Roma

   
   
   

Il bianco e nero della nostra storia interiore Valutazione 4 stelle su cinque

di Zarar


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lunedì 14 gennaio 2019

 Ho visto questo film di Alfonso Cuaron in contemporanea con Cold war di Pawel Pawlikowski.  Per motivi diversi e con diverse partenze legate ai diversi contesti di appartenenza dei registi, impressiona una scelta comune: Nella tematica, nella regia, nella sceneggiatura una specie di consapevole balzo indietro, un voluto minimalismo, una macchina da presa che registra nello stile del documentario o meglio, nello stile di una memoria che ha una sua specifica narrazione, fatta non necessariamente di eventi importanti, ma di quel che per qualche motivo ci è rimasto dentro, ed è nostra storia parallela. Un curioso neo-neorealismo, che può essere piano fino alla banalità, che può sottolineare in modo elementare i salti cronologici, che sceglie il bianco e nero della memoria e del sogno, le cui riprese non disdegnano i tempi lunghi, indugiano su momenti e oggetti di piatta quotidianità, hanno ripetizioni e sottolineature di significato trasparente, visi disperatamente autentici di attori non professionisti,  sentimenti e passioni tutti assorbiti da immagini e gesti. Una memoria personale, ma sempre tuttavia legata ad una storia collettiva perfettamente percepibile. Questi  registi sono immersi nella modernità  di una filmografia tecnologicamente avanzata, in particolare Cuaron ci ha mostrato prodotti che hanno ampiamente attinto a questa tecnologia,  ma qui appaiono pre-moderni e pre-tecnologici, apparentemente lontani da sofisticazioni formali, simbologie complicate, effetti speciali, audaci feed back o simili.L’effetto speciale c’è ed è il fare di questi film un luogo particolare della memoria, una zona aurorale che ha il non-colore e insieme la nitidezza delle cose che il più delle volte non portiamo in superficie,  ma sono quelle che più intimamente ci hanno segnato e ci determinano per quelli che siamo. In Roma di Cuaron, dichiaratamente autobiografico, c’è un intorno borghese di Ciudad de Mexico negli anni ’70, una casa agiata con quattro bimbi, genitori, nonna e due domestiche. Una padrona  e una giovanissima domestica india vivono in parallelo il dramma dell’abbandono da parte di due uomini , un marito e un fidanzato, diversissimi per posizione sociale, ma ugualmente indifferenti e irresponsabili. Sullo sfondo disparità sociali arcaiche e pacificamente accettate, la protesta studentesca, gli squadroni di violenti che fiancheggiano la repressione poliziesca. Le due donne, le due figure fragili eppure forti attorno a cui ruota il film, ricuciono alla fine faticosamente le loro esistenze e ricompongono un qualche equilibrio. Ma quel che è successo ha lasciato crepe e segni indelebili in tutti i protagonisti.  C’è dolore, ma anche solidarietà femminile e dolcezza, e amore, e pochissima felicità. Non è affatto un rutilante armarcord felliniano, e neppure una sessione psicoanalitica, è il senso di un concreto passato per gran parte grigio che ti sta addosso, che chiede di essere ripensato nel modo disadorno e intenso con cui si presenta alla nostra memoria più profonda e autentica, un antidoto alla spettacolarizzazione, alle rimozioni e falsificazioni  che caratterizzano tanta parte della nostra narrazione del presente.

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