Un'edizione degli Oscar caratterizzata dall'assenza di un presentatore e quindi da molta serietà e pochissimo humour. Evitato così ogni rischio di scorrettezza politica, in un anno che, anche nei premi, sembra distribuire riconoscimenti a minoranze che spesso hanno contestato la supremazia bianca della manifestazione. Sul palco si alternano afroamericani e messicani, si raccontano storie di immigrati e di omosessuali, nel nome della libertà di credo e di sessualità.
Nessuno dei contendenti principali resta a secco, neppure Spike Lee (BlackKklansmann (guarda la video recensione)), da sempre escluso dagli oscar competitivi, nonostante una carriera incredibile. Segno che qualcosa è cambiato, che #OscarsSoWhite non è stato speso invano, che il processo di svecchiamento dell'Academy è in corso, benché l'assegnazione del premio di miglior film a Green Book rappresenti una visione tradizionalista del cinema. Peccato per la grande Glenn Close, esclusa anche in una serata così "ecumenica": a 71 anni diminuiscono le chance di un'ottava nomination e di vincere la sospirata e meritata statuetta.