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![]() Conosco molta gente pentita di essersi sposata, ma nessuno che si sia pentito di avere avuto un figlio.
dal film Amore, bugie e calcetto (2007)
Filippo Nigro è Lele
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Tante serie tv e una soap opera
Con un'insegnante come Lina Wertmuller, era ovvio che Nigro avrebbe fatto strada. È sotto la sua guida infatti che si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Inizia in televisione nel 1996 con la partecipazione alla terza stagione de I ragazzi del muretto, ha un ruolo nella soap opera Un posto al sole e nella miniserie La dottoressa Giò, poi passa al cinema dove esordisce con la commedia dal sapore giovanilistico e un po' banalotto Donne in bianco (1998), per la regia di Tonino Pulci. La carriera continua soprattutto nei circuiti televisivi: compare spesso in serie del piccolo schermo come Padre Pio, Il maresciallo Rocca 2 e L'ultimo rigore.
I film di Ferzan Ozpetek
Nigro sogna il cinema ed è infatti di quel mondo che vorrebbe fare parte. Finalmente arriva la tanto desiderata occasione: nel 2001 è nel cast de Le fate ignoranti, dove ha l'opportunità di lavorare con Ferzan Ozpetek. Il regista, rimasto colpito dalle sue doti recitative, lo scrittura per il successivo lavoro La finestra di fronte (2003), film romantico, vincitore di 5 David di Donatello, che offre all'attore di confrontarsi con un ruolo da co-protagonista. La storia infatti si concentra sull'intreccio di sentimenti e ricordi tra Filippo, la moglie Giovanna Mezzogiorno e il vicino di casa Raoul Bova, in un film-monito che omaggia la vita. L'anno dopo è nell'intenso A luci spente di Maurizio Ponzi, pellicola che si sofferma sul passaggio del cinema italiano, con divi e cineasti appresso, dal fascismo al post-fascismo.
La popolarità grazie ai RIS
Dopo l'esperienza positiva al cinema, Nigro ritorna in televisione nel ruolo del tenente Fabio Martinelli della serie RIS. Delitti imperfetti (2004-06). Spicca la sua capacità di sostenere una parte controversa che è sempre in bilico e a rischio nel condurre indagini investigative pericolose. La popolarità arriva proprio grazie a questo personaggio; da questo momento in poi infatti viene richiesto spesso anche al cinema e non solo in parti marginali. Il 2007 è un anno ricchissimo: è in Un gioco da ragazze dell'esordiente Matteo Rovere, in Bocca di rosa, tratto dal libro "Destino ridicolo" di Fabrizio De Andrè, in Amore che vieni amore che vai e in Ho voglia di te di Luis Prieto. Nel 2008 è la volta della commedia Amore, bugie e calcetto di Luca Lucini, dove si confronta con il registro comico, una novità per la sua carriera che finora si era prestata soprattutto al drammatico. Seguono Diverso da chi (2008), Oggi sposi (2010), ancora diretto da Luca Lucini, e Dalla vita in poi (2010) di Gianfrancesco Lazotti. Nel 2012 è al fianco di Pierfrancesco Favino nel poliziesco ACAB - All Cops Are Bastards, nel quale viene diretto da Stefano Sollima, e al fianco di Isabella Ferrari in E la chiamano estate di Paolo Franchi.
David di Donatello 2009
C'è chi lo paragona a L'odio di Mathieu Kassovitz e chi torna a ragionare sui poliziotteschi dell'Italia anni '70, Roma a mano armata di Umberto Lenzi, La polizia incrimina, la legge assolve di Enzo Castellari. Chi se la prende perché con questi film invece non c'entra niente, e pare piuttosto un Romanzo criminale al contrario, fatto di guardie farabutte quanto i criminali che dovrebbero acchiappare.
Tratto dall'omonimo libro inchiesta di Carlo Bonini, ACAB - All Cops Are Bastards di Stefano Sollima, al cinema da venerdì, fa discutere in capannelli critici e giornalisti. Il ritorno al cinema di genere accende la fantasia del cinefilo, i riferimenti all'attualità eccitano il cronista. Nel pubblico c'è anche un poliziotto, venuto per guardare in anteprima il film sulla Celere che da settimane infiamma i blog della Polizia di Stato. Il cast (Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini, Andrea Sartoretti e Domenico Diele) non nasconde un certo nervosismo accendendo i microfoni per l'incontro con la stampa romana, perché l'uscita in sala, in 300 copie, si prevede burrascosa: la Polizia «non ha ostacolato le riprese - dice il regista - ma non le ha nemmeno agevolate», e il ritratto impietoso della Capitale, stretta in una morsa di cattiva politica e violenza, potrebbe andare di traverso (anche) agli amministratori capitolini. Continua »
Esce il 19 novembre, in 70/80 copie, Dalla vita in poi, lungometraggio di Gianfrancesco Lazotti, iperproduttivo regista televisivo, meno noto nelle sale dal grande schermo. Il film, la cui uscita prevista per aprile è poi slittata ad oggi, ha vissuto nel frattempo una vita festivaliera felice, vincendo il Grand Prix della giuria a Montréal e il premio quale miglior film a Taormina, dove è stato riconosciuto anche il lavoro di Cristiana Capotondi e Filippo Nigro, migliori attori.
Dramma senza mélo, ma anche viceversa, è una storia d’amore vissuto orgogliosamente, da una parte sulla sedia a rotelle e dall’altra dietro le sbarre, ma senza limiti e persino, in qualche modo, in libertà. Perché è anche una questione di punto di vista, e allora il cinema è il miglior mezzo per raccontarlo.
Come hai lavorato sul personaggio di una ragazza che soffre di distrofia muscolare?
Capotondi: Il personaggio è in parte realmente esistente, perché Katia esiste e io l’ho conosciuta, anche se poi ci ho lavorato su, sulla base di ciò che era già scritto nella sceneggiatura creata da Gianfrancesco. Certamente la malattia influisce sul carattere di una persona ma la scelta registica di inquadrare poco la carrozzella è servita a fare in modo che qualsiasi donna si possa immedesimare nella protagonista di questa storia d’amore, non è l’handicap che fa la differenza.
Cosa c’era di cinematografico nella storia vera che ti ha spinto a portarla sullo schermo?
Lazotti: La detenzione e la malattia sono i due temi importanti del film, è vero, ma fanno da sfondo alla cosa per me più centrale, vale a dire i tre ritratti umani, che gli attori hanno poi completato, mettendoci del loro. Era a quei personaggi che volevo dare vita.
Chi sono, dunque, Danilo e Rosalba, l’innamorato e l’amica di Katia?
Nigro: Il mio personaggio si riassume nella battuta “i sentimenti si provano, non si dicono”: è un uomo che non parla, non solo per un fatto culturale, ma perché è imploso. Grazie a Katia troverà le parole.
Romanoff: Quando ho incontrato la vera Katia, a casa sua, sono rimasta colpita da come questa donna non si occupi solo di se stessa ma di tutta la sua famiglia, compreso il fratello che soffre dello stesso male, in misura più grave. Anche la sua amica, che noi abbiamo chiamato Rosalba, dipende completamente da lei, mentre si potrebbe pensare il contrario. Rosalba è una bambina, che non sa filtrare le sue emozioni, e Katia le fa da mamma.
La storia si ispira ad una vicenda reale, ma anche al personaggio letterario di Cyrano de Bergerac. È così?
Lazotti: Non so fino a che punto la storia che Katia ci ha raccontato fosse precisa, noi ci abbiamo chiaramente costruito intorno una drammaturgia, perché stavamo facendo un film. Poi lei ha visto il film e si è convinta che le fosse successo tutto davvero, ma non è così. Come Cyrano, Katia è una suggeritrice d’amore e c’è un handicap, anche se di natura molto diversa, ma la coincidenza era già nei fatti, non l’abbiamo cercata.
Come hai conosciuto la persona che ti ha ispirato?
Lazotti: Ho conosciuto Katia perché veniva tutti i giorni sul set di un lavoro per la tv che stavo facendo qualche tempo fa. Si presentava tutti i giorni, perché era attratta da Nino Manfredi. Dopo un mese abbiamo familiarizzato e sono venuto a conoscenza della sua storia.
Per la Rosa film si tratta della prima produzione cinematografica. È stato difficile fare questo film?
Paoluzzi: Fare il film non è stato difficile. Tutto nasce da un’amicizia con il regista e con il produttore esecutivo, Massimiliano Leone. Cristiana ha creduto per prima in questo ruolo, l’ha voluto fortemente, per cui io mi sono limitato a seguirla e ora non posso che ringraziarla.
Gli attori hanno dovuto sostenere dei provini per avere la parte?
Nigro: Io non ho fatto un provino. Gianfrancesco mi ha dato la sceneggiatura e mi sono preso un tempo tecnico per accettare, ma più per posa, perché la sceneggiatura mi è piaciuta da subito moltissimo. Lui non si ricordava di me, ma io sì perché era il regista della serie che ho fatto appena uscito dal Centro Sperimentale, “I ragazzi del muretto”.
Capotondi: Anche a me la sceneggiatura è piaciuta subito molto. L’ho letta 2 anni e mezzo fa poi non ne ho avuto più notizie per mesi e mesi. Allora, dopo un po’ di tempo, ho preso in mano il telefono e ho chiamato Lazotti per dirgli che, se faceva il film, io volevo esserci. Non se ne leggono molti di copioni così buoni. Da attrice cerco di fare i film che vorrei vedere da spettatrice, e poi cerco un’evoluzione nel personaggio, a me piace il registro epico, che oggi è difficile da utilizzare, se non legandosi alla Storia.
Ma questo film ha qualcosa di epico, nella vita di Katia c’è un prima di Danilo e un dopo Danilo.
Romanoff: Io sono stata felicissima di poter uscire dalla mia quotidianità e fare quello che mi piace fare, ovvero recitare. Non so perché il regista mi ha scelto. Ti ho convinto io?
Lazotti: Non volevo affidare la parte di una coatta ad una ragazza dai tratti marcati, la tipica ragazzotta di periferia, volevo che avesse i tuoi tratti e il tuo corpo. Questi 3 attori sono a tutti gli effetti co-autori del film, hanno lavorato alla costruzione dei loro personaggi da zero. Abbiamo incontrato solo Katia, per cui Filippo, per esempio, ha inventato completamente il personaggio del marito, che non potevamo vedere perché è ancora in carcere.
Luca Argentero è Piero, un gay "al 150%", che si ritrova candidato sindaco per il centrosinistra in una roccaforte di destra del nord-est e finisce per innamorarsi di Claudia Gerini alias Adele, la "furia centrista", bigotta e antidivorzista. Una disgrazia? No, una commedia: Diverso da chi?, l'esordio alla regia di Umberto Carteni, sceneggiato da Fabio Bonifacci, per la nuova coppia del cinema italiano Cattleya-Universal. Più di trecento copie previste per la sortita, anteprime sold out e il plauso dell'Arcigay, felice che il film contribuisca a rompere il tabù della bisessualità. Guai a chi dice ancora che "il triangolo no".
Leonardo: il genio, il grande artista, l'inventore del futuro. È su questo personaggio che si concentra il viaggio multidimensionale di I segreti di Leonardo - Nella mente di un genio, docu-film britannico che in tre dimensioni ripercorre e approfondisce le numerose discipline che Leonardo studiava (ingegneria militare, anatomia, pittura, ecc.), e che rappresentavano le sue "ossessioni", partendo dal Codice Atlantico sino a scoprire i segreti delle sue due opere più importanti, L'ultima cena e La Gioconda.
Nel ruolo principale l'attore britannico Peter Capaldi, mentre nella versione italiana sarà Filippo Nigro (che vediamo in questo video) a raccontare il genio di Vinci.
Leonardo aveva concepito un'incredibile varietà di strumenti avanzati secoli prima che essi fossero realmente costruiti, e raccolse tutte le sue idee in un libro, il Codex Atlanticus. 6000 pagine del Codice sono ancora esistenti e sono custodite nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Per la prima volta le telecamere sono state ammesse dentro l'alcova a filmare le pagine del Codice. Il risultato è uno straordinario docu-film che approfondisce la genesi e la creazione delle invenzioni di Da Vinci, seguendole mentre prendono vita e si animano grazie alle più avanzate tecnologie 3D.
Il documentario I segreti di Leonardo - Nella mente di un genio sarà trasmesso da lunedì 15 aprile alle ore 21.10 solo su Sky 3D e DeASapere HD.
VENERDÌ 12 APRILE, ALLE ORE 14:00, SU SKY 3D E MYMOVIES.IT, SARANNO DISPONIBILI ALCUNE SCENE IN 3D DEL DOCU-FILM IN ANTEPRIMA.
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