| Anno | 2023 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia, Belgio |
| Durata | 121 minuti |
| Regia di | Matteo Garrone |
| Attori | Seydou Sarr, Moustapha Fall, Issaka Sawagodo, Hichem Yacoubi, Doodou Sagna Joseph Beddelem, Bamar Kane, Henri Didier Njikam. |
| Uscita | giovedì 7 settembre 2023 |
| Tag | Da vedere 2023 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,74 su 33 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 7 settembre 2023
Una coproduzione internazionale ispirata alle storie vere di alcuni ragazzi che hanno vissuto il viaggio dei due protagonisti. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, 8 candidature e vinto 6 Nastri d'Argento, 15 candidature e vinto 7 David di Donatello, Il film è stato premiato a Venezia, 1 candidatura a Golden Globes, 2 candidature agli European Film Awards, a San Sebastian, In Italia al Box Office Io capitano ha incassato 5 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Seydou e Moussa sono cugini adolescenti nati e cresciuti a Dakar, ma con una gran voglia di diventare star della musica in Europa. Tutti in Senegal li cautelano contro il loro progetto, in primis la madre di Seydou, ma i due sono determinati, e di nascosto intraprendono la loro grande impresa. Un viaggio che si rivelerà un'odissea attraverso il deserto del Sahara costellato dei cadaveri di quelli che non ce l'hanno fatta, le prigioni libiche e il Mediterraneo interminabile e pericoloso. I furti, le violenze e i soprusi non si conteranno, ma ci saranno anche gesti di umanità e gentilezza in mezzo all'inferno. Soprattutto, Seydou dovrà scoprire che cosa comporta mettersi al timone della propria e altrui vita in circostanze ingestibili.
In un certo senso Matteo Garrone fa cominciare il suo racconto dal suo film precedente, perché Seydou e Moussa sono Pinocchio e Lucignolo in partenza per il Paese dei Balocchi, circondati da gatti e volpi pronti a predare sulla loro ingenuità.
Così facendo, Garrone toglie da subito Io capitano dalla retorica polarizzata che caratterizza il tema dell'immigrazione, restituendogli una purezza di racconto narrato dal punto di vista di chi non viene mai interpellato sull'argomento.
Dall'ottica di Seydou e Moussa il viaggio è un'avventura da Capitani coraggiosi, degna di Jack London e di Robert Louis Stevenson. Ciò nonostante Garrone, qui regista e cosceneggiatore con Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini e Andrea Tagliaferri, inserisce nella trama tutti gli elementi che faranno di questo film una cartina di tornasole degli opposti schieramenti: ad esempio i due ragazzi non scappano dalla miseria o dalla guerra ma scelgono autonomamente di avventurarsi oltre il Mediterraneo e gli scafisti libici apparentemente possiedono il numero di cellulare di una ONG, e per contro il film evidenzia il rimpallo della Guardia Costiera italiana e delle autorità marittime maltesi circa il destino dei migranti.
Io capitano è soprattutto una parabola sulla necessità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, incarnata nella figura nobile di Seydou che, invece di pensare solo alla propria sopravvivenza o al proprio tornaconto, si fa carico degli altri, fino a portare con sé anche il loro ricordo di chi non è arrivato alla meta.
Garrone abbandona ogni retorica tenendosi attaccato alla dignità umana del suo protagonista come ad un salvagente, e dedica alla sua (dis)avventura la magnificenza pittorica delle immagini (il direttore della fotografia è Paolo Carnera) e la sua eccezionale desterità registica, che tocca il suo apice in una scena di estrazione dei corpi da una stiva che mette in evidenza anche la maestria al montaggio di Marco Spoletini.
Il commento musicale (il compositore è Andrea Farri, ma alla selezione c'è lo stesso Garrone) è impavido nell'accostamento di sonorità africane e rock (il riff iniziale pare campionato da "Wish You Were Here"); e Seydou Sarr nei panni del protagonista 16enne è un miracolo di autenticità ed empatia.
La sinossi di Io capitano lo descrive come «una fiaba omerica che racconta il viaggio avventuroso di due giovani, Seydou e Moussa, che lasciano Dakar per raggiungere l’Europa. Un’Odissea contemporanea attraverso le insidie del deserto, i pericoli del mare e le ambiguità dell’essere umano». È il film di Matteo Garrone, una coproduzione italo-belga girata per 13 settimane fra Africa ed Europa. Tratto dai racconti di molti immigrati che hanno fatto lo stesso percorso, nasce da un'idea del regista sceneggiata insieme a Massimo Gaudioso, Andrea Tagliaferri e a Massimo Ceccherini, che già aveva affiancato Garrone alla scrittura di Pinocchio (guarda la video recensione). A dirigere la fotografia non troviamo il solito Luca Bigazzi, bensì l'abituale collaboratore di Sollima e dei D'Innocenzo: Paolo Carnera.
“Anima mia, scampata dal mare, in questa notte di vento asciugami (…) splendi sopra queste assi, sopra questo mare, questo mare scuro, splendi sulla mia fatica, splendi su di me (…) Davvero davvero ti chiedo davvero, se ce la faremo o no, passo dopo passo so che ti raggiungerò.” Mauro Pagani (Davvero davvero) Ci sono film che meritano di essere visti per [...] Vai alla recensione »
Resta ancora sospeso tra il realismo e la componente visionaria il cinema di Matteo Garrone. Anche in Io Capitano c’è un passaggio che va ‘oltre il documentario’ ed è evidente nel momento in cui sono Seydou e suo cugino Moussa a far vivere il viaggio sulla propria pelle. Ci sono tante, infinite storie dentro la loro storia personale che parte da Dakar in Senegal per raggiungere l’Italia. Anche la destinazione appare irraggiungibile anche nella parte finale sulla nave con la meta ora vicina ora lontana, con un conflitto continuo tra il sogno e la sua distruzione che sembra arrivare da Reality.
Si parte dal dettaglio per arrivare a una vicenda universale di migrazione con istantanee tragiche che sono un pugno nello stomaco: i cadaveri nel deserto del Sahara, la stanza delle torture nei centri di detenzione in Libia dove Garrone recupera l’impeto con cui ha mostrato la criminalità dell’hinterland napoletano in Gomorra. Lì Io capitano non fa sconti, anzi mostra l’inferno. Il buio, la claustrofobia, la puzza di morte diventano il controcampo della seducente solarità iniziale di Dakar da dove comincia il viaggio dei due cugini, che ha il tono quasi di una commedia musicale di Youssef Chahine evidente nella scena del ballo indemoniato durante uno spettacolo. Lì la casa non è più una trappola come Primo amore. C’è un’umanità in quella famiglia tutta al femminile trascinante e soprattutto c’è il cinema di Garrone che si reinventa che scopre altri luoghi, altri orizzonti.
Poteva essere un nuovo punto di arrivo, un diverso approdo di un cinema dove, già soltanto nella parte iniziale, esplora altri possibili nuovi territori nella filmografia del cineasta. Diventa invece un altro punto di partenza da cui parte un altro viaggio pieno di insidie, popolato da figure ambigue, sinistre, violente. Si riaffacciano, anzi si reincarnano i possibili ‘demoni’ del cinema di Garrone, da Mangiafuoco e il Gatto e la Volpe di Pinocchio (guarda la video recensione) al delinquente locale Simone, interpretato da Edoardo Pesce in Dogman (guarda la video recensione).
Nel 2016 scrissi “Leonardo DiCaprio ha vinto l’Oscar”. Lo scrissi due mesi prima che accadesse. E non è che io fossi un fenomeno di profezie, semplicemente i tempi erano maturi e la sua performance in Revenant era all’altezza, come molte altre prima, alcune magari migliori, ne cito due Blood Diamond e The Wolf of Wall Street. Dopo 7 nomination, dunque, arrivò l’Oscar. Mi avventuro in una nuova profezia: Io capitano, di Matteo Garrone, candidato italiano all’Oscar, non lo ha vinto.
Attenzione, trattasi di opera di qualità - gli è stato assegnato il Leone d’argento a Venezia con pieno merito – che non tradisce il talento, sicuro, visionario, di Garrone, uno dei nostri migliori autori.
Il film racconta di due ragazzi di Dakar, Senegal, che intendono raggiungere l’Occidente. Non per sfuggire alla miseria, ai pericoli e alla guerra, ma perché intendono diventare star della musica in Europa. Questo intento “diverso” li porterà ad affrontare tutte le vicende che tutti noi conosciamo, perché ci vengono raccontate ogni giorno, ad ogni ora, su tutte le testate. E questo non accade solo da noi, accade in tutto il mondo. Sappiamo. Ecco dunque il deserto del Sahara disseminato di morti, ecco la prigioni libiche, ecco gli scafisti e poi il Mediterraneo, infinito e spesso mortale. Garrone racconta in molti registri: non solo documento, ma avventura che può richiamare, da lontano certo, alcuni classici di London e Stevenson. Un alleggerimento romantico prudente.
Il film naturalmente evoca il movimento di questa epoca, delle masse che si muovono per qualcosa di diverso. E non c’è solo il Mediterraneo e l’Europa, c’è il Messico e l’America: anche da laggiù ci arrivano “quelle” immagini quotidiane. I governanti di (quasi) tutto il mondo, lanciano appelli accorati, evocano disastri etnici: fra poco il mondo sarà un altro. Dimentichiamoci i modelli di vita occidentali sui quali ci siamo adagiati sicuri che fossero eterni. Il pensiero accreditato ormai sembra quello che non saranno eterni.
Naturalmente anch’io sono informato e ho le mie idee. La mia età mi consente di non subire un’ansia pesante, ma penso ai figli e ai nipoti. E qui mi fermo perché il mio mestiere è un altro. Però conosco la storia e so che quando si muovono le masse, le masse ottengono. È il pensiero di qualcuno ben più accreditato di me, anzi, il più accreditato, Francesco Alberoni, grande interprete di movimenti. Citava le immani migrazioni, dall’Egitto di Mosè e Ramses alla Roma ormai “occidentalizzata”, sicura del suo status, prima che da nord arrivasse gente aggressiva e intenzionata a stravolgere, come i Vandali, gli Unni, i Visigoti, fra gli altri. E poi i popoli europei che attraversavano l’Atlantico per raggiugere la nuova terra promessa. E le altre terre promesse, a noi italiani, epoca recente, come l’Argentina, l’Australia, il Canada, la Francia. È un pensiero largo e a perdere, in attesa della decisione della Storia.
Tornando a Garrone. Cerco di immaginare la riunione della commissione dell’Academy Award che ha il compito di attribuire l’Oscar, quando arriva il momento di Io capitano. L’opinione comune è che sia senza dubbio un film di qualità. Il problema è il contenuto. Uno dei membri parla: “Ma in un momento come questo dove siamo assediati, soffocati dai media del mondo che raccontano gli immigrati… siamo sicuri di premiare una storia che, ancora una volta affronta quel problema? Chi va al cinema avrà voglia di vedere sul grande schermo quelle vicende, seppure narrate in chiave diversa… artistica? Qualcuno ribatte: “Ma è un film importante, Venezia gli ha attribuito il premio alla regia.” “Appunto, ma sappiamo come la pensano in Europa, a Cannes, a Venezia. Privilegiano l’arte, non si interessano della gente che paga il biglietto. Noi sì…” L’idea prevale, il resto dei giurati aderisce. L’Oscar va altrove.
Attenzione! Lo giuro, se Garrone vincerà l’Oscar, nessuno sarà più felice di me.
Il nuovo film di Matteo Garrone non poteva fare la sua apparizione in un momento "migliore" (peggiore...): perfettamente calato nell'agone di un dibattito politico acutissimo e di una tragedia umanitaria atroce e di dimensioni indicibili. Io Capitano si presenta come una parabola dagli accenti favolistici che progressivamente sprofonda negli abissi di tutti gli orrori che hanno trasformato il Mediterraneo [...] Vai alla recensione »