Final Portrait - L'Arte di essere Amici

Film 2017 | Biografico, Drammatico, +13 90 min.

Regia di Stanley Tucci. Un film Da vedere 2017 con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Tony Shalhoub, Sylvie Testud, Clémence Poésy. Cast completo Titolo originale: Final Portrait. Genere Biografico, Drammatico, - Gran Bretagna, 2017, durata 90 minuti. Uscita cinema giovedì 8 febbraio 2018 distribuito da Bim Distribuzione. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +13 - MYmonetro 2,76 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Ultimo aggiornamento lunedì 12 febbraio 2018

Il racconto della storia vera dello scultore Giacometti alle prese con un quadro che mise in discussione il rapporto con James Lord. In Italia al Box Office Final Portrait - L'Arte di essere Amici ha incassato 141 mila euro .

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Consigliato sì!
2,76/5
MYMOVIES 3,00
CRITICA 2,20
PUBBLICO 3,07
CONSIGLIATO SÌ
Stanley Tucci ritrae il genio dell'arte incompiuta in un film totalmente devoto alla ciclicità del processo creativo.
Recensione di Anna Maria Pasetti
sabato 11 febbraio 2017
Recensione di Anna Maria Pasetti
sabato 11 febbraio 2017

Parigi, 1964. L'artista svizzero Alberto Giacometti gode di successo indiscusso, ma questo non lo distoglie da una vita disordinata, sempre ai limiti della decenza e dell'igiene. Giunto nella capitale francese, lo scrittore americano James Lord gli commissiona un proprio ritratto. L'uomo pensa sia questione di pochi giorni ma - data la natura mercuriale di Giacometti - l'opera diventerà un'impresa nel tempo e nella pazienza del giovane. Dopo una ventina di giorni Lord ripartirà con il quadro, rimasto inevitabilmente incompiuto.

L'incompiutezza è nella natura dell'arte. Ne era convinto Alberto Giacometti che trascorse l'intera sua esistenza a fare e disfare le proprie opere, senza mai ritenerle soddisfacenti.

Stanley Tucci, al suo quinto lungometraggio da regista, raccoglie le suggestioni del grande scultore e pittore condividendole in un film totalmente devoto alla ciclicità del processo creativo. Alla base del soggetto il diario di James Lord, "A Giacometti Portrait", in cui l'americano descrisse nei minimi dettagli quei 18 giorni trascorsi con Giacometti nel suo atelier parigino.
L'intenzione di Tucci è evidente fin dalla prima inquadratura, incorniciata nel bianco di una personale sull'artista dove egli compare seduto in atteggiamento depresso ai piedi del suo cognome autografato sulla parete: ciò che apparirà sul grande schermo è il tentativo di catturare un frammento del classico binomio contaddittorio di genio riconosciuto e impenitente sregolatezza. Giacometti si rivela nello sguardo di Tucci quale c reativo totale, artigiano maniacale e paranoico, instabilmente lucido e maledettamente inaffidabile come uomo. Il contraltare è l'eleganza ordinata del borghese moderno, dello yankee bello come un top model, vera e propria stravaganza nel Caos ontologico dell'atelier giacomettiano.

Ad eccezione di qualche chiacchierata peripatetica al cimitero e un'uscita al caffè vicino, i due si incontrano quotidianamente nello studio dell'artista dove solamente altri tre esseri umani hanno diritto di entrata: il fratello Diego Giacometti, la moglie Annette e l'amante Caroline. Anche la mdp di Tucci si "regolamenta" nella struttura diaristica delle sedute di Lord, "spiando" ogni piccolo gesto su mani e volti tanto del soggetto indagatore (l'artista) quanto dell'oggetto indagato (il modello); ma è proprio in questo meccanismo che ci accorgiamo che i ruoli possono invertirsi: il modello diventa "lo spione" (citando le parole di Lord) di colui che lo ritrae. È in tal modo che Final Portrait - di fatto l'ultimo ritratto realizzato da Giacometti prima di morire - si organizza quale disvelamento del meta-sguardo-incrociato messo in atto dal cinema quando è chiamato a confrontarsi con altre forme espressive e rappresentative. Se tale, accanto alla sempre ottima performance di Geoffrey Rush nei panni di Giacometti, è il punto di valore del film di Tucci, la sua pur giustificata schematicità strutturale ne identifica la debolezza più vistosa, laddove si poteva auspicare un'audacia più "giacomettiana".

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PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
martedì 13 febbraio 2018
toni mais

Ecco un altro grande creatore che ci spiega con parole sue , ma non troppo diverse da quelle usate dai grandi , qual'è la funzione dell'arte :" Tento, con i mezzi che mi sono propri, di vederci meglio, di capire meglio, ciò che ho intorno, capire meglio di essere più libero, più forte possibibile, per spendere, per spendermi il più possibile in ciò [...] Vai alla recensione »

FOCUS
FOCUS
domenica 11 febbraio 2018
Roy Menarini

A Stanley Tucci interessano i misteri della creatività. Pur attraverso una filmografia da regista striminzita, appare chiaro il fascino che esercita su di lui il gesto artistico, sia quello riconosciuto istituzionalmente - come pittura e scultura, in questo Final Portrait (guarda la video recensione) - sia quello più popolare (il cibo e le sue tradizioni, in Big Night), cui si deve aggiungere anche il formidabile scrittore homeless di Il segreto di Joe Gould e gli attori istrionici e truffaldini di Gli imbroglioni. A voler essere pignoli, anche nella torrenziale carriera da attore, Tucci ha spesso impersonato figure di creativi, dotati e appassionati come dimostra l'aver vestito i panni di Stanley Kubrick in Tu chiamami Peter, di uno sceneggiatore in Disastro a Hollywood, dell'entertainer luccicante in Hunger Games, dell'esperto di moda in Il diavolo veste Prada, e così via. E proprio sul rapporto tra arte e performance, regista e attore, in qualche modo ruota Final Portrait. Di film sull'arte ce ne sono stati a bizzeffe, specie di tipo biografico o - come richiede la recente tendenza - dedicati a singoli momenti della vita di un artista.

Nel film di Stanley Tucci, all'autore interessa la relazione che si instaura tra un grande creativo come Alberto Giacometti e il suo modello, un giovane scrittore (interpretato da un Armie Hammer sempre più votato a figure apollinee di bellezza astratta).

Non c'è il minimo dubbio su chi sia l'autore e chi il mezzo attraverso cui giungere al risultato: e forse solo un attore e regista come Tucci poteva intuire entrambi i sentimenti, quello di chi crea e quello di chi offre al demiurgo il proprio volto. La tela dietro a cui Giacometti si nasconde, pur sembrando un leone in gabbia, può anche essere paragonata all'apparato tecnico della macchina da presa: sempre di uno strumento di messa in forma del mondo si sta in fondo parlando.

INCONTRI
martedì 6 febbraio 2018
Claudia Catalli

Il segreto per diventare un buon regista è imparare a dire almeno due cose: "Non mi piace per niente" e "Non lo so". Lo racconta Stanley Tucci, ieri a Roma per presentare il suo quinto film da regista Final Portrait. Ha deciso di non farne parte, come attore, anche se in un primo momento era nell'aria una sua presenza anche davanti alla macchina da presa. "Ho capito che era meglio che mi concentrassi del tutto sulla regia, lasciando pieno spazio ai miei interpreti, Geoffrey Rush e Armie Hammer.

L'unico consiglio che mi sono permesso di dare agli attori protagonisti è stato: 'Per favore non recitate'. La verità nel nostro mestiere è tutto.

Ha già in mente un nuovo film da regista, questa volta tutto al femminile: "Sento che è arrivato il momento di raccontare una figura di donna a tutto tondo, sto lavorando su una storia con una protagonista assoluta e accanto a lei altri ruoli femminili importanti. Spero di iniziare a girarlo il prossimo anno, sarà ambientato a Berlino durante alla seconda guerra mondiale. È tratto dal libro "La città delle donne", non c'entra nulla con il film di Federico Fellini, mi riferisco al romanzo di David R. Gillham. Al centro della narrazione c'è Berlino come città delle donne alla fine della guerra: voglio raccontare come un drammatico evento di quella portata possa aver segnato per sempre relazioni e carattere della protagonista".
Distribuito da Bim Distribuzione, Final Portrait esce al cinema dall'8 febbraio.

FOCUS
giovedì 1 febbraio 2018
Claudia Catalli

Quando si può definire conclusa un'opera d'arte? Probabilmente, come Final Portrait insegna, mai. Non occorre scomodare esperti in materia come Didi Huberman, per dirla solo con Geoffrey Rush nei panni del nevrotico artista Alberto Giacometti è del tutto impossibile riproporre qualcosa di vivo così come gli occhi lo accolgono. Non solo per il fascino dell'incompiuto, ma perché se si tratta di ritrarre esseri umani allora l'oggetto del ritratto è del tutto mutevole, in ogni istante, fino alla più impercettibile smorfia del volto.

L'arte stessa del ritratto è un'arte che parte come fallimentare. Ad ogni tratto, la possibilità della fine - e della definizione - si ritrae. Se la settima arte si pone l'obiettivo di ritrarre a sua volta l'arte del ritratto, può, al contrario, riuscire nel suo intento?

Mentre il regista osserva dietro uno schermo e una cinepresa ritrae un uomo che a sua volta osserva e ne ritrae un altro, cosa succede? "Vale la pena di continuare?" chiede più volte Rush / Giacometti, e se lo sarà chiesto di certo anche Stanley Tucci nel momento di portare a termine il suo film. Che sì, ha un finale, e tuttavia risulta incompleto, mancante, proprio come l'opera d'arte che racconta.

STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
sabato 10 febbraio 2018
Mariarosa Mancuso
Il Foglio

Siamo preparati su tutto. Su Alberto Giacometti, icona novecentesca. Sul fratello di Alberto Giacometti: si chiamava Diego, faceva sculture di animali e disegnava lampade. Sulla Parigi del Dopoguerra, con Pablo Picasso e Dora Maar. Sugli artisti maledetti che fanno patire la moglie fedele e dilapidano i soldi con le amanti (infedeli, va da sé). Sull'arte che è lunga e la vita che è breve.

NEWS
VIDEO RECENSIONE
martedì 6 febbraio 2018
 

Parigi, 1964. L'artista svizzero Alberto Giacometti gode di successo indiscusso, ma questo non lo distoglie da una vita disordinata, sempre ai limiti della decenza e dell'igiene. Giunto nella capitale francese, lo scrittore americano James Lord gli commissiona [...]

POSTER
giovedì 21 dicembre 2017
 

Nel 1964, durante un breve viaggio a Parigi, lo scrittore americano e appassionato d'arte James Lord incontra il suo amico Alberto Giacometti, un pittore di fama internazionale, che gli chiede di posare per lui.

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