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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 aprile 2020
Un ragazzo denuncia i propri genitori per averlo messo al mondo. Non accetta la vita che gli è stata donata. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato al Festival di Cannes, 1 candidatura a Golden Globes, 1 candidatura a BAFTA, 1 candidatura a Cesar, 1 candidatura a Critics Choice Award, Cafarnao - Caos e miracoli è 171° in classifica al Box Office, ieri ha incassato € 85,00 e registrato 187.086 presenze.
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CONSIGLIATO SÌ
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Zain è un ragazzino dodicenne appartenente a una famiglia molto numerosa. Facciamo la sua conoscenza in un tribunale di Beirut dove viene condotto in stato di detenzione per un grave reato commesso. Ma ora è lui ad aver chiamato in giudizio i genitori. L'accusa? Averlo messo al mondo.
Nadine Labaki, al suo terzo lungometraggio, conferma la sua profonda empatia con coloro che si trovano a vivere situazioni di disagio sociale.
Questa volta però abbandona totalmente qualsiasi riferimento o anche solo accenno alla commedia per immergerci in una dimensione di dramma che ha al centro un minore e una società che, non sempre per colpa ma comunque oggettivamente, non ha alcuna cura nei confronti di chi invece ne avrebbe maggiormente bisogno.
Per chi non lo ricordasse, il termine cafarnao definisce un luogo pieno di confusione e disordine e tale era la lavagna su cui la regista scriveva i temi che intendeva trattare nel suo film da fare. L'infanzia maltrattata, i migranti, il ruolo genitoriale, i confini tra gli stati, la necessità di avere dei documenti sei si vuole essere considerati come esseri umani a cui si possa dedicare attenzione, la Dichiarazione dei Diritti dei bambini.
Da tutti questi elementi è scaturito un film che sembra aver fatto propria la lezione dei Dardenne portandola però alle estreme conseguenze. A partire della scelta degli attori ognuno dei quali, dal più piccolo agli adulti, ha subito nella propria esistenza i colpi avversi di una esclusione sociale. Questa però non vuole essere una cattura del consenso legata al vissuto degli interpreti. Perché Labaki ha saputo trarre dal cafarnao dei temi e dalle vite vissute un film che ci obbliga a confrontarci con gli argomenti trattati obbligandoci costantemente a porci domande.
I muri sono scrostati come gli animi in una storia in cui un fratello vuole difendere la sorella che lo ha seguito di un anno nella nascita da un matrimonio privo di qualsiasi senso che non sia quello della sottomissione passiva dei genitori allo status quo dominante. Zain non può e non deve comprendere ciò che li spinge a piegare il capo. Sa solo, intimamente, profondamente fino alla viscere, che non è giusto. E si ribella. Non ha avuto genitori che possa ritenere degni di questo nome e quindi non ha modelli di riferimento. Eppure si troverà a fare da padre a un bambino che ancora viene allattato.
In una città in cui dominano i rumori del traffico e l'indifferenza del prossimo, Zain si impegna a non cedere escogitando le strategie di sopravvivenza più ingegnose. Così come non cede Nadine Labaki il cui cinema di impegno civile rende testimonianza a quegli ultimi in favore dei quali lancia un dolente grido di richiesta d'aiuto concreto.
Assurdamente criticato da una parte della miope critica italica (che ha voluto ad ogni costo vedere nel film inesistenti ricatti emotivi, spettacolarizzazioni, malcelate disonestà intellettuali, un deplorevole sfruttamento dell’infanzia [usata, a quanto pare, come “grimaldello emotivo”] e infiniti altri criminosi sotterfugi e doppi fini [a quanto pare, se ci si impegna a [...] Vai alla recensione »
Quando ha ottenuto il Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2018, Cafarnao ha suscitato un'immediata spaccatura nella critica. I favorevoli e i contrari, gli entusiasti e gli indignati. Analizzare queste posizioni può essere utile per comprendere che cosa, simbolicamente, si gioca nel campo dell'immagine contemporanea. Facciamo un passo indietro, parlando prima del film in sé. Il racconto universale dell'infanzia negata e della povertà, della periferia del mondo e delle sue miserie, possiede una forza esemplificatrice non limitata al Libano in cui si svolge, ma estendibile a tutte le povertà del mondo. La povertà, infatti, è esportata ed esportabile, tanto quanto le migrazioni.
Non è un caso che una delle protagoniste del film sia una migrante etiope a Beirut, a conferma che a tutte le latitudini i poveri si muovono e cercano di migliorare la propria disperata situazione - spesso però finendo in contesti di ancora maggiore degrado, o di privazione della libertà, o di schiavitù.
Per un paradosso molto noto ai demografi, le popolazioni povere sono anche quelle che mettono al mondo più figli, sia per motivi di tradizione culturale sia per scarsa attenzione al controllo dei rapporti. Ne consegue che l'infanzia sia quella che paga lo scotto più insopportabile per la povertà dei genitori e le condizioni inumane della loro esistenza. Ecco perché a un certo punto di Cafarnao, quando Zain viene informato dalla madre che avrà un nuovo fratellino, le dice di avere il cuore spezzato, perché quel bambino farà certamente la sua stessa fine: calpestato, umiliato, picchiato, cacciato, imprigionato, o peggio.
Torniamo ora alla questione estetica. Quali sono i dubbi di alcuni critici nei confronti di Cafarnao? Le accuse sono sostanzialmente due: retorica ed estetizzazione. Sulla prima, non mancano motivazioni a supporto del biasimo, poiché Nadine Labaki sembra aver necessità di alcune marche stilistiche (principalmente il rallentato, gli archi, i cori, i primi piani) da sempre legate all'enfatizzazione di un tema, alla preoccupazione di renderlo ben chiaro al pubblico e alla necessità di sottolinearlo con forza. È dunque legittimo esserne irritati.
Più controversa, invece, la questione della forma. Nadine Labaki, nel scegliere un certo tipo di stile e un certo grado di cura fotografica, ha preso una decisione e ne ha escluse molte altre. L'idea che circola è che se si fanno film sulle miserie del mondo, è necessario dotarsi di uno stile pauperistico e mimetico nei confronti del tema. In questo caso, si tratta di una fallacia ideologica dura a morire, legata a una teoria del realismo piuttosto limitata e scorretta. Non solo è difficile decidere a priori quale sia il grado di "bellezza" estetica vada accettato (come se La terra trema di Visconti - per citare un capolavoro del neorealismo - non fosse di un nitore stilistico e pittorico clamoroso), ma è una prescrizione morale che cozza con l'idea stessa dei processi tecnici alla base del cinema. Nessun film è naturale, nemmeno il più realistico. Si tratta sempre e comunque di astrazioni audiovisive.
Zain, il protagonista di Cafarnao - Caos e miracoli di Nadine Labaki, è libanese e ha solo 12 anni. È un bambino, ma ha il coraggio di un guerriero quando, accusato di un grave reato, intenta un causa contro i suoi stessi genitori per averlo generato senza essere in grado di crescerlo.
Quella di Cafarnao è una storia che non può lasciare indifferenti, come accade sempre quando il cinema racconta il mondo - in particolare le brutture del mondo - con gli occhi dei più piccoli.
Da un ambiente simile, ma a qualche migliaia di chilometri di distanza da Beirut, proveniva il Jamal Malik di The Millionaire di Danny Boyle, tratto dal romanzo 'Le dodici domande' di Vikas Swarup, 10 candidature all'Oscar e 8 statuette guadagnate: un ragazzino di diciotto anni (Dev Patel) che dopo una vita trascorsa nelle baraccopoli di Mumbai tenta la fortuna con un quiz tv, nonostante tutto il mondo sembri remargli contro.
E sempre dall'India viene Saroo, il piccolo protagonista di Lion - La strada verso casa di Garth Davis, adattamento delle memorie di Saroo Brierley. Qui un bambino di sei anni, Saroo appunto (nella versione adulta interpretato, ancora, da Dev Patel), viene lasciato da uno dei suoi fratelli sulla panchina di una stazione ferroviaria. Nel tentativo di ricongiungersi con la famiglia arriverà a Calcutta, dove dovrà arrangiarsi e sopravvivere da solo. E ancora in My name is Adil di Adil Azzab, la storia è quella (vera) di un giovane pastore che dal Marocco arriva a Milano, a 13 anni, per ritrovare il padre emigrato e fare l'elettricista. Finirà per diventare regista e raccontare, a tutto il mondo, la sua esperienza di vita.
I Cafarnao del mondo
In Italia si chiamano baraccopoli, in Inghilterra e nelle ex colonie slum, in Francia e nei paesi francofoni bidonville, in Brasile favelas e in Sudafrica township: sono le periferie delle periferie del mondo, agglomerati di abitazioni precarie in cui abita e sopravvive, secondo una stima delle Nazioni Unite, circa un miliardo di persone. Tra cui molti, troppi, bambini.
Il dodicenne Zain vive tra le baraccopoli di Beirut con la sua famiglia ma, dopo essere stato arrestato per aver pugnalato un uomo, cita in giudizio i suoi genitori per averlo fatto nascere sapendo già di non potergli offrire cura, sicurezza e affetto. La madre Souad (Kawthar Al Haddad) e il padre Selim (Fadi Kamel Youssef) sono talmente poveri che non hanno potuto pagare le tasse per registrare la nascita dei loro figli che, pertanto, sono privi di documenti. Per questo non possono andare a scuola e sono costretti a guadagnarsi da vivere con alcuni lavori improvvisati. Dopo che la sorella a cui è molto legato viene costretta a sposarsi a soli 11 anni, Zain scappa di casa e inizia a lottare per sopravvivere da solo in una realtà frenetica e difficile. L'incontro con l'immigrante etiope Rahil (Yordanos Shiferaw), un'anima gentile che sta nascondendo il figlio di un anno Yonas ai datori di lavoro e alle autorità in una baracca fra detriti e ruggine, gli dona una speranza seppur per poco.
La parola cafarnao significa "accumulo disordinato di oggetti". Nadine Labaki, regista di Caramel e E ora dove andiamo? ha deciso di intitolare così il suo terzo film che racconta una storia caratterizzata da un forte senso di caos che travolge la vita del piccolo protagonista, interpretato da Zain Al Rafeea.
Dopo l'anteprima al festival di Cannes 2018, Cafarnao (guarda la video recensione) è stato molto apprezzato dalla critica internazionale e, di seguito, vi diamo cinque buoni motivi per non perdere questo nuovo film di puro realismo sociale scritto e diretto da Nadine Labaki.
1. La regista
Nadine Labaki è la prima regista araba femminile a essere mai stata nominata per un Oscar nella migliore categoria di film in lingua straniera. Cafarnao conferisce al Libano una nomination dopo L'insulto di Ziad Doueiri, che è stato nominato precedentemente. Labaki è stata anche la prima regista araba femminile a vincere lo scorso anno il Premio della Giuria a Cannes, dove ha vinto il secondo più alto onore del festival e ha ricevuto un'ovazione di ben quindici minuti. Questo successo le ha permesso di essere nominata Presidente della Giuria della sezione Un Certain Reguard al prossimo festival di Cannes 2019. Inoltre il suo film ha ammiratori anche molto importanti. Basti pensare che Oprah Winfrey ha scritto sui social: "Non riesco a smettere di pensare a questo film. L'ho visto tre giorni fa. Quando l'ho visto non sapevo che i membri del cast fossero persone reali, inclusi i due bambini fenomenali."
2. Il cast non professionista
Il cast non è composto da attori professionisti, ma ogni personaggio è estremamente verosimile, espressivo e contribuisce all'autenticità del film. Nadine Labaki e la direttrice del casting Jennifer Haddad hanno cercato attori le cui storie di vita si avvicinassero ai retroscena dei personaggi che dovevano interpretare. Il bambino, per esempio, ha fatto il fattorino all'età di 10 anni e Cedra Izzam, la sorella, è una siriana rifugiata che è stata sorpresa a vendere gomma da masticare per le strade di Beirut qualche tempo fa. Ovviamente la loro interpretazione è merito anche della regista che, con pazienza e una genuina empatia, ha saputo guidarli e fare un ottimo lavoro. In particolare gestire la coppia Yonas/Zain è stata una grande sfida visto la loro tenera età.
«Vengo da un Paese che è un punto invisibile sulla mappa, dove non esiste alcuna industria cinematografica». A parlare è la regista e attrice Nadine Labaki, gli occhi scuri e profondi, lo sguardo sicuro da pioniera. Prima autrice libanese, futura Presidentessa di Giuria di Un Certain Regard a Cannes, intanto il suo nuovo film Cafarnao ha compiuto il suo trionfale cammino - dallo scorso Festival di Cannes fino ai Golden Globes e agli Oscar - portando a casa premi, applausi e candidature.
Labaki ha fatto della lotta all'invisibilità la sua cifra artistica, e nel suo ultimo film ha scelto proprio i più invisibili di tutti per protagonisti: i bambini delle baraccopoli libanesi, come Zain Al Rafeea, nato nel 2004 in Siria.
Considera il cinema come mezzo di riflessione sociale e politica. Perché?
È per me ormai una missione e una responsabilità: il cinema può, se non cambiare le menti delle persone, sicuramente alimentare il dibattito, creare domande. Sa dare un volto a termini che sentiamo ripetere, come "guerre", e guardare chi le vive e le attraversa con empatia, comprendere le loro emozioni, le loro paure. Il cinema serve a questo, a capire meglio la natura umana. Tutti conoscono la realtà, è sotto gli occhi di tutti. Ma guardarla attraverso gli occhi di un bambino stra-ordinario come Zain è un'altra cosa.
Non dev'essere stato facile girare una storia come questa, in primis per gli stessi bambini.
No, infatti. Il protagonista Zain era in una situazione complicatissima nella vita reale, solo il set era un posto sicuro, ma fino al giorno successivo tutti stavamo in pensiero per lui. Situazioni fragili e pericolose che mettevano ansia a ognuno di noi. La nostra soddisfazione oggi è che tutti i bambini che hanno partecipato al film sono salvi e vanno a scuola... Anche solo per questo fare il film ha avuto senso.
È per questo che si è ritagliata il ruolo di avvocatessa, per stare vicino al suo protagonista e difenderlo anche sullo schermo?
Ho tagliato moltissimo di quel personaggio perché mi sembrava l'unico finto, rischiava di togliere forza e verità al film, che doveva avere e ha per protagonisti esclusivamente i bambini.
Con loro ha girato in maniera tutt'altro che classica, archiviando centinaia di ore di materiale, lasciandoli piena libertà di espressione...
Avevano bisogno di totale libertà. Non potevo permettermi una lavorazione classica, o avrei paralizzato la storia. Poi i bambini ovviamente non avevano un copione in mano: li abbiamo seguiti per mesi, chiedendo loro di reagire, non di agire, creando intanto attorno a loro il giusto contesto per esprimersi. Ecco perché ho chiesto a mio marito di produrre il film, o non avrei avuto la libertà che mi serviva.
Una libertà che ha pagato, guardando tutto il percorso che ha fatto il film finora, i premi e i riconoscimenti ricevuti. È soddisfatta?
Molto, anche se per me l'importante era portare all'attenzione di tutti la problematica di questi bambini, ce ne sono davvero tanti come i nostri Zain e Sahara. A Cannes, come agli Oscar, sapevo di essere di fronte a una platea che poteva e può davvero fare la differenza e cambiare le cose. Solo questo era importante, ci pensavo ad ogni singolo incontro. Steven Spielberg per dire ha visto due volte Cafarnao e mi ha invitato a cena con pochi altri filmaker per parlare del film, di come l'avessi fatto, di come fossi riuscita a renderlo così, parole sue, emozionante.
Fin dai suoi inizi, e parliamo degli Anni Venti, il cinema libanese ha attraversato molte fasi. Dopo l'indipendenza dai francesi nel 1943 e fino ai primi Anni Settanta, ha spopolato con produzioni nazionali, soprattutto musical, che gareggiavano con l'Egitto per dominare il mercato cinematografico arabo. Poi, con l'arrivo della guerra civile, una nuova generazione di registi, maschi e femmine in egual numero, ha inaugurato un'epoca di produzioni filmiche moderne, che non mancano di presenziare ad alcuni dei più importanti festival del mondo. Storiche personalità che oggi non sono più tra noi come Maroun Bagdadi, Jocelyn Saab e Randa Chahal Sabag, mentre altre continuano a lavorare senza sosta come Philippe Aractingi, Ziad Doueiri e, soprattutto, Nadine Labaki.
Nadine Labaki si stava già godendo la meritata fama d'attrice, prima di passare dietro la macchina da presa e, con sole due regie, diventare rapidamente la più famosa autrice del mondo arabo.
L'esordio alla regia è avvenuto con Caramel (2007), una commedia su cinque donne che si riuniscono in un salone di bellezza per parlare d'amore, sessualità e delusioni quotidiane. Un vero successo commerciale. Poi è arrivato E ora dove andiamo? (2011), un altro record al box office e che ha consolidato la sua reputazione di narratrice della cinepresa, capace di trascendere i limiti della "località". Da quel momento in poi, la Labaki è stata considerata una figura in grado di unificare la frammentaria scena politica e religiosa nazionale, in un'industria che, a differenza di quella occidentale, è attualmente dominata dalle donne (Danielle Arbid, Maria Abdel Karim, Joana Hadjithomas, solo per citarne alcune).
La candidatura all'Oscar con Cafarnao
Occhi fumosi e capelli neri, ha alle sue spalle non solo una gavetta in veste d'attrice, ma anche di regista di videoclip per le migliori star del pop arabo, in un periodo in cui mai avrebbe immaginato di vedere il suo nome fra i candidati all'Oscar. È successo con Cafarnao - Caos e miracoli, nel 2019, suo terzo lungometraggio, che non solo si è guadagnato una nomination all'Academy Awards come miglior film straniero (gli verrà preferito l'impeccabile Roma di Alfonso Cuarón), ma le ha permesso di diventare la prima donna araba a essere candidata a un Golden Globe. Tutto merito di questo magistrale dramma neorealista su un piccolo rifugiato siriano che vive per le strade di Beirut. Ben quindici i minuti di standing ovation al Festival di Cannes, che le ha conferito anche i Premi della Giuria e della Giuria Ecumenica. Una platea visibilmente toccata dalla storia di un bambino invisibile, che rappresenta un'intera generazione di nuovi bimbi sperduti. Senza istruzione, senza prospettive. Lancette di un momenzo zero in cui l'infanzia non ha nulla a causa dei troppi disordini politici.
Ma non è solo quella platea a rimanerne affascinata. Le Nazioni Unite lo hanno definito "ispiratore". Oprah Winfrey l'ha lodato e raccomandato ai suoi followers su Twitter. Il Ministro degli Esteri libanese, Gebran Bassil, ha dichiarato che Cafarnao si è fatto portatore di un "tocco" che è vera poesia nell'industria cinematografica internazionale. In più, la competizione agli Oscar è stata decisiva anche per una ragione che va al di fuori dei record nazionali (va ricordato che la Labaki è il secondo nome, dopo quello di Ziad Doueiri e del suo L'insulto, a entrare nella rosa dei designati al prestigioso premio). È stata infatti una delle uniche talentuose registe donne a concorrere nel 2018. Un anno che viene ricordato per una presenza di autori prettamente maschili.
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Zain è un bambino che ne ha viste troppe. Così tante da voler denunciare i genitori per averlo messo al mondo. Il sottinteso è che nessuno, da quel momento in poi, si è mai occupato di lui. Zain è uno dei bambini che crescono nelle baraccopoli libanesi, nel cuore gli batte la voglia di volersi ribellare a un destino ingiusto. Non sa che allontanandosi di casa finirà peggio, non immagina i terribili incontri che lo attendono, ma è proprio in questo suo candido non sapere che sta tutta l'essenza di un viaggio insieme di formazione, esplorazione, scoperta, confronto costante con la fame e il dolore. Imparerà a crescere malgrado tutto e tutti, il piccolo Zain. A farsi grande e uomo, a badare a un bambino ancora più sfortunato e affamato di lui, a sopravvivere contando solo sulle proprie esigue risorse.
Nadine Labaki ha la forza delle grandi narratrici. Con mano matura e consapevole alla sua terza prova dietro la macchina da presa non si spaventa a raschiare il fondo dell'oscurità, ma firma un dramma sociale di spessore di cui si fa avvocatessa - ritagliandosene anche il ruolo.
Senza timore di risultare retorica sceglie di raccontare le disavventure esistenziali quanto emotive di un ragazzino come quei tanti di cui ignoriamo, o fingiamo di ignorare, l'esistenza. Ecco allora che Cafarnao diventa un commovente grido di denuncia, un film fondamentale per ricordare ciò che accade nel mondo tutti i giorni sotto i nostri occhi, per raccontare i tanti Zain sparsi in giro per il pianeta.
Se poi accanto alla denuncia vibra il pathos di una storia carica di umanità che sa toccare ed emozionare fino in fondo, allora il film diventa indimenticabile. Come gli occhi magnetici del piccolo Zain.
Nelle nostre sale è ormai da un settimana - ne avevamo parlato dallo scorso Festival di Cannes dove era in concorso - ma quello che sorprende è l'enfasi di giudizio che vi si è scatenata intorno: si ama o si odia, critici, cinefili, spettatori, commenti più o meno lunghi sui social oscillano tutti tra questi due poli nettamente contrapposti. È stato così sin dalla prima proiezione sulla Croisette col [...] Vai alla recensione »