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Nadine Labaki

Nadine Labaki. Data di nascita 18 febbraio 1974 a Baabdat (Libano). Nadine Labaki ha oggi 48 anni ed è del segno zodiacale Acquario.

«Aspetto che una storia diventi la mia ossessione»

A cura di Fabio Secchi Frau

Fin dai suoi inizi, e parliamo degli Anni Venti, il cinema libanese ha attraversato molte fasi. Dopo l'indipendenza dai francesi nel 1943 e fino ai primi Anni Settanta, ha spopolato con produzioni nazionali, soprattutto musical, che gareggiavano con l'Egitto per dominare il mercato cinematografico arabo. Poi, con l'arrivo della guerra civile, una nuova generazione di registi, maschi e femmine in egual numero, ha inaugurato un'epoca di produzioni filmiche moderne, che non mancano di presenziare ad alcuni dei più importanti festival del mondo. Storiche personalità che oggi non sono più tra noi come Maroun Bagdadi, Jocelyn Saab e Randa Chahal Sabag, mentre altre continuano a lavorare senza sosta come Philippe Aractingi, Ziad Doueiri e, soprattutto, Nadine Labaki.

Quest'ultima si stava già godendo la meritata fama d'attrice, prima di passare dietro la macchina da presa e, con sole due regie, diventare rapidamente la più famosa autrice del mondo arabo. Prima c'è stato Caramel (2007), una commedia su cinque donne che si riuniscono in un salone di bellezza per parlare d'amore, sessualità e delusioni quotidiane. Un vero successo commerciale. Poi è arrivato E ora dove andiamo? (2011), un altro record al box office e che ha consolidato la sua reputazione di narratrice della cinepresa, capace di trascendere i limiti della "località". Da quel momento in poi, la Labaki è stata considerata una figura in grado di unificare la frammentaria scena politica e religiosa nazionale, in un'industria che, a differenza di quella occidentale, è attualmente dominata dalle donne (Danielle Arbid, Maria Abdel Karim, Joana Hadjithomas, solo per citarne alcune).

La candidatura all'Oscar con Cafarnao
Occhi fumosi e capelli neri, ha alle sue spalle non solo una gavetta in veste d'attrice, ma anche di regista di videoclip per le migliori star del pop arabo, in un periodo in cui mai avrebbe immaginato di vedere il suo nome fra i candidati all'Oscar. È successo con Cafarnao - Caos e miracoli, nel 2019, suo terzo lungometraggio, che non solo si è guadagnato una nomination all'Academy Awards come miglior film straniero (gli verrà preferito l'impeccabile Roma di Alfonso Cuarón), ma le ha permesso di diventare la prima donna araba a essere candidata a un Golden Globe. Tutto merito di questo magistrale dramma neorealista su un piccolo rifugiato siriano che vive per le strade di Beirut. Ben quindici i minuti di standing ovation al Festival di Cannes, che le ha conferito anche i Premi della Giuria e della Giuria Ecumenica. Una platea visibilmente toccata dalla storia di un bambino invisibile, che rappresenta un'intera generazione di nuovi bimbi sperduti. Senza istruzione, senza prospettive. Lancette di un momenzo zero in cui l'infanzia non ha nulla a causa dei troppi disordini politici.

Ma non è solo quella platea a rimanerne affascinata. Le Nazioni Unite lo hanno definito "ispiratore". Oprah Winfrey l'ha lodato e raccomandato ai suoi followers su Twitter. Il Ministro degli Esteri libanese, Gebran Bassil, ha dichiarato che Cafarnao si è fatto portatore di un "tocco" che è vera poesia nell'industria cinematografica internazionale. In più, la competizione agli Oscar è stata decisiva anche per una ragione che va al di fuori dei record nazionali (va ricordato che la Labaki è il secondo nome, dopo quello di Ziad Doueiri e del suo L'insulto, a entrare nella rosa dei designati al prestigioso premio). È stata infatti una delle uniche talentuose registe donne a concorrere nel 2018. Un anno che viene ricordato per una presenza di autori prettamente maschili.

La politica come background sociale
Ma come nasce un film di Nadine Labaki? A questa domanda, la regista ha risposto di partire da uno sguardo politico su ciò che di umano la circonda. Prima di scrivere Cafarnao, non ha potuto fare a meno di riconoscere la paura che tutto il mondo aveva per i rifugiati. I muri che si andavano costruendo e un terrore inspiegabile che continuava a crescere smodatamente le hanno imposto nuove domande. Ma quando vedeva certi bambini, con così tanto potenziale, così tanta ingelligenza, e cuore, e resistenza, e forza, non potè fare a meno di accogliere la volontà di rompere tutti i cliché. Voleva umanizzare la vera lotta compiuta da tutti coloro che migrano, trasformandola in uno strumento per bloccare la paura verso lo straniero. Così, è partita dall'immagine di una città biblica per raccontare le realtà di un numero crescente di rifugiati siriani, e guardandoci più a fondo, ha sentito che le premeva parlare apertamente contro il caos e i governi che non riuscivano ad affrontarle. O che, peggio ancora, se ne asservivano per creare tensioni e reazioni sociali a loro favore. Con estremo coraggio, ha poi cominciato a cucirci sopra storie di spose bambine e denunce sulla sovrappopolazione, soprattutto quella messa in atto da chi continua ad avere figli di cui non è in grado di curarsi. Argomenti molto dolorosi che sono diventati piattaforma sulla quale imbastire la dura battaglia di un bambino che voleva rivendicare al mondo la propria esistenza. Poi non ha fatto altro che aspettare che quella storia così composta diventasse un'ossessione. Quando è stata tale, e solo allora, ha cominciato a girare. Una regola aurea che valeva per ogni suo film.

Ridere delle miserie umane
Ma i film di Nadine Labaki, almeno quelli iniziali, hanno dimostrato che anche l'umorismo è ottimo per affrontare complesse questioni politiche. A lei, è bastato scavare nella vita di donne normali, di diversa estrazione religiosa, per trovarci dentro le ironiche soluzioni alla tradizione, all'invecchiamento, al timore della guerra. "Il mondo arabo, ma anche il mondo in generale, è un campo di battaglia", ha detto la regista. "È difficile per un uomo come lo è per una donna, ma se si ride di esso, lo si affronta con maggior coraggio". Ed ecco la ricetta per abbattere tabù e stereotipi: affrontare spinosi e controversi argomenti sotto una luce artistica diversa, dicendo ciò che nessuno ha detto prima. "Il modo in cui tendiamo a ridere della nostra miseria è qualcosa a cui sono abituata, perchè in Libano, o in qualsiasi altra parte di questo mondo, la vita è una continua tragedia. Sono nata con la guerra e c'è ancora la guerra. Non siamo riusciti a trovare la pace. Non conosco uomo o donna che non abbia avuto disgrazie nella sua vita legate alla guerra. La vedo nei loro occhi, vedo questa immensa tragedia e vedo come ogni volta tentando di riderne, perchè è l'unico modo di sopravvivere. Ed è per questo che voglio trasmetterlo nei miei film".

Studi e gavetta
Laureata nel 1997 in studi audiovisivi all'Université Saint-Joseph di Beirut con un cortometraggio dal titolo 11 Rue Pasteur (che ha poi vinto il premio come miglior corto alla Biennale del cinema arabo, organizzata dall'Institut du monde arabe), Nadine Labaki ha completato la sua istruzione partecipando a vari workshop di recitazione presso il Cours Florent di Parigi. Nel frattempo, già nel 1998, si cimentava dietro la macchina da presa come regista di spot pubblicitari e video musicali.

I film femminili
Nel 2005, partecipa alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival Internazionale del Cinema di Cannes con Caramel, la sua opera prima. La commedia, ambientata a Beirut, narra con leggerezza la condizione femminile di cinque donne di diverse generazioni (lei si ritaglia il ruolo di una di queste), che si raccontano in un centro estetico, scambiandosi storie d'amore, confidenze sessuali e frustrazioni quotidiane. Ne deriva il ritratto di un piccolo mondo vivace e carico di carnalità, sorretto da adulteri, bugie coniugali, emancipazioni, repressioni sessuali e sacrifici, che poi si tradurrà in un successo commerciale a livello mondiale. Anche la critica è entusiasta di un film così diverso e rimane affascinata da questa dolceamara variante di un cinema femminile, solitamente sempre diretta da un uomo (George Cukor, François Ozon, Herbert Ross), che riesce nel contempo a essere anche un'allegra raffigurazione di una dissertazione routinaria, dove le differenze coabitano armoniosamente. Quasi un caldo, mediterraneo e ottimista appello di pace. In più, viene lodata la regia della Labaki che, automatica e subitanea anche nei momenti più teatrali, imbastisce scene tratteggiate in un preciso stile che non appesantisce lo spirito del film, ma anzi lo rende irresistibilmente d'atmosfera, aumentandone le possibilità di comunicazione.

Nel 2011, cercherà di replicare il risultato con E ora dove andiamo?. Ancora una volta, al centro della narrazione ci sono le donne. Ma queste abitano in un isolato villaggio libanese, dove le diversità religiose (cristiane e musulmane) non hanno mai impedito loro di convivere pacificamente. E pur di proteggere questa pace comunitaria, saranno disposte anche a trovate poco ortodosse. Anche qui, aleggia una lieve ironia (parlata e cantata), che conquista il Festival di Cannes nella categoria Un Certain Regard. Un po' più rigida la critica che sottolinea piccole imperfezioni e la necessità di qualche taglio, senza che però si violi la piacevolezza di una commedia dalla maliziosa cattiveria quasi fiabesca, dove le donne sono tutto: fermezza, tenacia, irrisione, afflizione e callidità per controbattere alla boriosità, all'ottusità e all'impetuosità degli uomini. Sotto c'è tutta l'analisi antibellica che si desidera e che parte dalla distruzione dell'autonomia di pensiero, dall'eliminazione di una convivenza socialmente progressista a favore di una retrograda, e dal rifiuto di un civiltà polimorfa, come alleati di ragioni finanziarie, elitarie e di dominio territoriale. Qui, la cinepresa segue lo stesso stile dell'opera precedente, muovendosi morbida, sensuale, appassionata su corpi e rocce, contribuendo all'arricchimento di un messaggio di voluttuosa concordia.

Il successo di Cafarnao
Nel 2014, arriva la sua partecipazione al film a episodi Rio, eu te amo, incentrato su un incontro d'amore vissuto in un quartiere della città di Rio de Janeiro. Il film collettivo vede, tra l'altro, la partecipazione di autori come Paolo Sorrentino, Fernando Meirelles e Guillermo Arriaga. Ci vorranno quattro anni, invece, per ultimare Cafarnao. Per la prima volta, la Labaki si occupa di infanzia e sceglie un bambino come protagonista unico di una storia di ribellione alla vita imposta dai suoi genitori. Come già scritto, le candidature ai più importanti premi cinematografici mondiali sono dietro l'angolo.

Attrice
Come attrice, Nadine Labaki ha recitato il ruolo di Zaira nel film di Ricky Tognazzi Il padre e lo straniero (2010) e ha poi partecipato a tantissimi altri film libanesi e africani, nonché a titoli più internazionali come Il prezzo della gloria (2014) e The Idol (2015) di Hany Abu-Assad.

Vita privata
Nadine Labaki è moglie del musicista Khaled Mezner e madre di due figli ed è la sorella della regista Caroline Labaki.

Ultimi film

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domenica 7 aprile 2019
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domenica 31 marzo 2019
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«Vengo da un Paese che è un punto invisibile sulla mappa, dove non esiste alcuna industria cinematografica». A parlare è la regista e attrice Nadine Labaki, gli occhi scuri e profondi, lo sguardo sicuro da pioniera. Prima autrice libanese, futura Presidentessa di Giuria di Un Certain Regard a Cannes, intanto il suo nuovo film Cafarnao ha compiuto il suo trionfale cammino - dallo scorso Festival di Cannes fino ai Golden Globes e agli Oscar - portando a casa premi, applausi e candidature

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venerdì 22 marzo 2019
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lunedì 17 dicembre 2007
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Il film Trentenne e visionaria, vestita come le occidentali, eppure con un retaggio mediorientale fortissimo: Nadine Labaki è il simbolo del Libano femminile che vorrebbe cambiare ma fatica a spingersi oltre le guerre, i tradizionalismi e l'ipocrisia. Una contraddizione che vive nel personaggio interpretato in Caramel, Layale, cristiana, che mostra i simboli della fede eppure è amante di un uomo sposato

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