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L’ottava pellicola di Wes Anderson è una commedia eccentrica, veloce ed elegante; esempio di grande cinema, fantasioso e inusuale, raffinato e intelligente; formalmente e stilisticamente curato con rigorosa e geometrica precisione, energia e competenza. Quest’ultima sua fatica non è da meno rispetto alle sue precedenti e mirabili opere: ogni elemento del film s’integra efficacemente, dando vita ad un risultato brillante e affascinante.
Vincitore del Gran Premio della Giuria a Berlino ’14, “Grand Budapest Hotel” ha la sua forza e il suo motivo di interesse nel ritmo indiavolato, pieno di gag surreali e omaggi ad un certo cinema d’epoca, dal Chaplin de “Il grande dittatore”, alle sofisticate commedie di Lubitsch e Wilder, o ai film di Mamoulian e Goulding; oltre che a stilemi tecnici tipici del passato (nonostante è ripreso in digitale celebra la pratica, anche datata, dell’analogico: vedi i formati di ripresa dei film muti). Lo spettatore è continuamente coinvolto in quest’universo tipicamente Andersiano, eccentrico e antinaturale (frontalità dei corpi nell’inquadratura, traiettoria pulita delle carrellate, resa buffa delle azioni), oltre che travolto da una vicenda intrigante e avvincente, colma di colpi di scena, inseguimenti e intrecci gialli, trovate surreali e ironie venate di una certa crudeltà. Come nel piacevole inseguimento sugli sci, tutto è felicemente sopra le righe e velocizzato in questo film: Anderson suddivide la narrazione in capitoli e mette in scena un godibile spettacolo funambolico e delizioso, colmo di personaggi bizzarri ed episodi grotteschi. L’opera è vicina alle vignette dei libri animati o ai fumetti d’avventura (vedi il cartoon “The Fantastic Mr. Fox”), o a un sogno ad occhi aperti.
In una vicenda apparentemente semplice che gioca tutto sul ridicolizzare situazioni e interpreti, si scatenano una serie di avvenimenti che fanno passare il film dal registro della commedia al noir, dal dramma all’avventura: si attraversa cronologicamente cinquant’anni di Storia (pur soffermandosi maggiormente sugli anni ’30) e pur in un contesto dichiaratamente antinaturalistico e immaginario, la Storia assume una grande rilevanza. In un mondo dai colori sgargianti e toni color pastello, una fetta di società europea è vittima di frivolezze, vanità ed egoismo: l’irreale Repubblica di Zubrowka richiama alle dittature dell'Est e al cieco fanatismo intollerante del Nazismo, da combattere continuamente. Attraverso il filtro letterario di Stefan Zweig, apertamente omaggiato dal film, il passato non assume più i contorni nostalgici del rimpianto del tempo che fu, bensì quelli utili per cercare un’altra strada nel presente, una via di fuga salvifica. E in questo l’opera si fa anche “politica”: soltanto nuove aperture esterne possono salvare un Europa preda dei suoi fantasmi, delle sue crisi, delle sue fragilità. L’hotel del titolo e del plot diventa allora l’allegorico Grand Hotel del nostro mondo, quello consumista e alto-borghese (soprattutto europeo), dove ogni stanza è abitata da personaggi strani o privi di scrupoli che riflettono vizi e virtù dell’animo umano, ma dei quali alla fine non si può che provare tenerezza o pietà.
Enorme importanza assume quindi anche la variegata assurda galleria di personaggi a cui ci si affeziona presto, e di un cast di interpreti eccezionali ben collocati.
Insomma, oltre che sorprendere e divertire, “Grand Budapest Hotel” emoziona, fa riflettere e offre uno spettacolo a massimi livelli espressivi.
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una voce
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lunedì 5 maggio 2014
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assolutamente d'accordo!
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Finalmente una critica competente di questo splendido film!
[+] ti ringrazio molto. sei gentile.
(di antonio montefalcone)
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ennas
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giovedì 29 maggio 2014
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a antonio montefalcone
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analisi perfetta di uno splendido spettacolo. Complimenti!
[+] ti ringrazio molto!
(di antonio montefalcone)
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tom87
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martedì 3 marzo 2015
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uno dei migliori film dell'anno
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Un bellissimo film che giustamente si è meritato sia le 9 nomination ai premi Oscar, sia la recente vittoria agli Academy Awards. Quattro statuette che simboleggiano gli aspetti migliori della pellicola (scenografia; costumi - tra l'altro assegnati alla sempre eccelsa Milena Canonero, orgoglio dell'Italia; trucco e musica). Io personalmente gli avrei dato anche un altro Oscar, quello per la miglior sceneggiatura originale (andata poi a "Birdman"...il film dell'anno certo e quindi poteva starci, ma Wes Anderson se lo sarebbe meritato tutto, per fantasia e genialità, così come Richard Linklater per la regia del suo coraggioso e sperimentale "Boyhood"...). Comunque "Grand Budapest Hotel" resta una delle opere maggiori del suo regista.
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Un bellissimo film che giustamente si è meritato sia le 9 nomination ai premi Oscar, sia la recente vittoria agli Academy Awards. Quattro statuette che simboleggiano gli aspetti migliori della pellicola (scenografia; costumi - tra l'altro assegnati alla sempre eccelsa Milena Canonero, orgoglio dell'Italia; trucco e musica). Io personalmente gli avrei dato anche un altro Oscar, quello per la miglior sceneggiatura originale (andata poi a "Birdman"...il film dell'anno certo e quindi poteva starci, ma Wes Anderson se lo sarebbe meritato tutto, per fantasia e genialità, così come Richard Linklater per la regia del suo coraggioso e sperimentale "Boyhood"...). Comunque "Grand Budapest Hotel" resta una delle opere maggiori del suo regista.
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