Gli amori di Anaïs

Film 2021 | Sentimentale, 98 min.

Regia di Charline Bourgeois-Tacquet. Un film Da vedere 2021 con Anaïs Demoustier, Valeria Bruni Tedeschi, Denis Podalydès, Jean-Charles Clichet. Cast completo Titolo originale: Les amours d'Anaïs. Genere Sentimentale, - Francia, 2021, durata 98 minuti. Uscita cinema giovedì 28 aprile 2022 distribuito da Officine Ubu. - MYmonetro 3,26 su 20 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento venerdì 22 aprile 2022

Una giovane donna è divisa tra diverse passioni. In Italia al Box Office Gli amori di Anaïs ha incassato 99 mila euro .

Consigliato sì!
3,26/5
MYMOVIES 3,50
CRITICA 2,75
PUBBLICO 3,52
CONSIGLIATO SÌ
Un film tutto di scrittura e recitazione, con lo charme immediato, naturale, travolgente di Anais Demoustier.
Recensione di Giovanni Bogani
sabato 19 marzo 2022
Recensione di Giovanni Bogani
sabato 19 marzo 2022

Anaïs ha trent'anni, soldi in tasca pochi. Non sta mai ferma, non sta mai zitta, è perennemente in ritardo. Sembra vivere l'attimo, senza preoccuparsi mai delle conseguenze. Deve finire di scrivere la tesi, è in ritardo con l'affitto, ha un fidanzato che forse non ama più, al quale rivela di essere incinta quasi distrattamente. L'incontro con un editore che ha il doppio dei suoi anni la porterà a iniziare qualcosa: ma ad intrigarla sarà, molto di più, la compagna di lui, scrittrice e saggista di successo. Una donna che, forse, è tutto quello che Anaïs vorrebbe diventare. S'incontrano per caso. Poi Anaïs troverà il modo di incontrarla di nuovo.

Che cosa vuole davvero Anaïs? Vuole vivere pienamente, intensamente. Vuole l'amore: magari, rubandolo. Un film sapientemente sospeso fra leggerezza, dolore e desideri.

Parte con i ritmi di un minuetto, una sarabanda: Anaïs corre, corre trafelata, con una bicicletta su cui non la vediamo mai salire: la trascina sempre a mano, la porterebbe anche su per le scale. Anaïs leggera come i vestitini che indossa, gonne corte, cotone rosso come la giovanissima, e sexy, Emmanuelle Seigner in Frantic di Roman Polanski. Anaïs corre, nel film di Charline Bourgeois-Tacquet che senti esserle vicina, complice. Corre, e si strappa via dalle ali, si sbarazza di ragazzi che la amano, gravidanze indesiderate, professori universitari, editori incontrati ad una festa.

La prima cosa che salta agli occhi, nel film, è questa figura leggera, da nouvelle vague, attorno a cui sembra avvitarsi tutta l'opera, come se inseguisse i suoi movimenti - i primi piani sequenza, vertiginosi - le sue indecisioni, le sue bugie, il suo potere di sedurre chiunque con un vestitino da tre soldi, le gambe nude, e un talento per dribblare ogni domanda. Ricorda un'altra giovane donna, bella e indecisa a tutto: la Frances Ha tratteggiata da Greta Gerwig, in una New York in bianco e nero che, per un attimo, aveva fatto sognare di essere tornati ai tempi del miglior Woody Allen.

Qui, più che vicino a Woody Allen, siamo dalle parti del cinema di Rohmer e di Rivette, o di Louis Malle: campagna, borghesia intellettuale, dialoghi veloci che scivolano come acqua di ruscello. E ogni tanto una citazione di Duras, o una foto di Alain Robbe-Grillet.

Una villa in campagna, un seminario di letteratura, un ipotetico triangolo di seduzioni e tradimenti. Ma anziché giocare con la commedia, sfruttare le potenzialità degli equivoci, il film sembra somigliare più ai "racconti morali" di Eric Rohmer, e lei, con una protagonista inquieta come la protagonista de Il raggio verde. Fatto sta che il film vede tutto con gli occhi di Anaïs. E tu, spettatore, ti chiedi a lungo che cosa voglia veramente questa ragazza. Alla fine lo capisci; vuole vivere pienamente, intensamente. "Ho paura dell'infelicità, e questo mi rende egoista" dice dopo aver visitato la madre, che scopre malata - un'interpretazione sobria e notevolissima di Anne Canovas.

Anaïs si può solo amare. Perchè è bugiarda con tutti, ma è più vera di tutti. Per lei conta solo il grado più alto della passione, l'assoluto del desiderio. Il resto è fuffa, è zavorra. Intravede l'assoluto nell'incontro con la scrittrice, interpretata da una Valeria Bruni Tedeschi dalla recitazione sobria, senza accelerazioni improvvise, precipitazioni, manierismi. La scrittrice si è ritirata in un bunker invisibile, dove l'unico azzardo è cambiare stile di scrittura, secondo l'argomento. Anaïs le oppone la sua fame di vivere, di amare. E si permette di rovesciare tutto in un istante.

Equilibrato fra commedia - a un certo punto c'è anche un lèmure in overdose - dramma e viaggio sentimentale, Gli amori di Anaïs è un film tutto di scrittura e di recitazione. La regia ti fa essere lì, e quando è necessario ti fa anche sentire - con alcuni primissimi piani - la delicatezza della pelle di Anais, il rossore sul collo di Bruni Tedeschi. Ma per la maggior parte del tempo ti fa "essere lì", ed è ciò che conta. La musica, firmata da un fuoriclasse come Nicola Piovani, non invade: per apparire magari prepotente all'interno del racconto, quando Valeria Bruni Tedeschi e Anaïs Demoustier ballano, in una luce di crepuscolo in cui ogni equilibrio sembra più fragile, sulle note rauche di "Bette Davis Eyes" di Kim Carnes.

E gli uomini? Uno dopo l'altro, tutti cadono in trappola. Tutti manipolati, ingannati, tutti fermi a guardare Anais che se ne va sempre altrove. Ma è lei che ha ragione: lei che mente, lei che cambia direzione all'improvviso. Perché l'amore lo si ruba, non lo si attende pazienti. E lei ruba l'amore, sapendo di potersi fare male. Petite voleuse, piccola ladra; come il titolo di un film di Claude Miller con una giovanissima Charlotte Gainsbourg.

Dimenticavamo, ma lo avete capito: Anais Demoustier illumina lo schermo, con la sua energia, la sua freschezza, il suo charme così immediato, naturale, travolgente.

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
martedì 1 ottobre 2024
Giovanni

Non si comprende perché questa donna illogica, superficiale e di facili costumi non debba pagare affitto. Non si comprende perché si disinteressato all'incendio della casa. Non si comprende perché le menzogne debbano essere valorizzate. Il ritmo è agitato. La sorella di Carla bruni è passabile. Il vecchio che si scopa la ragazza è contro ogni realtà.

FOCUS
INCONTRI
giovedì 28 aprile 2022
Luigi Coluccio

È ora in sala Gli amori di Anaïs, prima regia della sceneggiatrice-regista-attrice Charline Bourgeois-Tacquet, una co-produzione tra Italia e Francia con protagoniste Anaïs Demoustier e Valeria Bruni Tedeschi. In un duetto sensuale e intellettuale assieme, Anaïs (Demoustier) cerca Emilie (Bruni Tedeschi), Emilie si avvicina ad Anaïs, ed entrambe inseguono un nuovo punto della propria vita attorno a cui ruotare, ripartire.

Abbiamo incontrato Valeria Bruni Tedeschi alla Casa del Cinema di Roma per farci raccontare qualcosa sul suo nuovo film da attrice.

Il film vive dell’incontro tra i personaggi di Anaïs ed Emilie, ma è anche l’incrocio tra Anaïs Demoustier e Valeria Bruni Tedeschi, l’una astro nascente, ma già affermata, del cinema francese, l’altra nome importante, cercato e presente sia nel cinema italiano che in quello d’oltralpe.
Io già conoscevo Anaïs per un’opera precedente che avevamo fatto insieme, Paris, etc. di Zabou Breitman, dove interpretava mia sorella. È un’attrice che trovo bravissima, con cui adoro lavorare. È una donna stra-simpatica, e a tutti i film che mi proporranno con lei dirò di sì. È una persona che mi mette molta allegria, e il film è così, ti trasporta con la sua allegria che non è mai stupida ma intelligente.

Questa è l’opera d’esordio di Charline Bourgeois-Tacquet, una sorta di seguito del mediometraggio Pauline asservie, interpretato sempre da Anaïs Demoustier. Com’è stato inserirsi come in corsa dentro questa storia generazionale, quasi autobiografica, che le due stanno portando avanti?
È andata molto bene, mi sono sentita accolta nella loro “danza”, come se avessero iniziato prima a danzare e dopo mi hanno proposto di entrare lì con loro. Ho un ricordo davvero piacevole del film.

Del resto l’autobiografismo è un elemento importante della sua filmografia da autrice, visto come spesso pezzi della sua vita vengono presi ed elaborati in chiave finzionale, cinematografica nelle sue sceneggiature e regia di È più facile per un cammello…, Actrices, Un castello in Italia e I villeggianti.
Assolutamente. Mi sembra un modo di lavorare sensato, anche se non è l’unico modo per farlo. Poi anche quando non è totalmente chiara l’autobiografia, per esempio nell’adattamento che ho fatto de “Le tre sorelle” di Cechov, a me invece sembrava di essere anche lì autobiografica. Perciò, sì, l’autobiografia in fondo è sempre presente nel mio lavoro.

Come anche nel suo film in concorso al prossimo festival di Cannes, Les Amandiers.
Questo in modo più chiaro perché sono dei ricordi, e il film si sarebbe potuto chiamare proprio “Ricordi”.

In Italia negli ultimi tempi si sta ragionando sulla presenza o sull’assenza di un vero star system, anche in rapporto alle nuove generazioni attoriali che stanno emergendo grazie alle piattaforme. Lei che lavora, appartiene a due industrie cinematografiche diverse come quella francese e quella italiana, cosa ne pensa?
Io non conosco le piattaforme. Faccio da sempre il mio lavoro al cinema, anche se poi magari come il film di Leonardo Guerra Seràgnoli Gli indifferenti o delle serie tv andiamo su piattaforma, però non saprei fare un’analisi sul loro lavoro. Trovo che nelle serie televisive ci sia spesso una libertà che non si riesce a ottenere al cinema, un’insolenza, una selvatichezza che a volte manca. Poi da sempre gli attori giovani arrivano e si prendono lo spazio. Questa è la storia del cinema, dell’umanità, con i giovani che a un certo punto diventano i protagonisti. Però anche i “vecchietti” sono molto importanti. E quando vedo ad esempio questa foto di Marcello Mastroianni, qui alla Casa del Cinema, penso che veramente era un dio, ma a quell’età lì. Ciò che lui trasportava con sé a quell’età lo rendeva un faro. Ed è questo che dovrebbero, devono essere le persone più anziane. Dei fari.

FOCUS
lunedì 1 novembre 2021
Giovanni Bogani

Prendere o lasciare: Les amours d’ Anaïs è un film che ti travolge con il suo ritmo di minuetto, col suo tourbillon de la vie tutto francese, con il suo fluire rohmeriano di chiacchiere, pensieri, dialoghi mai banali e mai quieti, che scorrono come un ruscello di montagna, nessuna pausa, nessun momento per fermarsi a riflettere. Così come non ha mai un momento per fermarsi a riflettere, ma solo attimi di svolta improvvisa, intermittenze del cuore, slittamenti progressivi del piacere e del desiderio la sua protagonista, Anaïs. 

Anaïs  che vive leggera come una farfalla, seminando panico, sconcerto, sbigottimento attorno a sé: dribblando ogni aspettativa degli altri, arrivando in ritardo, seducendo, abbandonando, senza chiedere mai scusa, senza mai chiedere aiuto, senza dare mai niente per scontato. Personaggio complesso, egoista, divertente, volatile, ma anche segnato da un male di vivere che si insinua sottile nelle pieghe del racconto, che si insinua sottile nel vestito leggero di lei.
 

“Lei”, l’attrice Anaïs Demoustier, è una folgorazione. Travolgente, vitale, capace di dare al film i ritmi delle sue corse, del suo parlare incessante: di trascinarlo, come un violino si porta dietro l’orchestra. Trentaquattro anni, un premio Romy Schneider, un César vinto per Alice et le maire di Nicolas Pariser, e una filmografia già imponente, da Haneke a Tavernier a Guédiguian

È un film letterario senza essere soffocante, filosofico senza essere pedante, Les amours d’Anaïs, visto alla Semaine de la critique di Cannes e presentato in anteprima italiana a France Odéon, festival di cinema francese a Firenze. Certo, se lo guardi con occhio torvo, ci sono tutti i cliché del cinema che carezza i velluti e le luci dorate, le carte ingiallite e le ombre spesse degli ambienti letterari: c’è la jeune étudiante che bazzica Saint-Germain-des-Près, è iscritta alla Sorbona, fa una tesi sulla “scrittura della passione” – guarda un po’ – nel Diciassettesimo secolo. E ci sono, insieme alla Studentessa, la Scrittrice e l’Editore, quasi un triangolo alleniano, da Manhattan (guarda la video recensione) in riva alla Senna. 

È un milieu di intellettuali fragili, sgualciti, immalinconiti: la scrittrice ormai ha perso l’amore per se stessa, e forse anche il sapore della vita, ma si finge un’edonista incurabile e appagata – interpretata da una Valeria Bruni Tedeschi sorprendentemente sobria, sommessa, con una recitazione tutta “in levare”, senza manierismi, tic, sovreccitazioni, tutta sostanza e pienezza di maturità fisica ed espressiva: sublime. E c’è l’editore, affascinato dall’idea di innamorarsi di una ragazza tanto più giovane, ma in realtà incapace di rinunciare alla sua vita di sempre, incapace di un desiderio davvero grande, impantanato nelle sabbie mobili del cliché dell’adulterio borghese: lo interpreta un Denis Podalydès un po’ tenuto in ombra dalle due sfolgoranti protagoniste del film. 

E infine c’è lei, Anaïs, che corre sul filo dell’incoerenza, dell’incoscienza, dell’incostanza. In bilico fra la voglia di fare qualcosa di grande e l’incapacità di fare anche solo qualcosa di piccolo, come rispettare la parola data o lavorare mezza giornata. E che vede nella scrittrice interpretata da Valeria Bruni Tedeschi un ideale, un polo di attrazione, un punto di approdo.  

Anais corre. Non come Franka Potente, braccata, in Lola corre di Tom Tykwer: nemmeno come Dustin Hoffman nel Maratoneta, che ha visto la morte col volto di un dentista nazista, e corre col cuore che gli scoppia; neppure come Rocky all’alba, nella sua Philadelphia, per esultare in cima alla scalinata. Forse corre come Tom Hanks in Forrest Gump: una corsa infinita, innocente, quasi senza un perché. È una questione di musica, di ritmo vitale. 

Anaïs corre con le gambe nude e un vestitino leggero, corre con un mazzo di fiori in mano nella prima scena del film, inseguita dalla macchina a spalla di un operatore disperato. Corre su per le scale di un palazzo, su per sedici piani, perché ha paura degli ascensori, ha paura di sentirsi chiusa, intrappolata. Una paura che forse è il tratto caratteristico dell’adolescenza – anche quando si protrae oltre i cinquant’anni: aver paura di fermarsi, di decidere, di volere davvero qualcosa o qualcuno. Anaïs, per tutto il film, sa solo quello che non vuole, sa solo scappare. Persino da una madre che ama, interpretata da Anne Canovas che in poche, memorabili scene, carica di densità, di gravità il film. Una madre che avrebbe bisogno della presenza di Anais, perché il tempo in questa vita non è mai infinito. Quando piange, Anais lo fa da sola, senza farsi vedere. Preferisce che gli altri la vedano saltellare leggera da una promessa all’altra, da una fuga all’altra. 

STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
martedì 28 giugno 2022
Ilaria Mainardi
Gli Spietati

«La storia della mia vita non esiste. Proprio non esiste. Non c'è mai un centro, un percorso, una linea. Ci sono vaste zone dove sembra che ci fosse qualcuno, ma non è vero, non c'era nessuno.» Questo scrive Marguerite Duras nel suo celebre L'amante (Feltrinelli, 2015, trad. L. Prato Caruso). E Marguerite Duras è, per rimandi o esplicite citazioni, uno dei fili conduttori del lungometraggio d'esordio [...] Vai alla recensione »

NEWS
TRAILER
giovedì 14 aprile 2022
 

Regia di Charline Bourgeois-Tacquet. Un film con Anaïs Demoustier, Valeria Bruni Tedeschi, Denis Podalydès, Jean-Charles Clichet, Xavier Guelfi. Da giovedì 28 aprile al cinema. Guarda il trailer »

NEWS
lunedì 11 aprile 2022
 

Una commedia che mescola leggerezza e profondità attraverso il confronto tra le due protagoniste, che hanno il volto di Anaïs Demoustier e Valeria Bruni Tedeschi,  le cui strade si incrociano per caso. Vai all'articolo »

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