasversali, quelli liminari rispetto alla principale linea narrativa. È proprio questo costante movimento lungo i bordi della storia a produrre film dal respiro corale, affreschi privi di veri e propri protagonisti (Nashville, I protagonisti, America Oggi, Gosford Park), avvelenati e affollati di piccole storie intrecciate che si nutrono di lunghi piani sequenza o di chirurgici zoom, le griffe più evidenti del cinema altmaniano. Movimenti virtuosi che permettono al regista di scovare gli anfratti più nascosti dell'inquadratura, mostrando rughe e pieghe del Paese.
Dalla commedia antimilitarista 'impalmata' a Cannes nel 1970 (M.A.S.H.) alla sferzante autopsia a cui sottopose Hollywood (I Protagonisti) e che i francesi premiarono di nuovo nel 1992, il cinema di Altman si (re)incarna nella narrazione a mosaico di Paul Thomas Anderson, nella regia onesta di Mann, nei backstage, nei super8 di famiglia, negli occhi chiari di Kathryn Reed Altman, nei frammenti del suo cinema 'armato' di franco-tiratore. Perché i film di Altman sono freccette, l'America il loro bersaglio. E quando Hollywood non ne voleva più sapere di lui, l'entomologo del sogno americano faceva la televisione, emigrava a Parigi, si interessava alla moda, a Nixon, a Van Gogh o dirigeva pièces teatrali con budget limitati, attori sconosciuti e risultati non sempre eccelsi. Fabbricatore di guanti in un mondo di produttori di scarpe, Altman non ha mai mollato, non è mai sceso dal palcoscenico, quello di Radio America, luogo sacro e ultimo spazio da difendere. A fermarlo nel 2006 è il cancro, a fermarsi è il suo cuore, quello trapiantato di una giovane donna che torna a reclamarlo vestita di bianco e sospesa dal blues (l'angelo della Morte di Virginia Madsen). Robert Altman muore a ottantuno anni, pieno di un sentimento ardente per la sua famiglia, per i perdenti, gli artisti, i vinti e le petites gens dell'America profonda. Muore come ha vissuto e ha inteso dopo la visione di Breve incontro, consapevole che un film non sarà mai soltanto un film.
Realizzato dal regista canadese Ron Mann, Altman è il prodotto di una ricerca meticolosa, un documentario a più voci che dietro la narrativa caleidoscopica e l'apparente disinvoltura rivela una struttura solida. Una costruzione altmaniana che (ben) definisce Altman e altmaniano.

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APPROFONDIMENTI | Uno dei cineasti più grandi e poliedrici di sempre.

Robert Altman

mercoledì 15 ottobre 2014 - Mauro Gervasini

La politica degli autori: Robert Altman Presentato in anteprima alla 71. Mostra di Venezia, da domani al cinema e domenica 9 novembre in streaming su MYMOVIESLIVE!, Altman di Ron Mann, scritto da Len Blum, è l'appassionante e "definitivo" documentario sulla vita e le opere di Robert Altman. Uno dei più grandi cineasti di sempre, difficile da affrontare per la sua poliedricità e perché i suoi film si intrecciano con la storia americana di ben cinque decenni, dagli anni 60 di Conto alla rovescia (1967) al 2006 di Radio America, elegiaco commiato distribuito in sala poche settimane prima della morte.

   

di Titta Fiore Il Mattino

Nessun documentario può restituire la ricchezza della personalità di un autore come Robert Altman, spiegano sua moglie Kathryrin e il regista Ron Mann, autore dell'omaggio passato a Venezia Classici e che si vedrà a febbraio su Studio Universal (Mediaset Prernium) nell'ambito di una retrospettiva sul cineasta nel novantesimo anniversario della nascita. «Bob era un artista libero che scommetteva sulla vita e sul cinema, sapeva perdere, ma non si è mai fatto mettere al tappeto da Hollywood», ricorda Kathryn con un sorriso. »

"Altman artista libero senza paura"

di Fulvia Caprara La Stampa

Anticonformista. Ribelle. Innovatore. Giocatore d'azzardo. Nessuna definizione e nessun aggettivo, per quanto ricercato e pronunciato con il massimo dell'affetto, della stima e dell'ammirazione possibili, può rendere conto della figura geniale di Robert Altman, il regista di Mash, I compari, Nasshville, celebrato ieri alla Mostra nel documentario di Ronn Mann che porta il suo nome. Nei 95 minuti di film scorrono i volti dei notissimi attori che hanno avuto l'occasione di lavorare con il maestro, da Elliott Gould a Keith Carradine, da Julianne Moore a Lyle Lovett, da Bruce Willis a James Caan: «Era un cineasta che sovvertiva le regole - dice Mann -, aveva un modo tutto suo di lavorare, ha re-inventato il linguaggio del cinema e sono tanti i registi che si sono ispirati al suo stile, da Paul Thomas Anderson a Paul Haggis, a Richard Linklater». »

Bye bye America

di Roberto Escobar L'Espresso

Che cosa resta di un uomo? La sua luce. Così fa dire Robert Altman a Mr. A (Malcolm McDowell) in "The Company" (2003). E ora Ron Mann e lo sceneggiatore Len Blum ne mostrano la grandezza luminosa nel loro "Altman" (Usa, 2014, 96'). Lo fanno quasi sfogliando il "libro" che è venuto componendo in quaranta e più anni, a partire dagli esordi televisivi - sua è la regia di due film per la tv curati da Alfred Hitchcock, nel 1957 e 1958, e sua è quella della serie "Bonanza", nel 1960 e 1961 - fino alla morte, avvenuta nel 2006, a 81 anni. »

Altman, il cinema come sovversione di generi

di Giuliana Muscio Il Manifesto

Per me i film sono come castelli di sabbia, - dice Robert Altman all'inizio del documentario dedicatogli da Ron Mann, con la consulenza della moglie del regista, Kathryn Reed Altman - Prendi un gruppo di amici e ti dici, "Possiamo fare insieme questo grande castello di sabbia". E lo costruisci. Poi arriva la marea e in venti minuti c'è solo la sabbia, liscia. E quella struttura che avevate costruito rimane solo nella memoria di ciascuno e questo è tutto.» Il cinema di Altman invece non è affatto un castello di sabbia: ha lasciato solchi profondi, disegni complessi, architetture fantastiche e indecifrabili sulla sabbia. »

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