Cafarnao - Caos e miracoli

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Un film di Nadine Labaki. Con Zain Alrafeea, Yordanos Shifera, Boluwatife Treasure Bankole, Kawsar Al Haddad.
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Titolo originale Capharnaüm. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 120 min. - Libano, USA 2018. - Lucky Red uscita giovedì 11 aprile 2019. MYMONETRO Cafarnao - Caos e miracoli * * * 1/2 - valutazione media: 3,65 su 37 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

cafarnao, il male che non vediamo Valutazione 5 stelle su cinque

di sergio dal maso


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domenica 5 gennaio 2020

“Ascoltami, se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro (…) e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dichiaro in anticipo che la verità tutta non vale un prezzo così alto.”   da “I fratelli Karamazov” - Fedor Dostoevskij

 

Cafarnao è un film che fa male. Molto male.

Si esce scossi dalla sala, con la sensazione di avere ricevuto un cazzotto nello stomaco. Eppure non è una visione che si rinnega, anzi. La tragica storia del piccolo Zain ce la si porta dentro per molto tempo, indimenticabile come l’infinita tristezza del suo sguardo fiero.  

Dopo il sorprendente incipit in cui il bambino denuncia i genitori, accusandoli di averlo fatto nascere, con una serie di flash-back viene ricostruita la sfortunata storia del piccolo protagonista, dalla durissima vita famigliare alla fuga disperata, in una continua discesa all’inferno raccontata come se fosse in presa diretta, in una sorta di neorealismo estremo.

Se la denuncia in tribunale è palesemente un espediente narrativo, quindi inventato, tutto quello che vediamo dopo appare invece, seppur aberrante, incredibilmente realistico.

Incredibile come Zain, che non va a scuola e lavora come se fosse un adulto, oltre a polverizzare le pastiglie delle medicine per spacciare droga sintetica. Come Sahar, venduta e data in sposa undicenne in cambio dell’affitto e di qualche gallina. Come Rahil, la ragazza etiope clandestina che per poter lavorare è costretta ad affidare il figlio neonato a un bambino. O come tutti gli immigrati in fuga dalla Siria che, essendo senza documenti, agli occhi della legge semplicemente non esistono.

Cafarnao fa male perché si percepisce che è tutto vero. Disturba perché, a parte il tema iniziale della denuncia dei genitori, non c’è nulla che sia inventato o solo immaginato.

Non abbiamo bisogno di sapere dalle dichiarazioni della regista Nadine Labaki che il ragazzino che interpreta Zain è veramente un profugo siriano, analfabeta e clandestino, senza diritti perché senza documenti. O che Rahil “all'indomani delle riprese della scena dell'arresto nell'internet caffè è stata realmente arrestata perché non possedeva documenti legali”. Si percepisce che “le lacrime di Rahil quando nel film si mette a piangere nel momento in cui finisce in prigione sono lacrime vere perché ha davvero vissuto quell'esperienza in un carcere altrettanto orrendo.

La regista libanese ha impiegato tre anni per documentarsi sui campi profughi e sulla vita nei quartieri periferici di Beirut, incontrando e dialogando con migliaia di persone. Le riprese sono poi durate sei mesi con più di 520 ore di pellicola girata.

Sono tanti i temi che il film affronta, dall’invisibilità dei profughi di guerra costretti alla clandestinità alla miseria estrema delle baraccopoli della capitale libanese, passando per la disgustosa tradizione, ancora tollerata, delle spose-bambine.

A collegare tutte queste tematiche c’è il filo rosso dell’infanzia negata, dell’assurdità di far pagare i crimini degli adulti ai milioni di bambini che, naturalmente, non hanno alcuna colpa. 

Per questo la macchina da presa della regista si muove all’altezza di Zain, lo segue incessantemente, discreta e senza morbosità, attenta a trasmettere i suoi stati d’animo e le sue emozioni.

Con un montaggio serrato e coinvolgente alterna i primi e i primissimi piani dei volti dei bambini alle riprese dall’alto del caotico squallore delle zone povere di Beirut. Non a caso Capharnaum significa caos e confusione.

La regista Labaki, che è anche l’interprete dell’avvocato di Zain, affronta le varie tematiche senza accusare nessuno, senza retorica né pietismo, senza azzardare risposte semplici a problemi complessi.

In un’epoca dove si semplifica e si banalizza qualsiasi argomento è importante guardare in faccia la realtà delle cose, coglierne la verità nella complessità. Ben vengano allora i film spietati e strazianti come Cafarnao, purché sinceri e intellettualmente onesti.

Qualche critico l’ha giudicato un film ricattatorio, con ridicole accuse di spettacolarizzazione del dolore. A Cannes invece ha avuto un’accoglienza trionfale e ha vinto il Premio della Giuria per essere poi candidato all’Oscar; in sala è andato benissimo anche in Italia, pur senza alcuna promozione, solo col passaparola.

Il piccolo interprete Zain Al-Rafeea alla fine ha avuto i documenti e l’asilo politico dalla Norvegia, dove si è trasferito con la famiglia.

Mai nella storia del cinema c’è stato un fotogramma finale più liberatorio. E per fortuna assolutamente reale.

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