C'era un'aria emozionata e un'atmosfera da punto di arrivo, da conclusione di un viaggio, ieri al Teatro Comunale di Bologna. Ed era giusto che fosse così: la presenza di Martin Scorsese al festival del Cinema Ritrovato è un arrivo dovuto e in un certo senso naturale. Non solo perché Scorsese ha fatto i capolavori che ha fatto, e non c'è luogo del grande cinema dove non sia a casa, ma soprattutto perché - lo ha ricordato Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, presentandolo - è stato il primo cineasta ad affermare ad alta voce l'importanza del cinema del passato per i cineasti di oggi, e a fondare la Film Foundation, oggi World Cinema Project.
Intervistato da quattro registi italiani, protagonisti del nostro cinema del presente, Scorsese ha trasformato questo punto di arrivo in un punto di partenza, per un futuro d'impegno di tutti nella conservazione del cinema che più amiamo e abbiamo amato.
Matteo Garrone ha rotto il ghiaccio chiedendogli un parere su un argomento che lo tocca personalmente e dolorosamente, vale a dire il declino della sala. Fare il cinema "per il cinema" è sempre più un sogno romantico: la maggior parte delle persone vede e vedrà i suoi film sul televisore. Come vive Scorsese questa transizione?
Questo è un fatto. Ma come garantire quest'opportunità alle generazioni future? Come poter far fare loro questa esperienza? Occorre sostenere la possibilità di andare al cinema; le famiglie, i giovani e i vecchi, dovranno essere pronti ad uscire di casa per vedere film restaurati e pagare un biglietto per farlo, perché il restauro ha un alto costo e va supportato. A Los Angeles ho da poco invitato tutti ad andare a vedere 2001 Odissea nello spazio (guarda la video recensione) restaurato, perché i finanziatori vedessero che la gente affollava i cinema. L'esperienza deve essere trasmessa come irrinunciabile. Una volta la si faceva perché non c'era la tv, adesso coesiste con altri sistemi, ma sta a noi sostenerla. Dobbiamo lottare per questo, far vergognare chi non ci segue, e far capire alle generazioni più giovani la differenza tra i prodotti di consumo e l'arte. Adesso tutto è 'contenuto', ma vuol dire tutto e niente".
Garrone aggiunge che una soluzione potrebbe passare per l'insegnamento del cinema nelle scuole.
Scorsese: Giusto! Margaret Bodde ha organizzato con me questo programma nazionale di studi, The Story of Movie, per imparare a leggere il cinema. L'alfabetizzazione visiva è fondamentale quanto l'alfabetizzazione grammaticale: le immagini sono dappertutto, in un certo senso abbiamo vinto la lotta tipica degli anni Settanta tra parola e immagine, ma ora stiamo perdendo terreno perché queste immagini per lo più non sono significative. Bisogna insegnare a leggere l'immagine d'arte, far capire che la luce può fare la differenza, così come il punto in cui metti la macchina. E comunque qualcosa di nuovo è successo e continua a succedere: la tecnologia cambia e ci permette di fare cose che prima erano immaginabili; dopo cent'anni di cinema ci aspettano cent'anni di qualcos'altro. Se c'è la passione di raccontare può uscire qualcosa di entusiasmante, un nuovo Beethoven della realtà virtuale.
È anche una questione di percezione e di momento storico. Le statue greche, che oggi ci appaiono così eleganti, erano in realtà colorate in maniera piuttosto pacchiana, e Shakespeare, al suo tempo, veniva interpretato parlando in maniera velocissima, Amleto correva tra il pubblico nel suo monologo: se Shakespeare tornasse adesso e vedesse un attore sul palco, immobile sotto la luce, direbbe: "No, no, è tutto sbagliato!"
Valeria Golino riprende il discorso sulla percezione. Lavorando al suo secondo film racconta che, alla fine, non sapeva più se era bello o brutto, se funzionava o meno, fino a che il pubblico non ha cominciato a reagire positivamente. Come cambia la percezione del proprio lavoro dopo tanti film, tanti anni di lavoro e confronto col pubblico?