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Il primo lungometraggio di animazione di Michel Hazanavicius, “Il dono più prezioso” (La plus précieuse des marchandises), è un interessante adattamento dell’omonimo romanzo di Jean-Claude Grumberg.
Un’opera dalla forte valenza artistica, morale e umanista prima ancora che didattica.
Sceneggiata sia dal regista che da Grumberg, non racconta una storia realmente accaduta, ma è comunque ispirata a tragici eventi storici, e a quel vagone numero 45 partito da Drancy l’11 novembre 1942 con a bordo il nonno dell’autore, veramente esistito.
Il dono più prezioso di cui parla il titolo, è una scelta d’amore, è l’accettazione di una bambina sconosciuta, una neonata ebrea che in pieno inverno il padre lancia dal vagone merci in corsa, al solo fine di salvarle la vita, dato che il treno li stava portando in un campo di concentramento nazista. Da un treno in direzione di Auschwitz ad una foresta, la neonata viene raccolta da una coppia di poveri taglialegna polacchi che deciderà di prendersene cura nonostante i loro pregiudizi antisemiti. Questa storia, l’eroismo della gente comune e il contesto storico in cui è collocata, riveleranno il peggio e il meglio della natura degli uomini.
E’ un viaggio dal buio alla luce, che trasmette tutta la memoria e l’orrore della Shoah, con tocchi umili, emozionanti e sobri; e in un modo profondamente sensibile, riflessivo e commovente.
L’essenzialità delicata e minimalista dello stile di regia esalta efficacemente la cruda realtà dei fatti: si avverte la fame, il freddo, l’antisemitismo della gente e la generale mancanza di umanità. Ma anche la pellicola è tessuta di coinvolgente umiltà: formalmente sembra quasi muta (un po’ come lo era “The Artist”, la pellicola più celebre di Hazanavicius), ha pochissime linee di dialogo e brevi interventi di una voce narrante, quella di Jean-Louis Trintignant. L’attore francese, qui nel suo ultimo ruolo cinematografico, ci offre un’interpretazione molto sofferta e toccante. Ben modulate anche le voci del povero taglialegna e della moglie, affidate a Grégory Gadeois e Dominique Blanc.
Accurato e riuscito è stato anche il lavoro compiuto sul sonoro, con la bella musica di Alexandre Desplat, composta appositamente per le sequenze animate, che impreziosisce il tutto e fa risaltare in modo ancora più intenso azioni, stati d’animo, atmosfere, concetti e il senso generale dell’opera.
Alla cupezza del sottofondo storico e alla tonalità monocromatica del colore, si oppone un’atmosfera caratterizzata da fredda disumanità da una parte, e da buoni sentimenti dall’altra (o dalla fiducia, dalla speranza di trovare un po’ di questi anche dove non si pensa di poterli trovare).
Della stessa semplicità ed espressività è altresì la scelta della tecnica di animazione in 2D, in quanto non solo ben si adatta al racconto, ma, come ha dichiarato lo stesso regista, porta la giusta distanza all’interno della trama, amplificando la carica allegorica, simbolica e poetica dell’opera.
Soprattutto per questa ragione, il fascino estetico della grafica animata diventa molto espressivo (è ispirato alle antiche incisioni ed imita anche la tecnica dell’acquerello), e sa trasmettere, con tratti marcati e rigorosi, tutto l'orrore che scaturiscono da un mondo di povertà e violenza e dai campi di concentramento, ma anche tutta la speranza per chi ha fiducia nella forza salvifica dell’amore.
Il regista, appassionato di disegno, tratta questa storia come un fiaba, una fiaba il cui effetto non viene annullato dal tasso di crudo realismo; una fiaba intensa e malinconica sulla solidarietà umana contro qualsiasi forma di intolleranza e odio generato e alimentato da guerre, fanatismo, ignoranza.
Tra momenti di grande drammaticità (come gli effetti della guerra o la liberazione di Auschwitz) e altri di struggente dolcezza (come la natura o la fatica quotidiana della donna che si prende cura della piccola), l’opera non scade mai nella facile retorica, e riesce a farsi potente inno all’amore e alla comprensione reciproca.
In questo modo la pellicola riesce ad arrivare in modo diretto al cuore dello spettatore e sa anche ben descrivere tutta una serie di trasformazioni e cambiamenti fondamentali – che non sono soltanto quelli rinvenibili nell’esistenza stravolta dall’accettazione della bimba da parte dei due poveri taglialegna; ma anche, e soprattutto, quelli avvenuti a livello interiore alla persona dal momento in cui si mira a tutelare la vita dell’essere umano, di ogni essere umano. La “merce” più preziosa che esiste.
Con questa sua poetica edificante e sempre necessaria, “Il dono più prezioso”, parte dall'Olocausto (“soltanto una componente contestuale”) per arrivare all’universalità e all’attualità dei suoi riferimenti, ricordandoci in modo forte e toccante un monito che vale ancora oggi (in un presente e in mondo martoriato da disumanità e indifferenze, conflitti e intolleranze), quello di dover preservare ad ogni costo il valore prezioso della vita (e quella umana che non si deve sopprimere); quello di donare la vita a chi la sta rischiando, accettando per il bene altrui il senso di giustizia e persino il sacrificio di sé.
Per questo motivo, oltre che per i suoi meriti artistici e creativi, è caldamente consigliabile la visione di questa piacevole e morale opera cinematografica; una bellissima pellicola animata che ha il pregio di rivolgersi al pubblico di ogni età, emozionare, spingere alla riflessione e, soprattutto, sensibilizzare su un argomento così tanto importante quanto delicato.
Voto (in decimi): 7.50 / 8
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