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Macao Film Festival, vince Clean Up in un concorso tra i "figli" di Chen Kaige

Termina la terza edizione di un festival in crescita e sempre più al centro di culture diverse.
di Tommaso Tocci

Clean Up

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venerdì 14 dicembre 2018 - Festival

Cominciato all'insegna di Nicolas Cage e del suo smoking "fiammante", e terminato con una serie di eventi volti alla promozione delle nuove star asiatiche, il terzo anno dell'International Film Festival & Awards Macao ha confermato di voler essere una piattaforma di scambio tra continenti e poli dell'industria cinematografica. Quasi a sottolinearlo, anche i premi sono stati divisi equamente tra oriente e occidente, con il tesissimo dramma coreano Clean Up nominato Miglior Film e affiancato dal thriller argentino di droga e di frontiera White Blood come Premio della Giuria.

E se i valori di scambio culturale sono facili da inseguire a parole, pochi luoghi al mondo possono mettere sul piatto le medesime credenziali di cultura ibridata che rendono Macao così unica. Lo si ricorda a ogni angolo, ogni profumo e ogni riflesso, e lo si apprezza salendo gli scalini della Travessa da Paixão che conduce alla Cinemateca locale, dondolando ancora più in cima, a mo' di esca, uno spicchio delle rovine della cattedrale di San Paolo.
Una "traversa della passione" è in un certo senso anche la sezione Director's Choice, che invita su quegli stessi scalini diversi dei registi ospiti per proiettare i film del loro cuore. Molto apprezzata dal pubblico locale, la rassegna ha visto quest'anno classici come Lawrence d'Arabia e C'era una volta in America, anche se in termini di passione sarà dura superare l'entusiasmo adolescenziale di Ben Wheatley (Free Fire, High Rise) nella sua introduzione al glorioso Hard Boiled di John Woo, una cui copia in 35mm è stata fatta arrivare dalla dirimpettaia Hong Kong.

Facendo ritorno tra le mura più alte e moderne del Cultural Centre, i principali riconoscimenti attoriali sono stati d'impronta tutta europea, con Aenne Schwarz e Jakob Cedergren che hanno portato a casa i premi per le interpretazioni fornite in due ormai solidi habitué della stagione festivaliera, All Good e The Guilty (quest'ultimo premiato anche per la miglior regia di Gustav Möller).
Tommaso Tocci

Alle loro spalle, però, preme la gioventù più nuova e inaspettata: quella "mini" e irriverente del piccolo Yura Sato, sul palco nella serata finale per ricevere la Menzione Speciale al curioso Jesus di Hiroshi Okuyama; e poi quella erculea eppure aggraziata di Abhimanyu Dassani, meritato vincitore del premio per il miglior giovane attore. Questo ragazzone indiano, figlio d'arte ma al debutto assoluto, è la star di The man who feels no pain, film indiano dalla premessa risibile (un lottatore che non sente dolore) ma dalla riuscita fenomenale. La precisione dell'impatto dei pugni è seconda solo all'impatto di ogni singola battuta, in un perfetto mix di action e commedia. Dal palco lo abbiamo visto esortare tutti a inseguire i propri sogni con la stessa irresistibile purezza e teatralità che anima il suo personaggio.


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In foto una scena di White Blood.
In foto una scena di Scarborough.
In foto una scena di Suburban Birds.

E dove crescono i giovani, devono esserci dei padri che osservano, come il sorprendente Chen Kaige. Presidente di Giuria discreto e invisibile durante la settimana festivaliera, il veterano della "Quinta generazione" ha scelto di parlare da genitore durante la giornata finale. Elogiando il livello del Concorso, che si concentra su opere prime e seconde, l'autore di Addio mia concubina ha avuto parole commoventi per i giovani registi selezionati: come padre di due giovani figli, e al tempo stesso in qualità di decano dell'arte cinematografica che guarda indietro con nostalgia agli inizi della sua carriera.
Tra vecchi maestri e nuovi trend (Miglior Blockbuster asiatico, naturalmente, è stato dichiarato l'onnipresente Crazy & Rich), il festival ha irrobustito la componente autoctona con la preziosa sezione New Chinese Cinema, più inclusiva di quanto il nome lascerebbe pensare con nuove opere provenienti da Taiwan e Malaysia oltre che dalla Cina continentale. Up the mountain, premiato da una giuria tra cui spicca Nick James di Sight&Sound, è il giusto vincitore per la delicatezza documentaria con cui osserva le tradizioni di una remota comunità rurale.

Il miglior film cinese si trova nel concorso principale e ha ricevuto, non a caso, il NETPAC Award per la promozione del cinema asiatico: si tratta di Suburban Birds di Qiu Sheng, altro debutto estremamente promettente e già passato con successo a Locarno. Una storia sdoppiata, o forse sovrapposta, di terra che si muove e di ingegneri, di sogni e di bambini nel bosco.
Tommaso Tocci

Sdoppiata e sovrapposta è anche la storia di Scarborough, premiato per la sceneggiatura del regista Barnaby Southcombe, delicato ma doloroso dramma britannico. Prima di ricevere il premio, Southcombe è stato tra gli ospiti che con più entusiasmo si sono lanciati nelle varie attività festivaliere predisposte dal direttore Mike Goodridge e dal suo team. Tra una visita ai panda e qualche vassoio di troppo di pastel de nata, Macao ha fatto di tutto per mostrare il suo lato più giocoso ma non giocato d'azzardo, superando di slancio gli infiniti e opprimenti casinò che pure rimangono l'attrazione principale in città.
Quello giocoso (in tutti i sensi) è un tratto ben visibile del luogo, ed è buffo notarne la natura complementare al lato più corporate e ingessato di una città che, dopotutto, è governata (come Hong Kong) da un chief executive. Lo si è visto anche sul palco durante la serata di premiazione, qua e là popolata da accenti quasi aziendali, eppure capace di concludersi con un simpatico brindisi collettivo sul palco tra tutti i premiati, con tanto di lustrini e champagne in stile Capodanno. Certo, basta che non sia un Capodanno ispirato a Happy New Year, Colin Burstead di Wheatley. Di tanto corrosivo e ricolmo di frustrazione, per fortuna, a Macao non c'è proprio nulla.


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