| Titolo originale | She Said |
| Anno | 2022 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 129 minuti |
| Regia di | Maria Schrader |
| Attori | Carey Mulligan, Zoe Kazan, Patricia Clarkson, Andre Braugher, Jennifer Ehle Samantha Morton, Ashley Judd, Tom Pelphrey, Adam Shapiro, Anastasia Barzee, George Walsh (II), Sean Cullen. |
| Uscita | giovedì 19 gennaio 2023 |
| Tag | Da vedere 2022 |
| Distribuzione | Universal Pictures |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,46 su 22 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento lunedì 16 gennaio 2023
Prodotto da Brad Pitt, un dramma che racconta la forza di due donne coraggiose che hanno contribuito a far nascere il movimento #MeToo. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Golden Globes, 2 candidature a BAFTA, 1 candidatura a Critics Choice Award, 1 candidatura a Writers Guild Awards, Il film è stato premiato a AFI Awards, In Italia al Box Office Anche io ha incassato 122 mila euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Il 5 ottobre del 2017, il "New York Times" pubblica l'inchiesta di Jodi Kantor e Megan Twohey sui crimini sessuali di Harvey Weinstein, produttore cinematografico e predatore seriale, riconosciuto colpevole nel 2020 e condannato a ventitré anni di prigione. Per tre decenni il fondatore della Miramax ha abusato di attrici e assistenti, decidendo dei loro destini come un volgare aguzzino. Disposte ad andare alla fine del mondo per una testimonianza, le due giornaliste, campionesse del multitasking, ricostruiscono la strategia impiegata da Weinstein per coprire i suoi abusi: ridurre le sue vittime al silenzio a colpi di grossi assegni e inestricabili accordi di riservatezza. Precedendo di qualche giorno il reportage di Ronan Farrow sul "The New Yorker", Kantor e Twohey scuotono Hollywood e cambiano il mondo.
Se vogliamo trovare l'epicentro del sisma #MeToo, il punto di partenza fattuale è l'inchiesta su Harvey Weinstein pubblicata nel 2017 dal "New York Times". Le conseguenze di quell'articolo, solido, argomentato e concreto sono note a tutti: miccia, scia di polvere, esplosione a catena, processo.
Ma è un approccio meno sensazionalistico quello assunto da Anche io, il suo rigore è il più fedele omaggio all'efficienza clinica di due reporter tenaci. Scritto da Rebecca Lenkiewicz e co-prodotto da Dede Gardner (e Brad Pitt), il film di Maria Schrader si inscrive in un genere molto frequentato e per sua natura anti-spettacolare. Come in Tutti gli uomini del presidente, Il caso Spotlight o più recentemente The Post, l'azione è ridotta all'essenza: telefonare, prendere appunti, discutere intorno a un tavolo (in riunione, al ristorante, al banco di un pub...), conversare coi testimoni, bussare a porte che restano sovente chiuse.
Del resto il giornalismo non è glamour. Tra dramma e thriller, Anche io rinnova i passaggi obbligati del genere e li coniuga al femminile plurale. Ma se il film di Maria Schrader è così riuscito e potente è soprattutto per la 'questione' cinematografica che lo attraversa: come rappresentare sullo schermo la violenza sessuale? L'autrice decide di lasciarla fuori campo o di dribblarla a colpi di ellissi. Il film non mostra mai le aggressioni, gli stupri e nemmeno il volto del loro autore, ripreso di spalle per ammirare lungamente il volto pago e franco di Carey Mulligan. A guardarlo bene Anche io è la risposta ideale a Blonde, variazione libera e avvilente sulla vita di Marilyn Monroe.
Diversamente da Andrew Dominik, Maria Schrader fa una scelta morale di messa in scena. Alla complessità dell''allestimento' preferisce la complessità delle sue eroine, a cui presta ascolto e soccorso con la semplicità di un campo e controcampo. L'abuso resta 'in attesa' lungo i corridoi di hotel deserti, la violenza è natura morta (vestiti abbandonati sul pavimento, accappatoi bianchi 'coricati' sul letto, collant doppi...) che tormenta, tortura, si nasconde, cova, consuma e finisce un giorno per esplodere, mormorata al telefono e poi finalmente dichiarata e denunciata.
Come Grazie a Dio, Anche io è un grande film pudico sulla parola liberata e riparatrice, è un film sulle ferite che produce il silenzio sui volti delle donne che attendono una nuova alba per riconciliarsi con se stesse e riprendere a vivere. Condotto da un tandem prodigioso, Zoe Kazan e Carey Mulligan, Anche io prende alfine la forma di una lotta (c)orale, efficace contro il sistema Weinstein e lontana da qualsiasi caricatura. A Maria Schrader, 'per far male', è sufficiente affidarsi alle dichiarazioni autentiche di Harvey Weinstein. L'assenza dell'orco proietta sul film un'ombra di paura su cui fa luce l'inchiesta. E l'inchiesta è la voce contro il silenzio assordante del "sistema". A New York, metallica e austera, come nei vasti spazi del New York Times Building, la regista isola le donne, per ricordarci la loro solitudine, e ritaglia dei 'piani di ascolto', dove nasce la solidarietà e l'intimità.
Il suo film è al servizio della parola delle vittime. Parola finalmente 'scoperta' grazie a una professione di cui il film rivela il funzionamento e l'importanza. Omaggio vibrante a tutte le cacciatrici di verità, Anche io suscita un'empatia immediata per le sue protagoniste e i loro compagni, che le sostengono, senza ostentazione, assumendo spontaneamente e senza sforzo la loro parte nella quotidianità familiare. Una chiosa d'amore per Ashley Judd che ha parlato quando aveva tutto da perdere. Con determinazione di ferro e rabbia tranquilla interpreta se stessa.
È un film a grana grossa, Anche io, che dichiara le sue intenzioni fin dalla prima inquadratura, eppure ciò non toglie che sia comunque un grande film politico. Il film racconta di come le giornaliste Jodi Kantor e Megan Twohey siano riuscite a portare allo scoperto gli abusi sessuali di Harvey Weinstein. Per chi non vuole dimenticare una delle grandi rivoluzioni di questo inizio secolo [...] Vai alla recensione »
A seguito di questa inchiesta, l'11 marzo 2020 il produttore cinematografico (la sua Miramax ha prodotto, tra gli altri, Pulp Fiction, Clerks - Commessi, Shakespeare in Love) viene condannato a 23 anni di detenzione da scontare nel carcere di Rikers Island mentre molte donne finalmente trovano il coraggio di denunciare, attraverso il movimento #MeToo, quanto da loro subito.