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Noir in Festival, l'omaggio al periodo giallo di Lucio Fulci

Dall'8 al 13 marzo una retrospettiva di cinque titoli, tra influenze hitchcockiane ed esplorazioni dell’abisso. In streaming su MYmovies. PRENOTA GRATIS IL TUO POSTO
di Marzia Gandolfi

domenica 7 marzo 2021 - mymovieslive

Se il nome di Lucio Fulci - a cui il Noir in Festival dedica una retrospettiva di cinque titoli in streaming su MYmovies dall'8 al 13 marzo - dimora associato al macabro putrescente del suo periodo gore, cominciato con Zombi 2 (1980) e culminato con una trilogia sovrannaturale tra violenza esacerbata e plasticità del putrido (Paura nella città dei morti viventi, …E tu vivrai nel terrore! - L’aldilà, Quella villa accanto al cimitero), non bisogna dimenticare i suoi contribuiti creativi ad altri generi. Dalla commedia dei debutti (I ladri, Gli imbroglioni) al western spietato e disincantato (Le colt cantarono la morte e fu… tempo di massacro, I quattro dell’Apocalisse), dal melodramma storico (Beatrice Cenci) al thriller all’italiana, di cui sovvertirà i codici e offrirà una lettura molto personale. Una sull’altra, Non si sevizia un paperino, Sette note in nero (tutti disponibili in streaming su Noir in Festival) costituiscono una sferzata originale al genere, di cui l’autore non smise mai di aggirare le figure convenzionali (niente metropolitane, niente serial killer mascherati) con un gusto spiccato per gli omicidi sofisticati e le sperimentazioni visive. Girati ‘in giallo’ e colori pop, formano una trilogia informale che precisa le ossessioni di Lucio Fulci: sogno, caduta, morte, sangue, erotismo morbido.

Gioielli del suo periodo più fertile (1969-1977), Una sull’altra, Non si sevizia un paperino, Sette note in nero seguono trame tormentate e ossessive, dense e reticolari, si avventurano dentro forme composite, tessono ragnatele per intrappolare lo spettatore con maligno piacere. Perché in anticipo su Brian De Palma, Fulci piazza lo spettatore al centro di un dispositivo la cui rete di immagini si impegna a disturbarne la percezione, convocando la sua memoria cinefila.

Nata dalla collaborazione con Roberto Gianviti, la sua ‘rosa gialla’ coniuga il fantastico con la psiche e trasloca qualche volta il genere dal milieu urbano di predilezione ai confini della cronaca rurale (Non si sevizia un paperino). Infusi di surrealismo questi poemi macabri mascherano col sangue una vena più complessa marcata dall’influenza di Alfred Hitchcock. Una sull’altra convoca, in maniera più o meno esplicita, il cinema dell’autore britannico, ribadendone i motivi. Storia di un’ossessione, un medico crede di riconoscere la moglie morta in una sulfurea spogliarellista, Una sull’altra, hitchcockiano già dal titolo, è una variazione contorta di Vertigo, col suo ‘scambio’ di identità e la sua ‘correzione’ a colpi di carezze saffiche tra due eroine che tutto oppone. Chi avrà la meglio? La consorte o l’amante?

Girato a San Francisco come il suo illustre modello, di cui riprende anche la dualità bionda-bruna e il feticismo necrofilo dell’eroe, che subisce gli eventi con un’apatia che rasenta l’impotenza, Una sull’altra dispiega un diluvio di immagini-pulsioni, liquidando la suspense a profitto di una messa in scena profusa e sperimentale, dove ogni dettaglio disseminato nel quadro conta. Il regista gioca coi primi piani e la profondità di campo, con angoli di visione teoricamente inaccessibili all’occhio, una scena di sesso è filmata da sotto un letto divenuto trasparente, scompone l’immagine negli split-screen o la raddoppia in un gioco di specchi fino a farne un puro simulacro, che confonde la visione del pubblico in una vertigine di sensi.
 

In Sette note in nero, storia che si appoggia su un’illusione ‘oracolare’, una donna ha una visione macabra e precipita gli eventi al solo scopo di volerli evitare, Fulci cortocircuita le immagini del suo film con quelle mentali che assillano la sua protagonista, interpretata da una Jennifer O’Neill in trance quasi permanente e prossima all’ossessione della Madeleine di Kim Novak. L’altro principio del film è quello dell’inchiesta che prenderà la forma di un puzzle da ricostruire. L’apparente associazione libera delle visioni (di un assassinio) che saturano lo spirito dell’eroina mescola alto e basso, Edgar Allan Poe e fumetto, pittura fiamminga e fotografie pubblicitarie, una tela di Vermeer e la cover di una top model, posando l’ultimo mattone di un muro dietro il quale una donna respira ancora. E il romanzo gotico femminile, nascosto sotto le peripezie del film, rinvia ancora una volta ad Hitchcock, restituito in una forma cruda e manipolata. Daccapo pensiamo a Vertigo ma anche a “Rebecca”, il libro di Daphne Du Maurier, variazione già trivializzata all’epoca di “Jane Eyre” di Charlotte Brontë. Sette note in nero, inchiesta di un’eroina su un omicidio di cui è stata testimone per allucinazione, definisce allegoricamente quello che nutriva il cinema popolare italiano: il sublime mélange di alto e basso.


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