L'esordio del giovane Kane Parsons trasforma i creepypasta della rete in un'inquietante estetica horror fatta di spazi vuoti e incubi giallastri. Con due straordinari interpreti. Al cinema.
di Rudy Salvagnini
Il fenomeno del cosiddetto “found footage”, iniziato a partire dal successo planetario di The Blair Witch Project (con l’input primigenio, se vogliamo, di Cannibal Holocaust) ha determinato negli anni una vera e propria proliferazione incontrollata che ha portato a tanti successi, quantomeno di pubblico, come le serie di Paranormal Activity e di Rec, tra gli altri, ma anche a una grande quantità di opere modestissime e noiose, a causa dei difetti specifici del format - tendenza alla ripetitività e alla presenza di ridondanze eccessive, riprese volutamente traballanti e squinternate, rinuncia alle qualità del montaggio tradizionale e così via - e soprattutto del fatto che ha spinto molti cineasti perlopiù improvvisati a pensare di poter fare film con niente, dove il niente non riguardava solo i mezzi ma anche le idee.
Il concetto alla base è sempre stato quello di ricercare il realismo estremo, non solo per la natura stessa dei filmati “ritrovati” - che fossero immagini da telecamere di sorveglianza, da telefonini, schermi di computer o più banalmente videocamere - ma anche per quello che si vedeva, che doveva essere scevro da manipolazioni o quantomeno apparire come tale.
La stessa ricerca di “realtà”, o meglio di una replica credibile di una realtà orrorifica, ha animato altri fenomeni successivamente emersi, fatti di strani e inquietanti filmati per il web, di creazione/elaborazione di leggende metropolitane, in sostanza del cosiddetto creepypasta. Inevitabile quindi giungere a un’ibridazione di questi fenomeni per dare nuova linfa al puro e semplice found footage, stremato dall’inane ripetizione cui è stato sottoposto nel corso degli anni, e provocarne una sorta di superamento.
Backrooms - con il found footage presentato come citazione e riferimento più che come elemento costitutivo, anche se il suo utilizzo non è propriamente né minimale né marginale - rappresenta uno sviluppo concreto di questa ibridazione, un nuovo punto di passaggio se non di partenza (certamente non di arrivo, va da sé): in definitiva, un superamento dei vincoli di utilizzo preponderante o addirittura esclusivo del format del found footage per trarne invece le qualità più significative rinvigorendolo attraverso un uso moderato e, per così dire, responsabile.
Opera di un giovanissimo filmmaker, Kane Parsons, il progetto nasce sul web, con una serie di filmati divenuti nel tempo virali e approdati all’essere una vera e propria serie, fondata su un concetto semplice, ma al tempo stesso intrigante e inquietante, con una visione che si espande in un’altra realtà dimensionale sfuggente e del tutto misteriosa nella quale i personaggi si trovano a entrare, come avveniva in un famoso e influente episodio di "Ai confini della realtà" (Little Girl Lost, 1962) scritto da Richard Matheson, in cui una bambina, attraverso un’invisibile porta dimensionale situata in una parete (proprio come avviene anche in Backrooms), si perdeva in un altrove impossibile da sondare e, anche solo per questo, molto pericoloso.
Trasferire quanto esposto negli episodi per il web in un lungometraggio per il cinema è stata chiaramente una sfida significativa per il regista arrivato a esordire sul grande schermo sulla scorta di un’idea e di un consistente interesse pregresso da parte del suo pubblico di riferimento, con un percorso simile e al tempo stesso assai diverso da quello all’epoca compiuto da altri esordienti - come il trio di registi di The Blair Witch Project o l’Oren Peli di Paranormal Activity - che videro i loro progetti no-budget acquisiti e lanciati successivamente verso un grande e imprevisto successo di pubblico.
Kane Parsons ha già compiuto almeno in parte questo passaggio convincendo a priori una produzione importante per il genere horror (la A24) a supportarlo e ha avuto così l’occasione di espandere in modo professionale il proprio concetto di base in qualcosa di più complesso ed evoluto. Nel farlo, espone una personale ed efficace estetica dell’orrore, fatta di immagini giallastre piene di inquietudine, dove l’altra dimensione si rivela qualcosa di ineffabile, talvolta riconducibile a un malessere esistenziale che non lascia scampo e lascia solo intravedere la vera e terribile natura dell’orrore.
La struttura narrativa tipicamente aperta lascia ampio spazio, in caso di successo, a una serializzazione e lì si potrà eventualmente vedere la capacità di sviluppare un concetto che si presenta potenzialmente interessante e di largo respiro.