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![]() Io sono solo. È una scelta di vita. Sì, delle donne.
dal film Figli di Annibale (1998)
Silvio Orlando è Domenico
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Uno dei volti più rappresentativi del cinema d'autore italiano contemporaneo, Silvio Orlando è un attore versatile che si attiene sempre a una recitazione sobria e misurata, pur plasmando la propria personalità a seconda del personaggio che deve interpretare. La presenza del suo nome nel cast di un film assicura qualità di sceneggiatura; ripercorrendo la carriera dell'attore, poche sono le pellicole non riuscite, molti i successi che raggiungono non solo un pubblico colto ma anche quello più popolare che ama tanto i suoi insicuri personaggi presi dalla quotidianità.
Esordisce nel teatro napoletano dei primi anni Ottanta e inizia a lavorare anche in tv, ma è Gabriele Salvatores a offrirgli le migliori occasioni sul palcoscenico e a portarlo poi al cinema, con un piccolo ruolo in Kamikazen – Ultima notte a Milano (1987). Sul grande schermo si rivela in Il portaborse di Daniele Luchetti, dove interpreta un professore idealista contrapposto al politico corrotto Nanni Moretti. Per la regia di quest'ultimo recita spesso in ruoli minori ma sempre ben caratterizzati da essere strepitosi (è anche se stesso in Aprile).
Dopo La settimana della sfinge (1990) e Arriva la bufera (1992) di Luchetti, ritorna in La scuola (1995) diretto dallo stesso regista, dove interpreta uno dei ruoli più conosciuti, un disilluso professore di liceo della periferia romana che ama i suoi studenti più delle beghe burocratiche, prototipo di tanti piccoli uomini tutt'altro che affascinanti e perfetti, ma positivi nel loro rapporto con il mondo. Straordinario in Ferie d'agosto (1996) di Paolo Virzì, dove è il marito di una nervosa Laura Morante, genitori di una famiglia di sinistra che si ritrova a condividere le vacanze con dei vicini più volgari e sbruffoni, di un'altra classe sociale. Orlando è un ottimo interprete di vizi e virtù dell'uomo medio e affronta bene un altro strampalato insegnante in Auguri professore (1997) di Riccardo Milani, per poi arrivare ad incarnare anche il caso estremo di un dentista alle prese con una storia d'amore impossibile nel bellissimo Un'altra vita (1992) di Carlo Mazzacurati, autore con il quale lavorerà anche in Vesna va veloce (1996) con Antonio Albanese e Tereza Zajickova.
Dopo la fortunata quanto surreale esperienza de I magi randagi, film diretto da Sergio Citti, con l'ipocondriaco egoista di Fuori dal mondo (1999) di Giuseppe Piccioni, cerca di evadere dai soliti ruoli di "simpatico", in direzione di personaggi più ambigui, spesso più interessanti (il padre di Preferisco il rumore del mare di Mimmo Calopresti è l'esempio migliore della versatilità recitativa di Orlando). Sa essere anche esplicitamente sgradevole in Luce dei miei occhi, seconda collaborazione con Piccioni al fianco di Luigi Lo Cascio e Sandra Ceccarelli.
Con il nuovo millennio si apre per l'attore un periodo fortunato che colleziona successi uno dietro l'altro: è un paziente dello psicanalista Nanni Moretti (con il quale aveva già lavorato in passato in Palombella rossa e Aprile) nel lacerante La stanza del figlio, film vincitore della Palma d'oro a Cannes 2001, è nell'ottimo El Alamein (2002) di Enzo Monteleone che racconta la tragica vicenda della disfatta dell'esercito italiano durante la seconda guerra mondiale, è nel lussuoso, alto nelle scenografie ma anche nei contenuti, Il Consiglio d'Egitto (2002) di Emidio Greco e si inserisce nel mondo operaio ne Il posto dell'anima (2003) di Riccardo Milani.
Ma la vera rivelazione è ne Il caimano (2006) diretto dall'amico Moretti, con il quale ha costruito negli anni un sodalizio artistico importante che ha dato il giusto tono, in questo caso, alla figura di un produttore in crisi che, dopo alcuni successi trash che portano il titolo di Cata-ratte o Stivaloni sporconi, si ritrova ad affrontare la realizzazione di un film provocatorio e importante, incentrato sulla politica dell'Innominabile Berlusconi. Nel 2008 è nuovamente sul set di Antonello Grimaldi (che lo aveva già diretto nel corale Il cielo è sempre più blu, 1996) per la trasposizione cinematografica di un romanzo di Sandro Veronesi, che porta l'omonimo titolo di Caos calmo, dove affianca Moretti in una storia intensa ed emozionante che, nel raccontare l'elaborazione di un lutto, crea un bellissimo omaggio alla vita.
David di Donatello 2009
Nastri d'Argento 2009
Nastri d'Argento 2009
Festival di Venezia 2008
Nastri d'Argento 2007
David di Donatello 2006
Nastri d'Argento 2000
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Genitori & Figli - Agitare bene prima dell'uso
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Genere Commedia, - Italia 2010. Uscita 26/02/2010. |
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Seicento copie sono pronte nei magazzini di mamma Rai per invadere le sale italiane, il giorno 6 febbraio. Sono le pellicole di Ex, il nuovo film di Fausto Brizzi, scritto dal regista con i fedelissimi Marco Martani e Massimiliano Bruno e prodotto da Fulvio e Federica Lucisano. Il cast è una lunga passerella di volti noti e capaci del cinema, della televisione e del teatro italiano, con l'aggiunta dei "cugini" Cécile Cassel e Malik Zidi. La conferenza stampa è l'occasione per incontrarli quasi al completo e per assistere ad un piccolo battibecco tra "ex" amici, Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, non si sa quanto serio e quanto scherzoso. Ma San Valentino è alle porte e l'amore trionferà. Almeno sullo schermo.
Sarà forse per gli occhi buoni da napoletano sognatore che ti fanno pensare ad un individuo con un animo grande oppure gli spigoli del volto e il naso aquilino che, invece, ti fanno intuire una personalità nervosa e ostica. Sarà per questi motivi che Silvio Orlando si presta a molti ruoli ed infiniti personaggi, tant'è che, dopo la vittoria della Coppa Volpi al Festival di Venezia per il ruolo da protagonista nel film di Pupi Avati Il papà di Giovanna, qualcuno lo ha definito il Dustin Hoffman italiano. Adatto al dramma ed alla commedia – genere con cui iniziò negli anni Ottanta con alcune partecipazioni televisive – Orlando è tra i migliori della sua generazione, un talento costruito nei teatri d'Italia mentre si preparava ad una solida arte drammatica.
Il trionfo veneziano è il riconoscimento veneziano ad un figlio di Napoli, che ha saputo farsi erede di quella tradizione e portarla sulle sue gracili spalle e di forza nel XXI secolo: molti lo ricorderanno, alcuni anni fa, girare l'Italia con i suoi pezzi di De Filippo, tra cui un mitico "Don Raffaele Il Trombone" da lui diretto e interpretato in cui esclamava continuamente "l'umanità mi fa schifo schifo". Forse qualcuno potrà essere d'accordo con lui, però, Silvio non è solo questo: è tra gli attori preferiti dei migliori registi d'Italia, come dimostra la solida collaborazione con Nanni Moretti, ad esempio, che gli ha portato trionfi a Cannes ed ai David di Donatello (rispettivamente per La stanza del figlio e Il Caimano).
Con l'obiettivo puntato sull'Italia della prima metà del Novecento, Avati offre, con Il papà di Giovanna, il minuzioso ritratto della sua città natale, Bologna, in cui un drammatico fatto di cronaca cambia e rivoluziona la vita di Michele Casali (Silvio Orlando), da molti anni sposato a una donna costretta ad amarlo, Delia (Francesca Neri), e padre dell'adolescente Giovanna (Alba Rorhwacher). Siamo sul finire degli anni Trenta e, anche qui, come nel film di Ozpetek, si parla di un terribile incidente di cronaca: la ragazza uccide per gelosia la sua compagna di banco e, giudicata inferma di mente e ricoverata in un manicomio, viene abbandonata da una madre che improvvisamente rinnega tutta la famiglia. "Il personaggio di Delia", ha spiegato Francesca Neri, "è una madre terribile e calarmi nei suoi panni è stata un'esperienza interessante che però mi ha anche fatto soffrire molto. Pupi mi ha fatto capire che non si può giudicare dall'esterno, certe situazioni bisogna viverle ed è per questo che alla fine, proprio grazie a lui, Delia mi fa quasi tenerezza. Vivere la sua difficoltà è stato un viaggio di sofferenza. Non la giustifico, ma in qualche modo oggi capisco. Capisco che una madre possa vivere questo dolore con un certo distacco".
Il cinema italiano continua a far parlare di sé a Venezia e, ancora una volta, dopo Un giorno perfetto, si presenta con una tragedia familiare. Oggi è la volta di Pupi Avati che presenta in concorso Il papà di Giovanna, la difficile storia di un uomo che cerca di occuparsi della figlia Giovanna (Alba Rohrwacher), rinchiusa in un ospedale psichiatrico dopo aver commesso un terribile delitto ed esser stata dichiarata malata di mente per evitare il carcere. Cast di richiamo per il film di che vede Silvio Orlando nel ruolo del padre di Giovanna (Michele Casali) e Francesca Neri nei panni di una madre (Delia Casali) che, dopo la tragedia, ha rinnegato la propria famiglia rifiutandosi di rivedere Giovanna.
Durante la conferenza stampa proprio Francesca Neri ha dichiarato di aver sofferto nell'interpretare il ruolo di una madre terribile ma di aver provato anche una profonda tenerezza. Silvio Orlando, al suo primo film con Pupi Avati, si è dichiarato contento per il lavoro svolto sottolineando il feeling instauratosi con Alba Rohrwacher, feeling ricambiato dalla stessa attrice.
Tra i film in concorso da sottolineare il ritorno del maestro Miyazaki che presenta Ponyo on the Cliff by the Sea, la storia di Sosuke, un bambino di cinque anni, e della sua amicizia con una principessa pesce rosso, Ponyo, che sogna di diventare un essere umano. Fuori concorso viene presentato Stazione centrale di Youssef Chahine, regista recentemente scomparso.
Per la sezione Giornate degli autori viene presentato The Visitor, una coproduzione europea ambientata in un mondo brutale e misterioso, la selvaggia natura finlandese che fa da sfondo alla storia che vede un misterioso straniero far visita a una famiglia (un ragazzo che vive con sua madre), portando loro un messaggio del padre rinchiuso in carcere. L'altro proposta odierna per le Giornate degli Autori è A Country Teacher, un viaggio di un brillante professore di città che si rifugia in un paesino della campagna boema per sfuggire ai ricordi e all'intolleranza nei confronti della propria omosessualità.
Ci spostiamo in America con Goodbye Solo (sezione Orizzonti), un road movie in cui il tassista Solo deve accompagnare William, un anziano di settant'anni stanco di vivere, fino alla cima di un monte, scelto per il lancio finale. Ne Il bambino di Kabul (Settimana della Critica), protagonista è un altro tassista nella cui macchina viene abbandonato un neonato. Non sapendo che fare e dopo vari tentativi di lasciarlo in orfanotrofio o alle forze di polizia, decide di portarlo a casa e affidarlo alle cure della moglie che lo accoglie e lo allatta.
A poco più di settant'anni, Pupi Avati procede a quei ritmi produttivi serratissimi cui solo i grandi vecchi del cinema paiono adeguarsi. Come Woody Allen, Clint Eastwood o Manoel De Oliveira, Avati gira in media più di un film all'anno, accompagnando da qualche tempo l'uscita di ognuno di questi con un romanzo tradotto dalla relativa sceneggiatura. Forse uno dei motivi di tanta prolificità sta nelle dimensioni del suo cinema, “piccolo” quasi per definizione. Come “piccolo” è anche il figlio al quale dedica il suo ultimo film, nuovo capitolo di un indagine sulle forme di paternità ma primo in assoluto che guardi con un certo interesse alla realtà italiana e un atteggiamento fortemente critico ai suoi più recenti costumi. Il figlio più piccolo si conferma un piccolo film, nelle dimensioni e nello sguardo, anche se con i grandi obiettivi della critica sociale. Tuttavia, “grandi” sono gli attori che mette in scena, a cominciare da Christian De Sica, ennesima scommessa avatiana di corpo comico che si fa tragico, capace di trasformarsi da italiano medio in vacanza in furbetto del quartierino miserabile, amorale ed estremamente fragile. Oltre a lui e alle conferme di Laura Morante e Luca Zingaretti, la scoperta del “figlio più piccolo” Nicola Nocella, anima candida innamorata di cinema splatter su cui Avati investe il suo elogio della purezza e dell'ingenuità per salvare un'Italia esibizionista e volgare.
Un nuovo film sulla famiglia?
Pupi Avati: Questo è il terzo film in cui mi concentro sulla figura di un padre. Il primo è stato il padre impenitente Diego Abatantuono di La cena per farli conoscere, padre di tre figlie avute con tre madri diverse con le quali si mette contatto solo in seguito ad una profonda crisi personale. Il secondo padre è il Silvio Orlando de Il papà di Giovanna che è al contrario un padre iper-protettivo, che condiziona la vita della figlia imponendole un ideale di felicità e portandola ad un atto infelice ed estremo come un omicidio. Il terzo padre è il più indecente di tutti, il più infame. Chi conosce i miei film sa che non ho mai fatto un cinema di denuncia, perché non mi piace puntare il dito contro la gente, penso che ognuno debba saper prima giudicare se stesso. Ma il presente di questi ultimi tempi è diventato veramente indecente, perfino per una persona moderata come me. Non parlo solo della politica, che è l'ambito contro cui è più facile scagliarsi in modo un po' qualunquistico. Parlo di tutti gli ambiti in cui domina la volgarità, l'assioma che sei quello che hai, i rapporti interpersonali e una scorrettezza praticata in modo sistematico solo per raggiungere uno specifico fine. È questo universo che porta anche una persona come me a insorgere. E senza nessun secondo fine, senza nessuna ragione specifica cerco di ricandidare l'innocenza più “cogliona”, quella più disarmante. In questa forma, in questo scontro-incontro fra una madre e un figlio che si somigliano nel loro praticare con convinzione l'ingenuità, vedo un modo per poter resettare, per ricominciare da capo. Vorrei ritrovare nella gente lo sguardo che apparteneva a Nik Novecento, senza vergognarsi dell'innocenza, del candore, dell'altruismo. Vorrei frequentare solo persone così, solo persone che credono nei sogni e nelle cose impossibili e cancellare dalla mia interlocuzione tutti gli altri. Proprio per questo motivo credo che d'ora in avanti mi occuperò quasi esclusivamente del presente, perché trovo sia davvero molto preoccupante e necessiti di una certa sorveglianza e attenzione.
Direttore di un festival, senza essere stato pagato. Sembra quasi la scena di un suo film: Carlo Verdone era stato chiamato a dirigere il festival cinematografico "Terra di Siena". Lo ha fatto, con successo e mezzo cinema italiano è accorso: la famiglia Tognazzi, Laura Morante, Silvio Orlando, Lucia Bosè, Giovanna Mezzogiorno, Rubini, Veronesi, Paola Cortellesi, Claudia Gerini, Fabio Volo e tanti altri. Ma alla fine dell'ultima edizione da lui diretta, quella del 2006, non viene pagato. La promotrice della rassegna, Maria Pia Corbelli, gli dice di rivolgersi agli enti pubblici. Lei soldi da dargli non ne ha. Ci pensino loro, semmai…
Se l'avesse scritto in un suo film, ci metteremmo a ridere, pensando a Verdone a spasso per le anticamere di uffici comunali, rimbalzando da una segreteria all'altra, con gli occhi al cielo "alla Verdone". Ma il fatto è che è tutto vero. Ne è nato un contenzioso legale. E ora, una sentenza del tribunale di Siena dà ragione all'attore e regista romano. Nella sentenza, depositata in cancelleria il 20 gennaio, e firmata dal magistrato, il giudice Ugo Bellini, si legge: "La domanda di Verdone è fondata e va accolta. Accertato il mancato pagamento di euro 50.000 dovuto all'attore per l'attività di direttore artistico della decima edizione del Terra di Siena film festival, il tribunale civile di Siena condanna l'associazione 'Il viaggio di Ulisse' ed in solido il suo presidente Corbelli Maria Pia al pagamento di 50.000 euro, più interessi e spese legali, a favore di Verdone Carlo".
L'avvocato di Verdone, Felice d'Alfonso del Sordo, che ha assistito l'attore insieme all'avvocato Lorenzini, dichiara: "La sentenza è giusta. Ci sono stati gravi inadempimenti da parte di Maria Pia Corbelli, che non ha versato a Verdone quanto pattuito e dovutogli. Il giudice istruttore ha accertato che gli enti pubblici non erano obbligati con Verdone, come l'organizzatrice pretendeva".
E Verdone? L'attore e regista, in questi giorni sugli schermi con Io, loro e Lara, dice: "Mi ritengo soddisfatto della sentenza, perché chiarisce una volta per tutte la mia misteriosa scomparsa dal festival cinematografico Terra di Siena. È triste, dopo edizioni create e condotte con passione, esplorando cinematografie, organizzando dibattiti, lavorando entusiasta con Mario Sesti e Giovanni Bogani, non aver potuto proseguire questa bella avventura, nella quale è transitato mezzo cinema italiano. Rimane dentro di me una grande amarezza, visto il legame fortissimo con la città di Siena, città natale di mio padre. Non è una questione esclusivamente economica, ma una questione di rispetto, per chi ha amato Siena e la memoria del cinema".
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