Non vincono più i film grandi&belli ma quelli che si adattano al tempo, alla politica e alla moda.
di Pino Farinotti
Da anni non riesco a vedere interamente la serata degli Oscar. Trattasi di spettacolo ipertrofico dove il cinema è attore non protagonista. E, tutto sommato, lo merita, perché da anni, direi dall’inizio del nuovo secolo ad essere premiati non sono più i film grandi&belli, ma quelli che si adattano al tempo, alla politica e alla moda. Il termine “politicamente corretto” lo uso solo se sono costretto. Ma qui, sono costretto.
L’altra sera ero annichilito. Non ho la presunzione di dettare gusto e qualità. Certo conosco l’argomento e, in questo caso, - ma a volte capita - ho scovato, da parte di gente accreditata, una condivisione quasi totale.
Flashback. Via col vento, L’eterna illusione. Rebecca - La prima moglie, Casablanca, Amleto, Un americano a Parigi, Ben Hur, Lawrence d’Arabia, Il padrino, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Il cacciatore, Forrest Gump, Titanic, Il signore degli anelli. Sono solo alcuni fra i moltissimi titoli, che hanno meritato l’Oscar assoluto. Erano film grandi e belli. E tutti noi li ricordiamo.
Ma credo di poter dire che per ricordare i vincitori degli anni Duemila occorrono cinefili... tenaci. Ma c’è di peggio. Spesso un film di qualità riconosciuta, roba da anni d’oro si è visto sorpassare da un titolo decisamente peggiore. Un esempio per tutti: La La Land, opera all’altezza dei titoli proposti sopra si è visto battere da un Moonlight, duro e sgradevole ma (ultra)politicamente corretto.
Miglior titolo Coda – I segni del cuore. È un film di buoni sentimenti, storia di una famiglia di sordomuti salvo una figlia sedicenne che vuole studiare canto. Inoltre non è neppure originale, è un remake del francese La famiglia Bélier. Non è un film da Oscar, è molto lontano dalla qualità dei titoli citati sopra. Lo è clamorosamente. Un altro segnale è il premio attribuito all’attore sordomuto Troy Kotsur, certo bravo ma meno di altri non portatori di particolari segnali umani. Sono solo due modelli dell’indicazione, triste, della nuova identità degli Oscar, ormai lontani, distaccati, da quelle che erano le opzioni del cinema: la bellezza, lo stile del racconto, il dono di una formazione che rendesse migliori e più liberi. E magari più felici.