Qualche anno fa, a Venezia per la mostra, ero all'Excelsior con mia moglie e mi sentii chiamare dal mio amico Franco Nero che mi disse: "Ho un appuntamento con Quentin, vieni che te lo presento". Nero e Tarantino sono molto amici, il regista, è notorio, gli ha dedicato un film, Django Unchained. Quentin era seduto a un tavolino, da solo, e parlava muovendo le mani. Pensai che stesse parlando al cellulare, ma no, parlava da solo. Nero gli disse chi ero. Saluti, normali sorrisi.
Parlò mia moglie:
- "Can I please have your autograph, for my daughter?".
- "Yes, not for you?"
- "Yes, also for me."
Fece la dedica a Daniela poi disse:
- "I see that your husband doesn't seem interested, I perceive he does not like me."
Franco gli disse che sbagliava, che, come tutti, ero un suo grande ammiratore. Confermai: apprezzavo il talento, la genialità eccetera. Tutte cose che pensavo, e che penso, salvo qualche distinguo. Ho sempre scritto che Tarantino è un superdotato ma potrebbe spendere meglio la sua vocazione. I suoi film si disperdono durante il racconto con citazioni cinefile, eccessi di parole, e concessioni alle sue attitudini personali e sono una strepitosa, colorata, preziosa confezione spesso a scapito dei contenuti. Il diagramma del racconto non presenta una parabola continua rispetto alla logica drammaturgica, è un susseguirsi di picchi. Quest'ultimo è un concetto critico che farebbe sorridere Tarantino, che ha le sue regole di anarchia che trasgrediscono il diagramma detto sopra. È il suo codice radicato e mai tradito. Ed è il suo grande successo. Ha ragione lui. È un legislatore, ferma restando la sua superdotazione, comune a pochissimi altri. Fra questi i Coen, Anderson, Luhrmann e da noi, un paio di livelli sotto, un Sorrentino.