| Anno | 2021 |
| Genere | Thriller, Horror, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 102 minuti |
| Regia di | Lorenzo Bianchini |
| Attori | Pierre Richard, Iva Krajnc, Gioia Heinz, Arthur Defays, Paolo Fagiolo Zita Fusco, Franko Korosec, Alessandro Mizzi, Adriano Giraldi, Andrej Rismondo. |
| Uscita | giovedì 9 giugno 2022 |
| Tag | Da vedere 2021 |
| Distribuzione | mo-net |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,34 su 14 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 giugno 2022
Costretto allo sfratto, Pietro mette a punto una strategia per continuare a vivere dentro casa sua. Un giorno, però, una madre disperata stravolgerà i suoi piani. In Italia al Box Office L'angelo dei muri ha incassato 10,1 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Trieste. Pietro vive da solo in un vecchio appartamento all'ultimo piano di un vecchio edificio malmesso, ma la sua regolare monotonia viene interrotta dall'avviso di uno sfratto esecutivo. L'uomo però non vuole abbandonare la casa. Così, attraverso un muro del lungo corridoio, riesce a sparire e a non farsi trovare il giorno in cui arriva l'ufficiale giudiziario. Dal nascondiglio vede tutto quello che sta accadendo. Si rifugia lì ogni volta che c'è una minaccia esterna (il proprietario, i potenziali inquilini) e ha sempre l'ossessivo timore di essere scoperto. Un giorno però si trova davanti a due nuovi 'ospiti': Zala, una madre disperata e Sanya, la figlia che sta perdendo la vista.
La casa non è più un rifugio ma una minaccia. Come in Avati (La casa dalle finestre che ridono) e Argento (Profondo rosso), è lei la principale protagonista di L'angelo dei muri. Viene invasa da sconosciuti, diventa potenziale luogo di visioni (lo stesso passato del protagonista?), ma anche di contatti segreti come quello tra Pietro e la bambina.
Bianchini, più che un horror, firma un thriller soprannaturale dove, come nei suoi precedenti lungometraggi, mostra la materia del set (la polvere nell'appartamento) e utilizza in modo efficace la componente sonora come nel rumore del vento che apre le finestre.
L'angelo dei muri è l'esempio di un cinema di genere indipendente che, a prima vista, può anche apparire quasi silenzioso e sottratto perché non cerca il facile effetto sorpresa, ma alla fine riesce a portare a casa il risultato. La casa sembra muoversi, respirare autonomamente, attraverso il lungo corridoio che era anche al centro dell'istituto di Radice quadrata di tre e delle pareti dietro alle quali potrebbero esserci dei segreti nascosti come in quelli della villa seicentesca di Occhi.
L'angelo dei muri è una fiaba nera dove lo sguardo allucinato di Pierre Richard conduce in labirinti che sono, insieme, fisici e mentali. Trova delle felici intuizioni visive come la neve che entra nell'appartamento e l'immagine dell'ombra della madre e la figlia nascoste dietro a un lenzuolo rosso dove diventa determinante il lavoro sulla luce e il colore del direttore della fotografia Peter Zeitlinger, che dall'inizio degli anni Duemila ha costruito un duraturo sodalizio con Werner Herzog.
La casa viene infatti progressivamente sezionata, rivelata e scoperta con una sorpresa e una meraviglia che richiamano le pitture rupestri della grotta Chauvet in Cave of Forgotten Dreams. In realtà anche Bianchini è un costruttore di sogni dove oltre alla regia e alla sceneggiatura, si è occupato anche del montaggio e della scenografia.
Attraverso il volto consumato dell'ottantasettenne attore francese, conduce in un territorio dove convivono paura e magia. Trieste è all'esterno, guardata esclusivamente da quelle finestre che possono aprirsi, sbattere a lungo e far entrare la pioggia e la neve. Ma potrebbe essere qualunque altra città. Un luogo fantastico, creato come in un cartoon, o un punto di partenza da cui partire e volare proprio come in "Cinque settimane in pallone", il romanzo d'avventura di Jules Verne che è dichiaratamente citato.
L'angelo dei muri si spaccia a prima vista per un film anche troppo dimesso. In realtà è l'inizio per un invito a un viaggio dove la destinazione è ignota, ma è proprio questo il suo fascino sotterraneo.
Dopo 8 anni di inattività Bianchini(co-sceneggiatore,montatore e scenografo) torna a dimostrare indubbio talento con un'altra opera minimalista e personale.Non un horror ma un insolito racconto introspettivo(quasi senza dialoghi)che si svolge quasi del tutto in interni dal ritmo dilatato e qualche tocco fiabesco su un'anima solitaria che da un lato vuole disperatamente tenersi ciò [...] Vai alla recensione »
L’angelo dei muri è stato presentato nel novembre scorso, in prima mondiale, al Torino Film Festival: per il suo regista Lorenzo Bianchini si tratta del primo film con una produzione mainstream, grazie alla coproduzione fra la Tucker (al debutto nel settore produttivo), Rai Cinema e MYmovies, e del primo lavoro fuori dal genere horror.
A vent’anni esatti dall’esordio Lidrîs cuadrade di trê (2001), all’epoca vero e proprio caso di cinema regionale (girato e prodotto in Friuli, parlato in dialetto friulano) capace di diventare un cult della scena indipendente, Bianchini, confermatosi poi con Custodes Bestiae (2004), Film sporco (2008), Occhi (2010) e Oltre il guado (2013), ha saputo ampliare stilisticamente e produttivamente il suo cinema, arrivando a realizzare quello che lui stesso ha definito «un dramma psicologico dove trovano spazio elementi magici».
Favola nera o thriller dell’anima (altre possibili definizioni del film che Bianchini non rinnega), L’angelo dei muri racconta la storia di Pietro, un anziano signore triestino a cui viene comunicato l’avviso di sfratto, dopo anni passati nel suo vecchio appartamento. Messo alle strette, Pietro inventa una strategia per continuare a vivere segretamente dentro casa: costruisce un muro in fondo al corridoio dell’appartamento e crea per sé un nascondiglio verticale dietro il quale sparire.
Inevitabile, alla luce di ciò che è successo negli ultimi anni, pensare alla trama del film come a una rielaborazione di situazioni e pensieri generati dalla pandemia: L’angelo dei muri non è però un “Covid-movie”, nato dal confinamento imposto dalla pandemia, alla maniera dei lavori di Daniele Vicari (Il giorno e la notte) o Roan Johnson (State a casa), ma un film di genere che come tale ha la capacità, se non di prevedere il futuro, almeno di cogliere i pensieri inconsci di una società, i timori di un’epoca, le sue ossessioni, le sue paure.
Dietro la decisione del protagonista – interpretato dal grande francese Pierre Richard, celebre per i tanti ruoli in commedie, qui usato in una versione distorta di sé stesso – c’è la paura dell’altro, la protezione dello spazio personale, che man mano che la vicenda prosegue si illumina di una luce sinistra e ambigua. Da un lato Pietro difende il proprio diritto a vivere escluso dalla contemporaneità, dall’altro, però, nella sua ostinata solitudine è costretto dagli eventi a mettere in dubbio le proprie scelte e ridefinire l’idea di resistenza e isolamento.
La svolta del film arriva quando il protagonista, che all’interno del suo cubicolo ha installato una grata per respirare, creato una fessura per simulare un lucernaio e praticato dei buchi per spiare i suoi “nemici”, si trova ad affrontare l’arrivo di una donna disperata in cerca di protezione per sé e la figlia. Chi è la donna? E cosa può dare a Pietro, nonostante sia percepita come un invasore.
Nel confronto fra Richard e l’interprete della donna, l’attrice slovena Iva Krajnc Bagola, emerge l’elemento di maggior maturità del cinema di Bianchini, al di là della consueta abilità nel creare situazioni di tensione insinuante: la capacità, cioè, di gestire a livello di regia – grazie anche al contributo del direttore della fotografia Peter Zeitlinger, storico collaboratore di Herzog (Grizzly Man, Incontri alla fine del mondo, Il cattivo tenente, Cave of Forgotten Dreams, Into the Abyss…) – la relazione fra i corpi e gli spazi, per di più nel contesto soffocante di un mondo nel mondo, di una prigione che interpreta le paure più profonde di un uomo anziano mai veramente cresciuto.
Grande biondo del cinema francese, Pierre Richard si dirige per la prima volta negli anni Settanta e nei panni di un personaggio lunare (Che carriera che si fa con l’aiuto di mammà!) che rompe col cinema comico de papa e lo rinnova con un fragoroso successo popolare. Occhi celesti come il cielo sotto la capigliatura perennemente scapigliata, abita la scena con disinvoltura e levità, senza mai essere eccentrico o volgare. Il suo procedere sbadato e la sua risata contagiosa dimorano ancora nella memoria collettiva, come quel celebre tuffo spumoso che lo precipita innamorato e abbigliato nella vasca di Marie-Christine Barrault.
Per molti di noi, Pierre Richard è stato lo zio irresistibile che animava i pranzi domenicali, gesticolando, cadendo, rialzandosi e balbettando una replica esilarante. “Distratto” o “con una scarpa in mano”, questo attore burlesco, poetico e contestatario insieme, si è preso cura del suo pubblico e di una capra, facendoci ridere a crepapelle.
A ottantotto anni ha lavorato in oltre settanta film, i più celebri sono soprattutto le commedie (Alto, biondo e con una scarpa nera, La capra, Les Compères, Due fuggitivi e mezzo), e adesso lo ritroviamo nel dramma trascendente di Lorenzo Bianchini, ambientato a Trieste e agito dalla sua presenza muta e fantasmatica.
Al cuore dell’Angelo dei muri c’è una casa e piantato in quella casa c’è un vecchio uomo che non vuole andare via, nonostante lo sfratto, nonostante il tramonto. A trattenerlo sono forse i fantasmi di una vita prima, che il protagonista rievoca e spia nascosto in uno spazio ritagliato per trattenersi e trattenere quello che resta di lui. Murato dietro a un muro, Pierre Richard osserva i corridoi del passato dove conduce lo spettatore. La scenografia fa il resto, inducendoci a dubitare di ciò che vediamo o a crederci, fino a ricomporre un puzzle dove la realtà compete con l’immaginazione o forse coi ricordi o forse con la degenerazione di un uomo troppo vecchio per andare di nuovo nel mondo. Del resto qualcosa glielo impedisce, un senso di colpa, probabilmente, o la proiezione di un cervello senile.
L’autore confina il suo attore in un grande appartamento triestino, di cui sfrutta abilmente la plasticità, liberandosi del realismo come a teatro. L’angelo dei muri funziona allora per oscillazioni e slittamenti successivi fino a tuffarsi nel ‘fantastico’. La macchina da presa, sempre un passo avanti al suo interprete, produce una minaccia greve, confondendo le temporalità. Ma tutto resterebbe teorico se non fosse per Pierre Richard, che ‘libera’ lo spazio agli altri ‘attori’ della casa, una mamma (Iva Krajnc) e la sua bambina (Gioia Heinz), passando al setaccio il precipitato dei suoi giorni. Abitato da tutti i fantasmi del suo cinema, percorre i corridoi e attraversa le stanze con l’allure di chi non ha mai lasciato davvero l’infanzia. Bianchini lo sceglie forse per quella sua fedeltà alla leggerezza che lo ha reso un grande attore (ir)ridente, l’incarnazione del sognatore gentile e inclassificabile.
La sua passione per la musica, la letteratura e il vino, che produce creativo e non per forza in quest’ordine, hanno diradato negli anni la sua presenza sullo schermo. Lontano dalle sale, la sua acconciatura a girasole si è appassita con il volto, magnifico ricamo del tempo. Nel ‘film da un altro mondo’ di Bianchini, la stella polare della risata francese riappare nel firmamento e rivela il lato nascosto del suo estro, suonando altre note con un filo di voce calda e confortante. Voce che avvolge nella sua dolcezza un ‘testo’ esigente e segreto. E nelle escursioni notturne, questo custode discreto sembra poter essere finalmente se stesso, senza disturbare nessuno. La bionditudine del suo interprete si è fatta bianca e immacolata ma per la bambina che lo avverte dietro ai muri, lo zio Pierre ha ancora i capelli biondi e un libro di Jules Verne in mano. La promessa di un viaggio straordinario che si invola.
Si chiama L’angelo dei muri. È il film che Lorenzo Bianchini, regista indipendente finora molto apprezzato in un circuito “off mainstream”, ha realizzato grazie a Raicinema, Tucker Film e MYmovies.
L’angelo dei muri è una favola nera, o anche – se vogliamo – un modo di rendere visibili le paure, i sensi di colpa, gli smarrimenti di uomo nell’ultima fase della sua vita. Un uomo che nel film è interpretato dall’attore francese Pierre Richard, occhi azzurri vividi dentro una ragnatela di rughe. E ha molte ragnatele anche la casa in cui vive, una casa da cui viene sfrattato. Ma che continua ad abitare, nascondendosi in una nicchia fra le mura dell’appartamento, nel quale sono venute a vivere una madre single con la figlia.
Il film, ambientato a Trieste e presentato come film di chiusura della sezione “Le stanze di Rol” del Torino film festival, sarà nei cinema di tutta Italia a partire da giovedì 9 giugno.
Abbiamo parlato con il regista, che ha anche scritto il film insieme a Fabrizio Bozzetti e alla sorella Michela Bianchini.
Lorenzo, una delle caratteristiche interessanti del film è che mette insieme una paura realistica, “sociale” – la perdita della propria casa – e paure interiori, psicologiche, recondite. Era una sua intenzione?
Sì: la paura che il vecchio ha di perdere la propria casa, la casa che è stata il teatro di tutta la sua vita, lo porta a precipitare in una situazione estrema, in cui emergono in lui altre paure. I suoi sensi di colpa, i nodi irrisolti. Il film vive quasi due fasi: la vita quotidiana del vecchio, e poi il colpo d’ascia che lo costringe a vivere una realtà diversa. Ma che gli apre il mondo dei ricordi.
Dopo molti film indipendenti apprezzati dai fan e dalla critica, per la prima volta può contare su una produzione esterna: RaiCinema, Tucker Film, MYmovies. Che cosa cambia?
Paradossalmente, l’essere stato sempre un regista indipendente ti aiuta a lavorare con una produzione più grande, perché hai avuto esperienza di tutti gli aspetti produttivi. Ma, certo, avere una produzione alle spalle è stato determinante, anche per riuscire ad avere con me un attore come Pierre Richard e un direttore della fotografia come Peter Zeitlinger.
Che è il direttore della fotografia di Cave of Forgotten Dreams il film che Werner Herzog ha realizzato sui graffiti preistorici nelle grotte dell’Ardèche, e di molti altri suoi lavori. Che tipo di lavoro avete svolto?
Peter ha dipinto, con le luci e le ombre, questa enorme casa che è quasi un’estensione della mente del protagonista. Una casa in cui si mescolano reale e irreale. A volte, Zeitlinger crea questo scarto con piccoli movimenti della camera, piccoli voli con i quali ci si stacca dal personaggio e si va altrove.
Nel film colpiscono molto i piani sequenza, un vagare nella casa insieme al personaggio.
Mi piacciono moltissimo i piani sequenza, per raccontare certe emozioni, soprattutto quelle legate alla solitudine. Filmare stando insieme al personaggio è, in alcuni casi, essenziale.
Luci e ombre disegnano anche molto bene l’atmosfera di decadenza della casa, dell’uomo. Anche della città intorno.
Abbiamo girato in un quartiere molto antico di Trieste: palazzi austroungarici molto grigi, con la bora che preme sulle imposte. Un mondo che ti dà una sensazione di freddo, di tristezza, di solitudine determinante.
Come è arrivato a Pierre Richard? Lo ricordiamo in film comici francesi, come La capra. Sorprende trovarlo qui.
Anche io avevo memoria di questo film, che interpretava insieme a Depardieu. Ho fatto un grande percorso fra i volti di molti attori, finché ho trovato il suo: c’era tutto quello che volevo esprimere. Il dolore, e la fiaba.
Uno dei luoghi comuni è che l’horror italiano, un tempo in auge, sia da anni morto e sepolto. In realtà, di horror italiani se ne fanno ancora molti, anche se restano per lo più sotto traccia e hanno poca visibilità. Ci sono comunque diversi autori italiani specializzati nel campo che proseguono con determinazione un cammino commercialmente non facile. Tra questi, Lorenzo Bianchini è di certo uno dei migliori, ma anche dei più appartati.
Film dopo film, segue un percorso assolutamente personale che lo porta a scandagliare l’animo umano in modo sempre più approfondito sino a questo suo ultimo film, L’angelo dei muri (al cinema da giovedì 9 giugno e in anteprima dal 19 maggio nelle sale del Friuli Venezia Giulia), che in realtà sfida l’attribuzione a un genere particolare.
La storia è molto semplice: a Trieste, un anziano, sfrattato dal suo appartamento nel quale vive da molto tempo, fa solo finta di andarsene, ma in realtà si rifugia in un piccolissimo locale ricavato nell’appartamento erigendo un muretto, in modo da poterci vivere di nascosto. Così, riesce a vedere i nuovi inquilini - una mamma preoccupata e sua figlia gravemente malata e già resa cieca dalla malattia - spiandone i movimenti e instaurando un contatto con la bambina, per la quale diventa l’angelo dei muri.
Come il precedente Across the River - Oltre il guado, anche L’angelo dei muri si concentra su un personaggio, sulla sua solitudine estrema, sul passato che ritorna. Un cinema rarefatto, quello di Bianchini, che concede poco allo spettacolo e richiede molta attenzione allo spettatore, ripagandolo però con una sottigliezza e una profondità non comuni. Diversamente da altri che privilegiano l’aspetto esteriore dell’horror, ricco di splatter e gore, Bianchini ha da sempre preferito le atmosfere inquietanti, un cinema austero e oscuro, macabro nei toni e nell’anima. In questo avvicinandosi alla lezione di Val Lewton, il poeta delle ombre, che, caso più unico che raro, non era neanche un regista, ma era il vero autore dei suoi film, della loro poetica. Il clima cupo e severo del film di Bianchini richiama forse il lewtoniano La settima vittima, mentre il rapporto tra la bambina e l’essere che lei crede soprannaturale fa pensare, con tutte le ovvie diversità, a Il giardino delle streghe.
La soluzione scelta dall’anziano sfrattato può richiamare, per certi versi, il recente Parasite (guarda la video recensione) di Bong Joon-ho, con spirito ed esiti narrativi peraltro diversissimi. O ricordare un vecchio thriller con Gary Busey, L’intruso. Ma per la bizzarria e la curiosa determinazione con cui il vecchio l’adotta contro ogni logica e per il suo spirito ossessivo e al tempo stesso iperrealistico, sembra piuttosto uscita dalla penna di Edogawa Rampo, scrittore giapponese specializzato in un macabro opprimente e tormentato. Con il protagonista quindi che, nascosto in modo pertinace in uno spazio angusto (anche se non dentro una poltrona, come in un famoso racconto di Rampo), è intento a osservare ciò che succede nell’appartamento che è stato suo. Ma in realtà il protagonista non osserva tanto gli altri quanto se stesso. Riscopre il dolore del proprio passato che non lo ha mai abbandonato in tutti questi anni e con cui giunge a fare i conti alla ricerca, se non di una redenzione, di un sollievo dalla colpa.
L’acqua che si insinua simbolicamente nella casa per ogni dove è, assieme al vento (non è un caso che il film sia ambientato a Trieste), un elemento della natura che richiama la presenza del soprannaturale, come avveniva in un famoso film di fantasmi giapponese, Dark Water di Hideo Nakata, che con questo film ha anche in comune la presenza di una mamma e di una bambina in situazione di difficoltà oltre all’ambientazione in un edificio fatiscente che necessita di ristrutturazioni. Non manca nemmeno qualche tocco polanskiano, con il protagonista che osserva un appartamento nel palazzo di fronte e viene a sua volta improvvisamente osservato.
Trieste, oggi. In un antico palazzo vive il vecchio Pietro, in condizioni di marginalità se non disagio. Il peggio è da venire e arriva: ordinanza di sfratto. Ma Pietro non vuole rinunciare alla routine solitaria in quella tana, e anziché fare i bagagli costruisce un tramezzo in fondo all'unico, lungo corridoio: pochi metri quadri, meglio che niente.