| Anno | 2025 |
| Genere | Documentario, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 73 minuti |
| Regia di | Stefano Di Polito |
| Uscita | venerdì 30 gennaio 2026 |
| Distribuzione | Magda Film |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 3 recensioni. |
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Ultimo aggiornamento giovedì 29 gennaio 2026
Il film racconta la storia dei Cantacronache attraverso la testimonianza diretta di Emilio Jona, teorico del gruppo, e di Fausto Amodei, interprete principale delle canzoni. In Italia al Box Office Nel blu dipinti di rosso ha incassato nelle prime 5 settimane di programmazione 7,5 mila euro e 6,2 mila euro nel primo weekend.
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CONSIGLIATO SÌ
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Grazie alle testimonianze di Emilio Jona e Fausto Amodei (e a quelle di chi ancora fa ricerca sulla canzone di matrice popolare) si ripercorre la nascita e l'attività del gruppo di Cantacronache che, a partire dal 1958, si mosse sul fronte della canzone impegnata. Non ci si sofferma però solo sul passato, cercando anche un rimando al presente.
Non sono solo canzonette quelle di cui si tratta in questo documentario che si assume il lodevole compito di fare memoria.
Quando, nel 1958, Cantacronache tenne la sua prima esibizione pubblica (che oggi definiremmo un concerto) il pubblico che aveva di fronte non era certo quello proletario che sarebbe seguito successivamente. Si trattava allora della buona borghesia progressista torinese a cui Sergio Liberovici, Michele L. Straniero, Fausto Amodei ed Emilio Jona proponevano canzoni che volevano essere (e lo erano di fatto) estremamente distanti da quelle che venivano presentate sul palco del Festival di Sanremo. Erano canzoni che parlavano della quotidianità, ad esempio dei turni di lavoro che impedivano a una coppia di incontrarsi (lui lavorava di notte e lei di giorno) ma non venivano trascurati temi come la guerra e la Resistenza e si avevano collaborazioni ai testi prestigiose come quella di Italo Calvino.
Il documentario di Stefano Di Polito lascia ampio spazio agli interventi di Jona e Amodei che ricostruiscono, con dovizia di particolari, quell'epoca in cui si sentiva la necessità di confrontarsi con il vivere comune attraverso il canto e, al contempo, era forte il desiderio di non disperdere il patrimonio di quelle canzoni che nascevano direttamente dalle esperienze di lavoro, di sfruttamento e di lotta per i diritti.
Oltre che a realizzare un prezioso documento che raccoglie le testimonianze di coloro che a questa attività diedero impulso e la innervarono con le loro competenze nel campo della musica unite a una forte tensione nei confronti delle tematiche sociali, Di Polito aggiunge un elemento importante.
Ci mostra cioè che questo non è un documentario da archivio in cui raccogliere voci e suoni di un tempo che fu e pertanto dedicato a coloro che sono nostalgici di quegli anni 'formidabili'. Con lo spazio dedicato a Willie Peyote ci mostra che un ponte tra le generazioni è ancora possibile, nonostante ci sia chi ha perso ogni speranza. Quando il rapper ascolta un testo del Cantacronache di allora ci riconosce, seppure esposta in modo diverso, la stessa urgenza che lo muove quando scrive oggi i suoi pezzi. Quindi il passaggio di testimone, seppur attraverso vie non sempre consapevoli, è avvenuto.
Al bando Sanremo e le sue «svenevoli» canzonette, largo a brani su Resistenza, morti bianche, manifestanti uccisi dalla polizia: fra il 1957 e il 1962, il collettivo torinese Cantacronache fa alla canzone italiana quello che il neorealismo aveva fatto al cinema, gettando le basi del grande cantautorato a venire e svolgendo parallelamente un pionieristico lavoro di recupero dei repertori di protesta [...] Vai alla recensione »