Il cinema si è applicato a tutta la Storia attraverso vicende personali. Un mio precedente editoriale dal titolo: E Alberto Sordi spiegò il referendum meglio di tutti, viene riproposto qui perché non ha perso niente della sua attualità e della sua forza. Ma ho ritenuto di arricchire la fase fiction con una vicenda reale, quella di una “normale” famiglia italiana che si trovò a decidere, quel 2 giugno del 1946, il destino dell’Italia e il proprio: Monarchia o Repubblica. Quella famiglia era la mia.
Mio padre Dante non aveva mai amato i fascisti e neppure i Savoia, figuriamoci i tedeschi. Dunque un repubblicano. Suo fratello Arturo era monarchico per una ragione precisa che non gli aveva dato scelta, si può dire. Era militare a Pinerolo, il suo squadrone era fermo, solenne, in attesa del passaggio di qualcuno importante. Il re Vittorio Emanuele III si fermò davanti a lui. “Come ti chiami soldato?” “Arturo Farinotti.” “Di dove sei?” L’Arturo stava per rispondere “di Milano”, risposta corretta, invece gli uscì: “Di Rompeggio, frazione di Ferriere, Alto Picentino.” Nessuno riuscì mai a capire la ragione di quella risposta, forse l’Arturo ripescava qualcosa di ancestrale, perché i Farinotti, da decenni erano milanesi, vivevano là, lavoravano là. Il re disse: “Conosco la val Nure, bei posti, il monte Ragola, le trote, i funghi. Complimenti. Bravo. La patria avrà bisogno di te”. “Grazie maestà!”.
Ed ecco il marchio monarchico indelebile, inalienabile. Rompeggio: mille metri, aria, fiumi, monti era il posto franco della famiglia, per i mesi estivi i weekend dove accendevi il camino. Ma nel periodo della guerra era molto di più, era là che la famiglia sfollava quando gli alleati bombardavano Milano.
