Cesare deve morire

Un film di Paolo Taviani, Vittorio Taviani. Docu-fiction, - Italia 2012. - Sacher uscita venerdì 2 marzo 2012. MYMONETRO Cesare deve morire * * * 1/2 - valutazione media: 3,84 su 37 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
Consigliato assolutamente sì!
3,84/5
MYMONETRO©
Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (Italia)
 dizionari * * * - -
 critica * * * * -
 pubblico * * * * -
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Una docufiction che segue i laboratori teatrali realizzati dentro il Carcere di Rebibbia dal regista Fabio Cavalli, autore di versioni di classici shakespeariani interpretate dai detenuti.
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primo piano
Shakespeare entra in carcere e ancora una volta si fa nostro contemporaneo
Giancarlo Zappoli     * * * - -

Nel teatro all'interno del carcere romano di Rebibbia si conclude la rappresentazione del “Giulio Cesare” di Shakespeare. I detenuti/attori fanno rientro nelle loro celle. Sei mesi prima: il direttore del carcere espone il progetto teatrale dell'anno ai detenuti che intendono partecipare. Seguono i provini nel corso dei quali si chiede ad ogni aspirante attore di declinare le proprie generalità con due modalità emotive diverse. Completata la selezione si procede con l'assegnazione dei ruoli chiedendo ad ognuno di imparare la parte nel proprio dialetto di origine. Progressivamente il “Giulio Cesare” shakesperiano prende corpo.
I fratelli Taviani erano certamente consapevoli delle numerose testimonianze, in gran parte documentaristiche, che anche in Italia hanno mostrato a chi non ha mai messo piede in un carcere come il teatro rappresenti un strumento principe per il percorso di reinserimento del detenuto. Quando poi si pensa a una fusione di fiction e documentario la mente va al piuttosto recente e sicuramente riuscito film di Davide Ferrario Tutta colpa di Giuda. I Taviani scelgono la strada del work in progress utilizzando coraggiosamente l'ormai antinaturalistico (e televisivamente poco gradito) bianco e nero. L'originalità della loro ricerca sta nella cifra quasi pirandelliana con la quale cercano la verità nella finzione. Questi uomini che mettono la loro faccia e anche la loro fedina penale (sovrascritta sullo schermo) in pubblico si ritrovano, inizialmente in modo inconsapevole, a cercare e infine a trovare se stessi nelle parole del bardo divenute loro più vicine grazie all'uso dell'espressione dialettale. Frasi scritte centinaia di anni fa incidono sul presente nel modo che Jan Kott attribuiva loro nel saggio del 1964 dal titolo “Shakespeare nostro contemporaneo”. Ogni detenuto ‘sente' e dice le battute come se sgorgassero dal suo intimo così che (ad esempio) Giovanni Arcuri è se stesso e Cesare al contempo e la presenza del regista Cavalli e dell'ex detenuto e ora attore Striano nel ruolo di Bruto non stonano nel contesto. Ciò che purtroppo diventa dissonante (anche se non inficia alle radici il valore dell'operazione) è la pretesa di far ‘dire di sé' ai detenuti. Nei momenti in cui dovrebbero uscire dalla parte per rientrare in se stessi si avverte che è proprio allora che stanno recitando un copione che parla delle loro tensioni o delle loro attese. La ricerca della verità nella finzione si trasforma in finzione che pretende di palesare delle verità. Non era necessario. Shakespeare aveva già splendidamente ottenuto il risultato.

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Premi e nomination Cesare deve morire

premi
nomination
Festival di Berlino
1
0
David di Donatello
5
8
* * * * -

Carcere ed arte

giovedì 8 marzo 2012 di pepito1948

Nel 1989 Nanni Loy realizzò “Scugnizzi”, film incentrato sull’allestimento di un musical presso il San Carlo di Napoli con la partecipazione di ragazzi del riformatorio di Nisida. Le prove e le scene dello spettacolo si intrecciavano con le storie personali dei protagonisti (molti attori erano presi dalla strada) mediante l’alternarsi di piani temporali diversi, fino ad una conclusione tragica e speranzosa insieme. Il film non ebbe successo, sembra perché la continua »

* * * * -

Dal foro a rebibbia

martedì 13 marzo 2012 di Writer58

Camorristi, spacciatori, detenuti condannati per omicidio, un paio di ergastolani rinchiusi nel carcere romano di Rebibbia. Questi sono gli attori che rappresentano il "Giulio Cesare" di  Shakespeare, che interpretano i ruoli di Bruto, Cassio, Decio, Marco Antonio, dello stesso Cesare. Nel farlo, rappresentano  anche la propria vita, le proprie scelte, i propri errori. Impastano un presente, fatto di celle, cancelli, porte chiuse a chiave, spioncini che guardano simmetricamente continua »

* * * * *

Strepitoso

martedì 6 marzo 2012 di Goldy

Il primo ad essere felice di questa versione del Giulio Cesare credo dobba essere proprio Shakespeare. Lui che scriveva per un pubblico popolare che si recava a teatro con lo stesso spirito con cui oggi si va  allo stadio,   credo sarebbe proprio felice di  sentire come la  raffinatezza dei suoi versi non  sia riservata al privilegio   di pochi  ma   diventino  momenti di  preziosa riflessione per tutti.  La verità  continua »

* * * * -

Piu' giovani dei giovani!

lunedì 5 marzo 2012 di cristiana narducci

Gli ottantenni fratelli Taviani dimostrano che si può essere più giovani dei giovani, se si hanno idee da proporre e se si sa come proporle! Questa pellicola non è solo arte, ma svolge anche una funzione sociale fondamentale: per chi è in carcere, scavando dentro le profondità di sé stessi in un processo di evoluzione, e per gli spettatori, trasmettendo il messaggio che persino l'individuo più distruttivo ed apparentemente reietto è pur sempre un essere umano degno di un'ulteriore possibilità. I continua »

Cosimo
"Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata una prigione."
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APPROFONDIMENTI | Cesare deve morire tra le celle di Rebibbia.

Il cinema imprigionato

domenica 4 marzo 2012 - Roy Menarini

Il cinema imprigionato Il meritato Orso d’Oro che inaspettatamente i fratelli Taviani hanno portato a casa da Berlino illumina di luce propria un film che avrebbe seriamente rischiato l’indifferenza dei media. Grazie anche alla distribuzione di Nanni Moretti, Cesare deve morire si può finalmente vedere su una quarantina di schermi in Italia. Non sono certo numeri da blockbuster, eppure basta recarsi in una di queste sale e sorprendersi dell’applauso spontaneo che sorge negli spettatori appena scorrono i titoli di coda: certamente non una claque da festival.

   

FOCUS | Cesare deve morire, Orso d'oro. Di Pino Farinotti.

Azione artistica e umana

lunedì 5 marzo 2012 - Pino Farinotti

I Taviani: azione artistica e umana Lettura in prospettiva dell'Orso ai Taviani. L'intenzione della coppia di registi è importante e virtuosa. Niente di nuovo naturalmente nell'impiegare attori non attori. Ma poi c'è la formula. E quella dei fratelli non era semplice, era piena di trappole. Affidi un testo che fa parte del più alto incanto per il mondo, il Giulio Cesare di Shakespeare, ai detenuti di Rebibbia. Il pericolo poteva essere la goliardia o l'accademia: il classico esercizio che si affida al più dotato degli allievi di un Centro Sperimentale.

   

NEWS | Il pubblico premia Diaz di Daniele Vicari.

Orso d'oro a

sabato 18 febbraio 2012 - Giancarlo Zappoli

Berlinale 2012, Orso d'oro a Cesare deve morire Era dal 1991 che un regista italiano non si vedeva assegnare l'Orso d'Oro al Festival di Berlino. Allora si trattava di un grande vecchio come Marco Ferreri con La casa del sorriso. In questa edizione di 21 anni dopo a salire i gradini del palco del Palast della Berlinale sono ancora due grandi vecchi del nostro cinema: Paolo e Vittorio Taviani. È una vittoria meritata che onora il nostro cinema ma che ci deve anche far riflettere. I Taviani tornano a far trionfare l'Italia a un festival prestigioso grazie al coraggio della sperimentazione, grazie al non essersi adagiati su comode scelte che avrebbero potuto tranquillamente compiere e che invece hanno messo da parte per andare a cercare la verità con il cinema all'interno di un luogo di pena.

GALLERY | Foto di scena e photocall del film dei fratelli Taviani. Orso d'oro a Berlino.

L'arte dietro le sbarre

venerdì 2 marzo 2012 - a cura della redazione

Cesare deve morire, l'arte dietro le sbarre Nel teatro di Rebibbia, la rappresentazione di Giulio Cesare di Shakespeare ha fine fra gli applausi. Le luci si abbassano sugli attori tornati carcerati. Vengono scortati e chiusi nelle loro celle. Tutto ha inizio sei mesi prima, quando il direttore del carcere e il regista teatrale spiegano ai detenuti il nuovo progetto: Giulio Cesare. La prima tappa è quella dei provini. La seconda l’incontro con il testo. Il percorso è lungo: ansie, speranze, gioco. Ognuno dei detenuti si porta dietro colpe da espiare.

L'oro dei Taviani Shakespeare in bianco e nero dietro le porte della galera

di Natalia Aspesi La Repubblica

Il film ha vinto il massimo premio al festival di Berlino, e noi italiani molto contenti, tanto più che è da un bel po' che il nostro cinema viene ignorato, e non per spudorata cattiveria. Brontolii invece dai giornali tedeschi e si temeva che potessero avere ragione: per fortuna no, edè con gran sollievo che si può dichiarare che Cesare deve morire ci restituisce i grandi Taviani, vuoi con berretto o senza e comunque indistinguibili, Paolo e Vittorio, ottantenni tuttora coraggiosi e geniali. I due fratelli ci hanno dato opere meravigliose, entrate nella storia del cinema, negli anni in cui qui si pullulava di registi e attori grandiosi e chi li ha visti allora ed è tuttora vegeto, è stato fortunato: belli tutti, indimenticabili San Michele aveva un gallo, Allonsanfan, Padre padrone. »

La prigione del potere

di Elisa Battistini Il Fatto Quotidiano

Shakespeare a Rebibbia, interpretato dai detenuti della sezione alta sicurezza. Il “Giulio Cesare” sembra scritto per loro, che conoscono la violenza. Che conoscono il potere. Orso d’Oro a Berlino, il film dei fratelli Taviani sembra il punto zero di molti gangster movies che raccontano l’avvicendamento delle cupole, l’eliminazione di capi scomodi, i tradimenti. “Cesare non deve morire” è (anche) la scarnificazione del cinema di genere, riportato su un palcoscenico assoluto, quello di una galera. »

Si ride sulla crisi dei padri separati e poveri

di Gian Luigi Rondi Il Tempo

I Taviani e il teatro di Shakespeare. Trasformato in cinema - in un grande cinema - con la trovata geniale di far rappresentare uno dei suoi drammi più celebri, il “Giulio Cesare”, da detenuti di un carcere romano, quello di Rebibbia. Si comincia a colori. Con la ricerca fra i detenuti di quelli che potrebbero recitare in uno spettacolo che dovrà svolgersi tra le mura del carcere. Poi, in uno splendido bianco e nero esaltato dal digitale, inizia il dramma. Con i suoi interpreti che, scortati, lasciano le loro celle per partecipare alle prime prove in un palcoscenico improvvisato: le parti imparate a memoria, le battute dei primi atti, con un’altra splendida trovata, quella di lasciare che i singoli “attori” si esprimano nei loro dialetti d’origine, in maggioranza meridionali, non solo non sminuendo quel testo quasi sacro ma, anzi, dotandolo di una vitalità e di sapori di cronaca dal vero di cui doveva far sfoggio quasi soltanto quando si recitava al Globe Theatre nell’inglese del Seicento. »

Shakespeare a Rebibbia, il teatro si fa cinema

di Cristina Piccino Il Manifesto

Forse sono stati i cartelli su cui si dicono l'imputazione e la pena che stanno scontando i protagonisti a far pensare che il film di Paolo e Vittorio Taviani sia un documentario, o come si è detto anche una docu-fiction. E in effetti questa iniezione di «reale» appare superflua, in una messinscena che fonda la sua verità altrove, nell'essenza profonda della realtà e della sua rapresentazione, e in quel rispecchiamento con cui il testo di partenza, il Giulio Cesare di Shakespeare, vive nel rapporto con i suoi singoli interpreti e con la dimensione collettiva del loro essere. »

Cesare deve morire | Indice

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David di Donatello (13)


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Uscita nelle sale
venerdì 2 marzo 2012
Distribuzione
Il film è oggi distribuito in 15 sale cinematografiche:
Showtime
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  2 | Lazio
  1 | Liguria
  1 | Piemonte
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