Grand Budapest Hotel

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Un film di Wes Anderson. Con Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe.
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Titolo originale The Grand Budapest Hotel. Commedia, durata 100 min. - USA 2014. - 20th Century Fox uscita giovedì 10 aprile 2014. MYMONETRO Grand Budapest Hotel * * * 1/2 - valutazione media: 3,84 su 111 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Stranissimo concierge & valletto ultra-fedele. Valutazione 4 stelle su cinque

di Great Steven


Feedback: 62982 | altri commenti e recensioni di Great Steven
martedì 19 aprile 2016

GRAND BUDAPEST HOTEL (USA, 2014) diretto da WES ANDERSON. Interpretato da RALPH FIENNES, TONY REVOLORI, ADRIEN BRODY, OWEN WILSON, TILDA SWINTON, SAOIRSE RONAN, BILL MURRAY, EDWARD NORTON, F. MURRAY ABRAHAM, HARVEY KEITEL, JUDE LAW, JASON SCHWARTZMAN, WILLEM DAFOE, LEA SEYDOUX, TOM WILKINSON, BOB BALABAN, MATHIEU AMALRIC, JEFF GOLDBLUM, KARL MARKOVICS, FLORIAN LUKAS, GISELDA VOLODI

Con 21 attori famosi in ruoli di primo o secondo piano. Nel 1985 un giovane scrittore arriva al Grand Budapest Hotel, sito nell’immaginaria repubblica di Zumbrowka, e inizia a conversare con Zero Mostafa, proprietario di fatto dell’albergo da quando Monsieur Gustave, il carismatico ed eccentrico concierge, negli anni 1930 gliene lasciò il comando dopo averlo assunto a tempo pieno come valletto (o lobby boy, come viene puntualmente e ironicamente denominato nell’avvicendarsi della storia). Insieme, i due si conoscono e si guadagnano la reciproca stima e fiducia, e soprattutto Zero viene a conoscenza del libertinaggio spudorato del suo datore di lavoro, un uomo che non si fa scrupoli a sedurre signore ricche ben più anziane di lui al solo scopo di averle come clienti fisse dell’albergo e dunque impinguare alacremente gli incassi dello stesso. Ma quando l’ottuagenaria e misteriosa Madame D. muore e viene aperto pertanto il suo testamento, Gustave progetta, insieme al fido subalterno, di rubarne il prezioso quadro Ragazzo con mela, per paura che le disposizioni testamentarie della donna possano svantaggiarlo e gettarlo sul lastrico. Parte una spietata caccia all’uomo da parte delle forze di polizia di Zumbrowka e del relativo esercito, che porterà Gustave a passare qualche tempo in cella, e causerà non poche peripezie al suo irriducibile e quanto mai fedele valletto. Al termine di tutte queste disavventure, Gustave riprenderà il suo ruolo all’interno della struttura ma, stanco di intrighi e intrallazzi, cederà il posto al promettente Mostafa. Come contorno di questa bizzarra ma straordinaria vicenda, ci sono una carrellata imperdibile di personaggi, impersonati da attori che recitano anche solo per pochi minuti, ma la cui apparizione è stupendamente utile quantomeno per infondere vivacità e sprint ad uno script che, fin dal principio, rivela le sue doti eccellenti di racconto di formazione camuffato da commedia slapstick. Fra i caratteri più azzeccati ed esilaranti, segnalo volentieri: il Dmitri di A. Brody, erede arrabbiato e più abile con la tenacia della lingua che con l’utilizzo delle armi; la Madame D. di una T. Swinton superbamente invecchiata (il che non cambia il suo abituale fascino interpretativo di fondo); il comandante delle forze dell’ordine col volto insolitamente baffuto di E. Norton (ottima presa in giro dell’ordine costituito, come tutti i poliziotti e soldati raffigurati nel film: con pungente sarcasmo); l’avvocato occhialuto dalla barba grigia ispida di J. Goldblum, strenuo difensore dei diritti di Gustave e destinato ad una fine che prevede per lui anche la perdita di quattro dita di una mano; l’Agatha della giovane S. Ronan (sempre più brava per ogni film che passa e con un crescente occhio di riguardo al suo carisma divistico), fornaia fanciullesca che crede nell’amore; il Serge X dello stralunato M. Amalric (la cui mimica facciale non si smentisce mai, insieme alle movenze meravigliosamente espressive), capocuoco infingardo la cui infedeltà verrà duramente punita; e, in ultimo, anche l’autore rampante di J. Law, perfetto sia nella vasca da bagno che a tavola con lo Zero invecchiato (un magistrale Abraham), intento a raccoglierne le memorie in un possibile, futuro best-seller. Insieme a I Tenenbaum (2001), è il risultato cinematografico più apprezzabile di Anderson: una commedia che non perde un colpo né in fatto di ritmo né per quanto concerne la gestione del materiale narrativo, un gioiello inattaccabile di ironia, armonia, figuratività e buoni sentimenti che colpisce fin dalla prima visione, per quanto rivederlo serva comunque a coglierne i numerosi aspetti, pur sempre impeccabili, che al tentativo precedente sfuggono inevitabilmente. I duetti Fiennes-Revolori (il secondo al suo debutto sul grande schermo) danno l’acqua della vita ad un prodotto di precipua qualità, che fa sue le lezioni dei grandi maestri del genere, in particolar modo Billy Wilder ed Ernst Lubitsch, benché qualche accenno non troppo velato a Benny Hill, Terence Hill & Bud Spencer o addirittura a Jackie Chan contribuisca ad avvantaggiare l’opera, inserendola in un magnifico quadro dove tutto è calcolato e tutto funziona con la puntualità di una pentola a pressione. Immagini di incontestabile bellezza, colonna sonora (Alexandre Desplat, come non accorgersene!) altrettanto suggestiva e d’atmosfera, montaggio che si adegua ai ritmi veloci e pragmatici che la trama richiede e scenografia, ispirata alle opere di Stefan Zweig, che armonizza con efficacia le forme coi colori, affibbiando ad entrambe le categorie un equilibrio a dir poco intoccabile, per quanto rasenta la sublimità. Una delle sorprese inattese nelle sale in tutto il 2014. Un R. Fiennes in forma smagliante, che sa confermarsi con preponderanza anche come attore comico. Quattro Oscar: costumi, scenografia, trucco e colonna musicale. Gran premio della giuria al Festival di Berlino.

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