| Anno | 2016 |
| Genere | Drammatico, Storico, |
| Produzione | USA |
| Durata | 161 minuti |
| Regia di | Martin Scorsese |
| Attori | Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata Shin'ya Tsukamoto, Yoshi Oida, Yôsuke Kubozuka, Ryo Kase, Michié, Nana Komatsu. |
| Uscita | giovedì 12 gennaio 2017 |
| Tag | Da vedere 2016 |
| Distribuzione | 01 Distribution |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 3,63 su 6 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento martedì 14 febbraio 2017
1633. Due giovani gesuiti rifiutano di credere alla notizia che il loro maestro spirituale abbia rinnegato la propria fede e partono per l'Estremo Oriente. Il film ha ottenuto 1 candidatura a Premi Oscar, Il film è stato premiato a AFI Awards, In Italia al Box Office Silence ha incassato 1,8 milioni di euro .
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CONSIGLIATO SÌ
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1633. Due giovani gesuiti, Padre Rodrigues e Padre Garupe, rifiutano di credere alla notizia che il loro maestro spirituale, Padre Ferreira, partito per il Giappone con la missione di convertirne gli abitanti al cristianesimo, abbia commesso apostasia, ovvero abbia rinnegato la propria fede abbandonandola in modo definitivo. I due decidono dunque di partire per l'Estremo Oriente, pur sapendo che in Giappone i cristiani sono ferocemente perseguitati e chiunque possieda anche solo un simbolo della fede di importazione viene sottoposto alle più crudeli torture. Una volta arrivati troveranno come improbabile guida il contadino Kichijiro, un ubriacone che ha ripetutamente tradito i cristiani, pur avendo abbracciato il loro credo.
Martin Scorsese ha impiegato quasi trent'anni per portare sul grande schermo il romanzo "Silenzio" dello scrittore giapponese di religione cristiana Shusaku Endo, basato in parte sulla storia di personaggi realmente esistiti come Padre Christovao Ferreira e il gesuita italiano Giuseppe Chiara, su cui Endo ha modellato il personaggio di Padre Rodrigues.
La lentezza nel concretizzarsi del progetto è derivata non solo dalle innumerevoli difficoltà produttive e defezioni del cast (che un tempo comprendeva Daniel Day-Lewis e Benicio del Toro) ma soprattutto dal fatto che, come ha dichiarato lui stesso, il regista non era pronto a cimentarsi in modo così diretto con il tema che gli sta più a cuore: il rapporto dell'uomo con la fede. Un tema che aveva già affrontato esplicitamente in almeno due film, L'ultima tentazione di Cristo e Kundun, ma che a ben guardare sottende tutta la sua opera.
Gran parte del cinema di Scorsese è infatti imperniato sul rapporto fra peccato e redenzione alla luce della sua formazione cattolica. In quest'ottica il personaggio di Kichijiro è già in parte contenuto in quello di Charlie, il protagonista di Mean Streets, che rinegozia la sua verginità nel confessionale pur rendendosi conto che l'unica a poterlo punire per i suoi peccati è la sua coscienza. Come Pietro nel Vangelo, Kichijiro incarna la fragilità umana, con la quale è più facile rapportarsi che con la santità incrollabile di Gesù, che infatti suscita la nostra empatia soprattutto nel momento in cui si rivolge al cielo dicendo: "Padre, perché mi hai abbandonato?".
Quello dell'abbandono è un altro tema portante di Silence: non solo l'abbandono della fede ma anche la capacità di abbandonarsi completamente alla fede, e il sentirsi abbandonato da un Dio il cui silenzio è talvolta assordante. Ognuna delle torture cui padre Rodrigues, l'io narrante della storia, verrà sottoposto mette alla prova non solo la sua fede ma la sua visione del mondo, l'idea stessa che esista una verità assoluta valida per tutti, e la legittimità di imporla agli altri, esponendoli a pericolo di vita. Dopo averci fatto immedesimare nelle lodevoli intenzioni di Rodrigues, infatti, Scorsese ribalta più e più volte la prospettiva, mostrandoci come, dal punto di vista giapponese, l'attività missionaria contenesse in sé una volontà colonizzatrice e una mancanza di comprensione e rispetto della cultura locale. In questo senso Scorsese costruisce un film binario e palindromo, anticipato visivamente da alcune immagini (come la scala effetto fish eye di una delle sequenze iniziali), che consente una doppia e opposta lettura della vicenda narrata.
L'inquisitore in cui il giovane gesuita si imbatterà, Inoue Masashige, che nella versione originale parla l'inglese come se lo avesse imparato dai western, è da un lato un cattivo cinematografico di perfetta perfidia, dall'altro è portavoce di domande legittime sull'arroganza squisitamente occidentale dei predicatori cristiani, pronti a sacrificare al loro Dio il quieto vivere di una popolazione di contadini analfabeti. E di nuovo Scorsese ribalta la prospettiva, mostrandoci come quegli stessi contadini, oppressi da un regime totalitario che li tratta come bestie, trovino nel messaggio cristiano un'opportunità di riscatto nella promessa di quella vita eterna in cui non saranno più gli ultimi.
Silence equivale ad uno degli esercizi spirituali prescritti da Ignazio da Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù (esercizi praticati da Andrew Garfield, che interpreta Padre Rodrigues, prima di iniziare le riprese), ma è soprattutto un atto di dolore che va recitato fino in fondo. Allo spettatore richiede attenzione, pazienza, riflessione: tutto ciò cui il cinema più spettacolare, compreso quello di Scorsese, ci ha disabituato. Silence ha bisogno del tempo di una (silenziosa) sedimentazione interiore perché è un racconto tanto infinitamente stratificato quanto visivamente disadorno, nonostante le magnifiche scenografie di Dante Ferretti, che ha ricostruito dal nulla villaggi secenteschi, taverne, avanposti imperiali e squallide galere. Dopo la corsa adrenalinica dietro alle illusioni di un capitalismo sfrenato di Wolf of Wall Street, Scorsese inverte il passo e la direzione, scavando in profondità nella natura complessa dell'uomo, alla ricerca della sua umanità.
Ricondurre meramente il film all'attualità, collegandolo ai preti cristiani massacrati in varie parti del mondo o alla furia distruttrice dei fanatismi religiosi contemporanei, sarebbe riduttivo, perché il discorso di Scorsese è ben più radicale.
Silence è una parabola quietamente potente, di quelle che riescono a insinuarsi sotto le resistenze razionali per penetrare nell'inconscio e allargarsi nelle coscienze di chi guarda, lavorando sulla nostra presunzione di avere già capito tutto, di sapere con certezza che cosa sia giusto e da che parte stiano il Bene e il Male.
Il Giappone ha sempre vissuto rapporti conflittuali con gli stranieri, con chi veniva da altre terre. Fin dal 1543, quando i primi mercanti portoghesi approdarono sulle coste dell'isola di Tanegashima proveniendo da Macao, gli stranieri venivano percepiti come esseri indecifrabili, potenzialmente pericolosi, alieni alla cultura nipponica, apprezzati solo in quanto posessori di archibugi (a quel [...] Vai alla recensione »
Nell'agosto 2014, l'ISIS avviò, nei confronti del popolo degli Yazidi, una vera e propria persecuzione. Considerandoli apostati per le loro convinzioni (gli Yazidi credono nei cosiddetti Grandi Angeli e in un Dio primordiale), il sedicente Califfato invase le loro terre e, dopo averne uccisi a centinaia, diede loro un'opportunità: abiurare alla propria religione e islamizzarsi oppure essere torturati. La gran parte degli yazidi andò incontro alla morte pur di non cedere e le donne yazide, rifiutando di diventare mogli e schiave degli jihadisti, furono in gran parte stuprate e imprigionate. Ogni immagine e ogni raffigurazione del sacro era dall'ISIS considerata apostasia, come del resto è noto nella iconoclastia furiosa e arcaica del gruppo islamico (autore della distruzione di Pamira). Gran parte del mondo si chiese: ma perché gli yazidi non hanno, anche solo formalmente, finto di tradire la propria religione?
Basterebbe forse questo per dire dell'attualità di Silence di Martin Scorsese, che passa - secondo molti commentatori - come un fatto quasi personale per il regista, un'ossessione finalmente affrontata e forse risolta (come a dire: bene, ti sei tolto lo sfizio, ora guardiamo avanti). E invece, in questo film magmatico, squilibrato, potente, strano, al tempo stesso incerto e perfetto, si trova processata per intero la civiltà contemporanea, la sospensione tra arcaismo e tecnologia, tra ipermodernità e ritorno del tribale, che riguarda tutti noi - e non solo nel conflitto tra civiltà.
Scorsese, però, con Silence fa di più. Un gesto profondamente umano, di contenuto. E un gesto cinematografico, che forse ne deriva e forse ne è alla base (almeno pensando a chi, come Scorsese, vive la propria cinefilia come un elemento di fede: e chi conosce e studia la cinefilia, quella vera, sa quanto essa tenda alla metafisica e quanto ricerchi l'assoluto, ricerca persa in partenza e per questo ancora e ancora avidamente affrontata).
Nel Giappone del 1637, dove da decenni i cattolici sono perseguitati, approda insieme al collega Francisco Garrpe (Adam Driver) il fervido gesuita portoghese Padre Sebastian Rodrigues (Andrew Garfleld), con il doppio intento di svolgere segreta opera cli evangelizzazione e di trovar traccia dell'autorevole Padre Ferreira che si vocifera abbia fatto abiura passando al buddismo.