| Anno | 1946 |
| Genere | Drammatico, |
| Produzione | Italia |
| Durata | 90 minuti |
| Regia di | Vittorio De Sica |
| Attori | Franco Interlenghi, Rinaldo Smordoni, Maria Campi, Aniello Mele, Enrico Cigoli Bruno Ortensi, Emilio Cigoli, Gino Saltamerenda, Anna Pedoni, Leo Garavaglia, Enrico De Silva, Antonio Lo Nigro, Angelo D'Amico, Antonio Carlino, Francesco De Nicola, Pacifico Astrologo, Peppino Spadaro, Irene Smordoni, Antonio Nicotra, Claudio Ermelli, Guido Gentili, Mario Volpicelli, Edmondo Costa, Mario Del Monte Jr., Achille Ponzi, Antonio Amendola, Armando Furlai, Edmondo Zappacarta, Leonardo Bragaglia, Gino Marturano, Piero Carini, Mario Jafrati. |
| Uscita | lunedì 6 febbraio 2023 |
| Tag | Da vedere 1946 |
| Distribuzione | Cineteca di Bologna |
| Rating | Consigli per la visione di bambini e ragazzi: |
| MYmonetro | 4,46 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento venerdì 3 febbraio 2023
Vita di strada, riformatorio e fuga di due piccoli lustrascarpe romani. Il film ha ottenuto 2 candidature e vinto un premio ai Premi Oscar, ha vinto un premio ai Nastri d'Argento, In Italia al Box Office Sciuscià ha incassato 25 mila euro .
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ASSOLUTAMENTE SÌ
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Pasquale e Giuseppe sono due ragazzini che nella Roma liberata dagli americani vivono lucidando le scarpe in strada al grido di 'sciuscià', neologismo sintesi dell'inglese 'shoe shine'. Pasquale è orfano di entrambi i genitori mentre Giuseppe mantiene i suoi insieme al fratello maggiore che è in un giro di riciclaggio di oggetti rubati. Un giorno i due vengono coinvolti in uno dei traffici illegali e finiscono al carcere minorile. Lì le loro personalità fondamentalmente innocenti subiscono il peso di un ambiente negativo.
Il primo premio Oscar ad un film straniero assegnato nel 1947 offre ancora occasioni di riflessione.
Un film che era costato produttivamente un milione di lire, acquistato dal distributore Lopert per la misera somma di 4000 lire gli fruttò un milione di dollari. Perché citare questi dati da box office per un'opera che è rimasta a buon diritto nella Storia della Settima Arte? Perché quelle 4.000 lire suonano come un testimone sgradevole di una condizione che talvolta torna a riproporsi. Quella cioè della mancata accettazione di una denuncia profondamente realistica che all'epoca toccò direttamente De Sica il quale, all'uscita dalla proiezione in un cinema milanese venne apostrofato con quello che sarebbe poi diventato un leit motiv nei confronti del neorealismo: "I panni sporchi si lavano in casa. Cosa diranno di noi all'estero?".
Il film, che precede di due anni un capolavoro assoluto come Ladri di biciclette, si inscrive nella scelta di fare cinema dell'autore che lo vede impegnato nel movimento neorealista con una visione non ideologica ma piuttosto definibile come umanitaria. De Sica, anche se in apertura definisce i personaggi e gli avvenimenti come puramente immaginari, aveva preso lo spunto da due ragazzini conosciuti nel 1944 che avevano effettivamente una passione per i cavalli che riuscivano a soddisfare grazie al loro lavoro di lustrascarpe. Ci voleva però la collaborazione con Zavattini (uno dei cinque sceneggiatori accreditati) per far diventare il quadrupede un personaggio simbolico di un sogno di riscatto e di integrazione sociale. Operazione perfettamente riuscita nella cavalcata dei due per le strade di Roma con i compagni di lavoro che assistono ammirati e, in senso purtroppo opposto, nel finale.
Tutto ciò in un film che rappresenta una dura denuncia, anche se criticata all'epoca per alcuni risvolti ritenuti un po' troppo patetici, nei confronti del carcere minorile. Il quale sembra un luogo in cui tutto converga non al fine di recuperare il minore a un ruolo positivo nella società quanto invece solo al punirlo lasciando poi che il suo eventuale lato negativo si potenzi o addirittura si sviluppi all'interno delle sue mura. È un luogo in cui dominano la durezza e il disprezzo, quando non la colpevole indifferenza, nei confronti dei giovani detenuti. Chi invece cerca di comprenderne la fragilità si percepisce e viene percepito come inadatto al ruolo.
Sono temi che non appartengono al passato e la cronaca carceraria recente ha provveduto a ricordarcelo. C'è una scena che sintetizza, come solo all'epoca si sapeva e si poteva fare senza il timore di cadere nelle pratiche basse della commedia in un film tenuto costantemente sul filo della drammaticità, ed è quella del primo interrogatorio. Il commissario che li accoglie sbriga rapidamente la questione inviando i due protagonisti al carcere minorile. Ciò che è più urgente per lui è farsi praticare un'iniezione dietro un paravento. Potrebbe sembrare un errore di sceneggiatura ed è invece il primo di una lunga serie di eventi di segno negativo che avverranno in un luogo in cui la definizione di 'maestro' viene depauperata del suo alto significato ed applicata invece ad infidi piccoli aguzzini.
Dopo I bambini ci guardano (1943), De Sica e Zavattini tornano sui bambini e sul loro sguardo con Sciuscià, opera neorealista solcata da lampi di surrealismo fiabesco, elegiaco, lirico, un viaggio nelle miserie dell’Italia del tempo, un atto di critica sociale e politica basato su una forte indignazione, che si fa senso di umanistica pietas e rispetto morale verso le persone che vengono filmate e raccontate. Come in Ladri di biciclette, i bambini si affermano come figure fondamentali del neorealismo e del cinema moderno, in quanto personaggi che, segnati dall’impotenza a re-agire, possono solo vedere, errare, sognare (come gli anziani, gli stranieri, gli infermi, tutte figure presenti nelle opere più importanti del neorealismo). Il cinema di De Sica-Zavattini accoglie una teoria elaborata da Zavattini, la teoria del pedinamento, detta anche poetica del coinquilino, o estetica del buco della serratura. La teoria del pedinamento mirava a cogliere con la cinepresa la realtà del quotidiano, gli elementi più autentici del comportamento umano, determinato da specifiche condizioni sociali e ambientali: era la base della elaborazione di un cinema trasparente che doveva soddisfare la fame di realtà e occultarsi come mezzo di espressione per imporsi come semplice riproduttore del reale. I personaggi di questo cinema dovevano essere tipi di una condizione sociale generale seguiti dalla cinepresa nel materiale drammatico costituito da situazioni, luoghi, ambienti determinati. Il personaggio diventa così centro dell’azione drammatica e filo conduttore di una rappresentazione documentaristica della realtà. Condizione necessaria di tutto ciò è il pedinamento del personaggio, che si muove nel suo ambiente naturale, nel reale quotidiano, attraverso storie sospese tra simbolismo e naturalismo, e si offre come elemento significativo della società che gli autori del film sottopongono ad analisi critica. Sciuscià si basa su questa teoria, su un’attenta selezione del materiale da filmare, su un uso del cinema come mezzo di documentazione di una realtà ri-costruita. Oscar speciale 1947 per «la qualità superlativa raggiunta in circostanze avverse».
Gli sciuscià sono i ragazzini lustrascarpe (dall'americano "shoe-shine" che significa, lustrare le scarpe). Si guadagnano qualche spicciolo sulle scarpe dei soldati americani a Napoli, siamo nel 1945. Pasquale e Giuseppe vogliono comprarsi un cavallo. Raccogliere i soldi necessari solo lustrando sarebbe impossibile così si fanno invischiare in una faccenda di mercato nero e finiscono in riformatorio, dove incontrano una realtà orrenda che li mette a dura prova, compromettendo la loro stessa amicizia. Durante un tentativo di fuga uno dei ragazzi muore cadendo da un ponte, l'amico, prima di essere ripreso dalle guardie, lo tiene, disperato, fra le braccia.
Il primo capolavoro di De Sica divenuto successo oltre confine, premiato con un Oscar. Lo sguardo è per i ragazzi, un tema carissimo al regista che aveva già firmato I bambini ci guardano. Nel '48, con Ladri di biciclette, De Sica finiva la sua trilogia dei bambini. Registriamo la magnifica performance di Franco Interlenghi che sarebbe diventato un volto indispensabile di quel cinema.
Sciuscià è uno dei titoli che hanno costruito la leggenda del cinema italiano di quella stagione, leggenda per il mondo. Apriva una strada che sarebbe rimasta solo nostra.
Siamo agli sgoccioli della fine della Seconda Guerra Mondiale e in una Roma frustrata dal disagio sociale, due ragazzini si guadagnano da vivere facendo gli Sciuscià (lustra scarpe). Sognano di comprarsi un cavallo ma con i soldi che guadagnano non ce la farebbero mai. Il fratello di uno dei due gli propone un piccolo colpo che però va male, e i due finiscono nel carcere minorile.
Pasquale e Giuseppe, due sciuscià finiti al riformatorio, vi trascorrono una vita penosa in attesa del processo. Prima sinceramente amici, nella miseria, ora a poco apoco si distaccano, finché l’uno fugge, e subisce l’aggressione dell’amico, risentito per la fuga messa in atto senza di lui, che ne provoca la morte. Insieme con i due classici di Rossellini (Roma città aperta e Paisà) , fu il film che [...] Vai alla recensione »