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Ultimo aggiornamento lunedì 18 luglio 2022
La storia di Scarpetta, che fu padre naturale di Titina, Eduardo e Peppino De Filippo, e dedicò tutta la sua vita al teatro. Il film ha ottenuto 10 candidature e vinto 2 Nastri d'Argento, 14 candidature e vinto 2 David di Donatello, In Italia al Box Office Qui rido io ha incassato 1,6 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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Eduardo Scarpetta, popolare e smisurato capocomico, vive per il teatro e per mantenere i suoi figli. Numerosi e (il)legittimi si passano come un testimone Peppiniello, personaggio simbolico di "Miseria e nobiltà". Tra una sfogliatella e una scappatella, Scarpetta crea il moderno teatro napoletano e una famiglia allargata, un magnifico intreccio di energie e talento che cresce sul palcoscenico e incrementa nel talamo. In gioventù ha sposato Rosa De Filippo, di cui riconosce il figlio illegittimo, Domenico, e con cui concepisce Vincenzo e Maria, in segreto ha avuto una relazione con Anna, sorellastra di Rosa, da cui ha già avuto due figli. Ma è Luisa, nipote di Rosa, l'amore di cui ha più appetito e da cui nascono Titina, Eduardo e Peppino. Mattatore che non conosce limiti e creanza, scrive "Il figlio di Iorio" per burlarsi del D'Annunzio ("La figlia di Iorio") ma il poeta non apprezza e lo querela. Sulla scena del tribunale dovrà vedersela con giudici e detrattori. Parodia o plagio?
Qui rido io è una questione di paternità, biologica e artistica. È una questione di 'plagio', illegittima appropriazione della paternità di un'opera. È 'faccenda', insomma, di vincoli affettivi ed effetti legali.
Mario Martone, uomo di cinema e di teatro che si confronta ogni giorno con gli attori, i testi e le epoche, rintraccia la poesia semplice dell'opera di Eduardo Scarpetta e disegna il profilo del padre naturale e artistico di Titina, Eduardo e Peppino De Filippo, nomen nescio all'anagrafe.
Coglie l'artista agli inizi del Novecento quando la sua 'maschera' (Felice Sciosciammocca) è in crisi e il cinema brilla di mille fuochi. Ad altezza di bambino, il punto di vista è quello di Eduardo De Filippo, appena promosso al ruolo di Peppiniello, Martone osserva la sua singolare origine di figlio d'arte. Figliastro o nipote, Eduardo chiamava 'zio' Eduardo Scarpetta, che tradiva la moglie Rosa De Filippo con la nipote acquisita, Luisa De Filippo. Da questa ingarbugliata genealogia si sarebbero ramificate due famiglie parallele, tre figli legali da una parte (Domenico, Vincenzo e Maria Scarpetta) e tre figli illegali dall'altra (Titina, Eduardo e Peppino De Filippo), educate per incontrarsi a teatro.
Alla maniera di Eduardo (De Filippo), Martone sposta sul piano del 'palcoscenico' le definizioni del rapporto di Scarpetta con i suoi figli. L'artista napoletano incarna le abitudini da patriarca dentro un film che rileva l'abuso patriarcale, da cui nasce come un paradosso una bottega familiare e una quantità di testi e tessiture teatrali che si intrecciano, permangono, si ricorrono, si trasformano, si rigenerano fino a determinare nuove soluzioni.
Qui rido io tira un filo della trama misurando la propria invenzione drammatica con quel gioco combinatorio di napoletanità e respiro universale che furono le creazioni degli Scarpetta-De Filippo. A partire da Morte di un matematico napoletano, Martone crea a ritmo lento (qui vivace con brio) un'opera cinematografica ambiziosa, resistente, tragica, legata all'irredentismo della sua città natale dentro un paesaggio italiano (sempre) in ambasce.
La Napoli di Scarpetta è per Martone l'emblema di un'Italia più vasta, il repertorio di tutte le emozioni del mondo e la lente attraverso cui analizzare a fondo il rapporto tra il singolo e la società, tra genitori e figli. La parola canta e le canzoni declamano dentro uno spettacolo che celebra Napoli, il suo splendore e le sue miserie, la sua umanità irriducibile e barocca. Per una tale impresa serviva un attore-mostro, una risata enorme, rabelesiana. Toni Servillo vive da sempre nel mondo di Scarpetta e di De Filippo, è lo specchio di quel mondo, una città aperta. Come Napoli è un teatro en plein air, dove corpo e lingua vanno insieme. Dietro al trucco interpreta un predatore sessuale che possiede e disprezza le donne, un avventuriero prima che un padre e un marito. Sul palcoscenico è 'Felice', un personaggio contenitore fuori dal tempo, perché Scarpetta non concettualizzava, era un pittore di emozioni non un architetto di riflessioni.
Martone osserva il quadro d'epoca, raccoglie le prove e le lascia interagire, dando 'na voce al segreto di Eduardo De Filippo, che viveva la sua nascita come una vergogna, e alla rassegnazione muta delle donne, perennemente ingravidate, che troveranno domani la forza di Filumena Marturano. La 'prostituta' che sovverte i codici borghesi e forma una famiglia dove il principio di paternità legittima perde il suo significato.
A ossessionare lo Scarpetta di Martone è il desiderio di essere riconosciuto, la volontà che "Il figlio di Iorio", parodia della tragedia pastorale di D'Annunzio difesa in tribunale da Benedetto Croce, perito di parte, venisse 'riconosciuta'. Disattesa resta la frustrazione legittima dei figli illegittimi, invitati a partecipare soltanto a un apprendistato artistico e professionale.
Frammentato e intimo, eccessivo e ludico, il film tradisce più una sconfitta che una conquista, ribadendo una relazione padre-figlio esclusivamente scenica. Qui rido io è la storia tragicomica di un capocomico-patriarca e di una compagnia di figli-nipoti, che a turno ripetono la parte: "Scarpetta m'è pate a me".
Qui rido io, attraverso il ritratto di Eduardo Scarpetta, intende rendere omaggio a quella tradizione del teatro napoletano che fondò il suo successo sull’attorialità prorompente ed irresistibile dei suoi grandi interpreti. L’attore, in quel teatro oramai scomparso, ha il sopravvento sul testo e trasforma un canovaccio, una pochade tradotta in farsa, in un’esperienza [...] Vai alla recensione »
È come se Martone avesse predisposto un museo, non classico o normale, ma ideato da un genio visionario come Antoni Gaudì. Disponendo gli ambienti per ospitare la Commedia, che non sarà divina, ma non è neppure del tutto terrena, è napoletana, con tutto ciò che può significare se esplori in profondità quella foresta. E Mario non ha neppure bisogno di un Virgilio accompagnatore, gli basta Martone, perché nessuno conosce quel mondo come lui. Nella vicenda di Eduardo Scarpetta, avvolta nella napoletanità più completa, il regista ha potuto esprimere tutte le sue attitudini, che sono, oltre al cinema, il teatro, la scrittura, e una visione estetica che ha espresso in un sortilegio che accorpa la Napoli dei rioni, delle magioni borghesi, degli sprazzi di mare, degli interni urlanti, soprattutto dei palcoscenici delle stagioni incantate del divo Scarpetta, verso la fine dell’ottocento.
E Martone si concede un promemoria quasi completo, proprio all’inizio, quando rappresenta "Miseria e nobiltà", il titolo-mito del comico, nei panni di Felice Sciosciammocca, il suo alter ego.
Un ambiente del museo Gaudì può ospitare la famiglia di Scarpetta, mogli, amanti, figliolanza più che allargata: da neonati a giovanotti. Tutti tenuti d’occhio e indirizzati. Scarpetta era il padre dei De Filippo, che comunque non riconobbe mai. I 133 minuti del film danno molte possibilità all’autore. Il tema centrale è il famoso processo che D’Annunzio intentò a Scarpetta per il plagio della sua opera "La figlia di Iorio". Il processo diventa un caso-pretesto per contrapporre due culture opposte. Si schierano “contro” giganti dello spettacolo e della scrittura come Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio e Roberto Bracco, fautori di un’arte napoletana popolana ma seria, mentre Scarpetta è solo un attore che fa ridere. Ma col comico si schiera Benedetto Croce, nientemeno, che proprio perché Scarpetta fa ridere su un testo nato drammatico, non è dunque condannabile. L’imputato, in tribunale, si difende alla sua maniera, da attore comico, è intelligente e travolgente. Fa ridere tutti i presenti, giudice compreso, riuscendo persino a mettere in ridicolo il grande vate D’Annunzio. E viene assolto.
La musica, il canto, la parola. Martone usa la musica come un attore protagonista, che non si limita al normale tappeto di sostegno delle colonne classiche. La musica sono le grandi canzoni napoletane che accompagnano il racconto integrate come una chimica. Ce ne sono molte inserite, puntuali, aderenti al momento del racconto. Sì, c’è anche della scaltrezza. Un momento esemplare: Scarpetta cammina nel buio nei vicoli e arriva la voce di Murolo che canta "Voce ’e notte". Quanti punti portano allo spettacolo, e al cuore, questi versi di Salvatore Di Giacomo? "Si 'sta voce te scéta 'int' 'a nuttata. Mentre t'astrigne 'o sposo tujo vicino... Statte scetata, si vuó' stá scetata, Ma fa' vedé ca duorme a suonno chino".
E poi la lingua napoletana, attraverso quelle voci di attori, che sono a loro volta strumenti musicali come gli archi e gli ottoni. Il tutto in quel paese delle meraviglie, figuriamoci per un Martone, che sa sistemare ogni cosa.
E mi pare di aver visto, nella “pittura” del regista qualche richiamo alla magnifica Scuola napoletana di due secoli prima. Con contrasti cromatici e momenti di espressione che dettarono pittura in quelle stagioni. Certo con costumi e scenari diversi. I nomi sono quelli di un Fabrizio Santafede, o di un Massimo Stanzione. Ma forse è una mia suggestione, non so se lo è anche di Martone. Glielo chiederò.
Titina, Eduardo e Peppino, li vediamo bambini e ragazzi. Peppino è il più ribelle, percepisce di non essere amato come gli altri. Scarpetta cerca di farlo recitare ma lui salta giù dal palcoscenico, scappa. Vuole la libertà, lo dice. Lo blocca Eduardo, gli dice: “Quella è là la tua libertà! “E gli indica il palcoscenico. “I tre fratelli” raccontato i titoli di coda “furono la compagnia più popolare d’Italia, mentre Eduardo è stato uno dei più grandi autori di teatro del mondo”. Ma lo sapevamo.
E poi Toni Servillo. La mano magica del regista. Non ci sono aggettivi per lui. Occorre inventarne.
Per l’istantanea della poesia, del sentimento, della cultura, dello sberleffo, della morale-amorale, del colore, del folclore, dell’antropologia, Scarpetta e il suo mondo sono lo strumento perfetto. Nelle mani dello strumentista migliore. Qui rido io. Capolavoro.
«Com'è la sala?», chiede Eduardo Scarpetta (Toni Servillo) prima di entrare in scena. «Come sempre, piena», gli viene risposto nella prima sequenza di Qui rido io, il film di Mario Martone in concorso a Venezia 78 e dal 9 settembre in sala per 01 Distribution. Siamo nell'Italia di inizio Novecento, e il grande commediografo, capocomico, patriarca partenopeo è al culmine del successo.