Roma

   
   
   

Una rilettura del passato, intimistica e storica Valutazione 4 stelle su cinque

di Antonio Montefalcone


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martedì 4 dicembre 2018

Dopo 5 anni dal pluripremiato con gli Oscar “Gravity”, Alfonso Cuarón è tornato nella sua terra natia, il Messico, dove esordì con “Y Tu Mama También”, per girare la sua pellicola più personale e autobiografica, “Roma”. L’opera è un interessante ed affascinante viaggio nella memoria, uno scavo nella mente e nei ricordi d’infanzia e familiari dello stesso regista.
Il desiderio di tornare non solo da dov’è partita la sua carriera da cineasta, ma soprattutto la sua esistenza, nasce da una voglia di cinema di impegno civile e denuncia provocatoriamente politica, di forte richiamo simbolico alla più problematica attualità americana, ma, soprattutto, da un bisogno di riconoscenza verso coloro che l’hanno cresciuto ed educato, figure femminili principalmente, donne con la “d” maiuscola, quelle più importanti della sua vita che si sono prodigate anima e corpo nella collaborazione domestica e quotidiana. Per questo l’opera assomiglia molto ad un toccante abbraccio o ad una lettera d’amore, ricca di gratitudine ed affetto, verso lo spirito di sacrificio e di resistenza, tutte femminili.
Tra queste donne il film si sofferma sulla vita dell’india Cleo (Yalitza Aparicio, convincente attrice non professionista), giovane domestica di una famiglia benestante di origine spagnola, situata nel quartiere Colonia Roma (da qui il titolo del film) di Città del Messico del 1970. E’ lei a proteggere da avversità e tensioni, è lei che richiama a quel senso di maturità e responsabilità che spesso manca alle figure maschili. La domestica (anzi, le domestiche, l’altra è Adela – Nancy García García), ma anche la madre di Cuaron. Entrambe abbandonate dai propri uomini e unite da una solidarietà che va oltre le differenze di classe. A sua volta dolente allegoria di una transizione familiare nella quale si proietta quella di un’intera nazionale.
Sullo sfondo, infatti, il regista racconta e descrive un Messico afflitto da problemi, conflitti e rivolte sociali. Un ritratto di degrado ambientale e civile, fotografato in un periodo storico-politico nel passaggio tra il “vecchio” e il “nuovo” (vedi la sequenza del massacro del Corpus Christi del 10 giugno 1971), votato a cambiamenti e rivoluzioni epocali, non da tutti accettati e non sempre aperti verso miglioramenti e progresso.  
L’opera di Cuaron coinvolge col suo fascino malinconico e nostalgico, intimo e intimistico, senza ricorrere alla spettacolarità che contraddistingueva i suoi precedenti film, ma puntando tutto con audacia alla sola emozionale dimensione umana, anch’essa in continua trasformazione, tra una parte che muore e un’altra che rinasce. Una dimensione (di ricordo infantile del regista, e non solo) che è un processo in divenire, fisico e spirituale insieme, e nel quale si compenetra disperazione e speranza, dolore e fiducia. Una dimensione fatta di elaborazioni psicoanalitiche, di sensazioni, stati d’animo, sentimenti, pensieri e azioni, che fa riflettere ed emozionare lo spettatore. E fa si che anche l’opera possa trasfigurare in bellezza ciò che è squallore, e trasfigurare la storia narrata nello struggente ritratto di una dignità umana di rara autenticità e intensità.
A comporre e contribuire a questo splendore visivo e narrativo è tutto l’apparato formale, esaltato dalla maestria tecnica del suo autore, che qui firma anche l’essenziale e lineare sceneggiatura, il fluido montaggio, la meravigliosa fotografia. Ottimi, inoltre, la ricostruzione d’ambiente (saturazione e geometrizzazione degli spazi), la scenografia (vi è l’utilizzo di mobili e oggetti della casa d’infanzia del regista), la regia, che si affida a bellissimi piani sequenza e riprese struggenti, alla cura per i dettagli più emblematici e alla raffinatezza di un bianco e neroin formato digitale, che va ad identificare il senso di memoria che avvolge l’intero film. Un bianco e nero non opacizzato o datato, bensì nitido e luminoso, efficace nella sua funzione rappresentativa ed espressiva, capace di parlare del passato e dell’intimità in modo elegante e nobile al tempo stesso.
Insomma, uno dei migliori film dell’anno, meritatamente vincitore del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia (il primo targato Netflix) e di altri prestigiosi premi internazionali.
Assolutamente da non perdere. 

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