Da lunedì 25 marzo parte la rassegna “Orgoglio e Pregiudizio” al cinema Nuovo Olimpia di Roma, un viaggio lungo i percorsi, gli autori e i film che compongono il cinema queer classico e contemporaneo.
Curata da Cesare Petrillo e Simone Ghidoni, prodotta da Circuito Cinema, con circa quaranta film (di cui venticinque inediti mai visti in Italia) distribuiti su tre mesi di programmazione, “Orgoglio e Pregiudizio” mette in fila nomi come William Wyler e Céline Sciamma, titoli come My Beautiful Laundrette e Tangerine, proponendo anche un focus sul cinema dell’argentino Marco Berger, di cui vengono mostrati tutti gli otto lungometraggi, per uno sguardo diretto, naturale e partecipato sull’universo LGBTQ+.
Della rassegna, e di cosa vuol dire programmare cinema queer, ne abbiamo parlato con Petrillo, storico nome del cinema italiano, co-fondatore di Teodora Film, produttore, curatore e critico cinematografico.
Partiamo da quello che sembra il cuore pulsante di “Orgoglio e pregiudizio”, cioè gli otto film di Marco Berger, che da quanto ho letto hai recuperato l’anno scorso, e l’hai fatto durante la stagione della passione, cioè l’estate...
È successo per caso. L’estate scorsa, nella noia, sono stato spesso su Instagram, Marco Berger ha un suo profilo, mi sono incuriosito e ho iniziato a recuperare delle cose. Il suo primo film che ho visto è stato Hawaii, che ho trovato davvero bello, poi ho comprato i blu-ray e uno dopo l’altro mi sono infiammato. Ed è così che è nato il germe della rassegna, ossia come è possibile che in Italia dei film straordinari non trovino uscita, con una caterva di piccole distribuzioni che seguono una specie di tracciato pedissequo, vai a Cannes, incontri i soliti sales agent più importanti, ti propongono i film e tu li compri sulla fiducia. E la stessa cosa succede con i festival, i selezionatori sono oberati di proposte e spesso indirizzati a scegliere in blocco. Così è nata la curiosità di andare a vedere altro, e mentre su alcuni registi mi sono fermato a uno o due titoli, con Berger ho trovato una continuità narrativa ed espressiva eccellente, e parlando con Circuito Cinema, che mi ha dato fiducia, abbiamo creato la rassegna con questo focus sul cinema del regista argentino.
Tutto attorno ai film di Berger c’è poi un lungo elenco di opere del passato e del presente. Ci puoi fare una panoramica di quanto è differente nei temi, negli ambienti, nelle estetiche – e se lo è – il cinema queer storico da quello contemporaneo?
È cambiato tutto. Tutto questo cinema del passato è sulla condizione omosessuale che inevitabilmente è sinonimo di infelicità e dolore, un modo di raccontare che si trascina per gli anni ’80 e buona parte dei ’90. Oggi il cinema si può permettere di parlare di omosessuali in termini, se vogliamo, ed è il modo in cui lo fa Berger, di commedia rohmeriana, come in Plan B, dove due uomini si innamorano e scoprono una nuova dimensione della sessualità vivendola in maniera felice, cosa impensabile nei decenni precedenti. Per fortuna è tutto cambiato, ma la verità è che la vita è più progredita del cinema, la vita è andata avanti, il cinema meno. Ad esempio, in tutto il cinema italiano la sessualità è quasi inesistente, per non parlare dell’omosessualità. È come se ci fosse una forma di pudore nel raccontare l’altro da loro, un pudore un po’ democristiano. Le piattaforme al contrario ti impongono la diversity, ma è sempre una costrizione, sento una mancanza di vera fluidità.
