Ninetto DavoliNiné, questa è la vita, vai!!!Nome: Giovanni DavoliAltri nomi: Ninetto 61 anni, 11 Ottobre 1948 (Bilancia), San Pietro a Maida (Italia) |
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![]() A papà, a me me sa che la vita nun è niente. Be', certo, la morte è tanta. Quando uno è morto, tutto quello che doveva fare l'ha bell'e fatto.
dal film Uccellacci e uccellini (1966)
Ninetto Davoli è Ninetto Innocenti; frate Ninetto
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Un ragazzo tosto trasformato in un interprete sensibile e in un eroe che ha popolato pellicole ricche di poesia e sempre pronte a prendere a pugni gli avversari borghesi. Non è inspiegabile che un ragazzo di strada come Ninetto Davoli sia diventato, improvvisamente, uno degli attori italiani più amati e utilizzati da uno dei grandi registi di casa nostra. Il buon Pasolini, in effetti, aveva visto bene in questo giovane, nella sua simpatia, nel suo sorriso, in quel suo essere così vivo e luminoso. Qualcosa nei suoi occhi, nella sua fisicità o nella sua voce era un messaggio di speranza e d'amore. Ninetto Davoli è, per cui, uno degli ultimi messaggeri del cinema di un genio.
Esordisce come attore nel 1954, quando Luigi Zampa lo sceglie per una piccola parte ne La romana, pellicola drammatica con Gina Lollobrigida, ma il vero esordio nella cinematografia italiana avviene grazie all'incontro, a 15 anni, con il suo pigmalione, il regista e scrittore Pier Paolo Pasolini che lo dirigerà in ben nove film. Davoli, con quella sua semplicità e quella naturalezza un po' svagata, ben si adatta a una galleria di personaggi pasolinani che entreranno nella storia del cinema. Ma forse è meglio lasciare a Davoli stesso la descrizione della genesi di uno dei più incredibili sodalizi della nostra settima arte degli anni Sessanta/Settanta: «Per me, il cinema era Charlot, Stanlio e Ollio, Totò… e io andavo a vederli con gli amici. Poi un giorno, Pier Paolo mi ha chiesto se volevo fare un film con lui. Mi conosceva, sapeva che ero timido e allora per convincermi mi disse che mi avrebbero dato qualcosa. All'epoca c'era la fame, e gli risposi: "E quanto mi danno?". E lui: "Non so… Uno… Due milioni". "Due milioni?!? Che..!?! E con chi dovrei lavorare?". "Con Totò". "Ma Totò quello del cinema? E mi pagano per lavorare con Totò?"».
Convinto dall'intellettuale comunista, Davoli appare ne Il vangelo secondo Matteo (1964), successivamente seguito da capolavori come Uccellacci e uccellini(1966), Edipo Re (1967), Le streghe (1967), Teorema (1968), Capriccio all'italiana (1968), Amore e rabbia (1969), Porcile (1969), Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1973) e infine ne Il fiore delle mille e una notte (1974). In brevissimo tempo, l'amicizia diventa qualcosa di più. Lui e Pasolini sono come fratelli, condividono un profondissimo affetto l'uno per l'altro e un'immensa passione per il cinema. Pasolini gli ha aperto un varco, vincendo le sue incertezze e le sue esitazioni, spronandolo a dare sempre il meglio sul set. Sempre secondo Davoli, è come se gli avesse detto "Niné, questa è la vita, vai!".
Ma gli anni Settanta, non sono fatti solo di Pier Paolo Pasolini e Davoli, con un corpo gagliardo e maschio, trova posto anche nella commedia sexy italiana, recitando accanto a Giuliano Gemma ne Il maschio ruspante (1972), Maria Rosa la guardona (1973), Spogliamoci così senza pudor… (1977) e La liceale seduce i professori(1979). Fortunatamente, la vicinanza con Pasolini lo mette in buona luce con altri registi come Carlo Lizzani che lo vorrà in Requiescant (1966) o Bernardo Bertolucci che lo inserirà accanto a Stefania Sandrelli in Partner (1968). Ottimo è il rapporto con Franco e Sergio Citti: reciterà con il primo e sarà diretto dal secondo in Ostia (1970), Storie scellerate (1973), Casotto (1977) e Il minestrone (1981).
La filmografia di Davoli si arricchisce di titoli come che vanno dai più popolari come Er più – Storia d'amore e di coltello (1971) di Sergio Corbucci a pellicole più intellettuali come La tosca (1973). Poi la catastrofe: nel 1975, Pasolini viene ucciso. Oltre al dolore profondo che Davoli prova, inizia lento, ma inesorabile il declino della sua carriera. Senza Pasolini, si sente perso.
L'Agnese va a morire (1976) di Giuliano Montaldo, Buone notizie (1979) di Elio Petri e Il cappotto di Astrakan (1980) di Marco Vicari sono le ultime pellicole che interpreta. Lavorerà anche all'estero, diretto da Miklòs Jancsò ne Il cuore del tiranno (1981) e, dopo Il conte Tacchia (1982) ancora per Corbucci e Animali metropolitani (1987) di Steno, si farà attore televisivo in mediocri miniserie. L'unica apparizione cinematografica degli anni Novanta è per l'amico di sempre, Sergio Citti che lo vuole nel film I magi randagi (1996), poi una piccola parte nella serie tv L'avvocato Porta (1997) con Gigi Proietti e l'Oblio.
Nonostante questo, la personalità artistica di Ninetto Davoli vive ancora, tanto che l'amministrazione comunale del suo paese gli conferisce la cittadinanza onoraria. Torna a recitare nel 2006, sotto la regia di Eugenio Cappuccio in Uno su due con Fabio Volo.
L'attualità entra prepotentemente nella fiction italiana. La programmazione settimanale è inaugurata infatti da Gli ultimi del paradiso (Rai 1, 21.30) di Luciano Manuzzi, titolo drammatico che preannuncia la serietà e il rispetto con il quale la mini-serie affronta il tema delle morti bianche. La domenica, giorno di festa e di svago dal lavoro, accoglie in prima serata la drammatica e doverosa riflessione sulle recenti disgrazie avvenute in fabbrica e in cantieri. Morti di operai che riempiono lo spazio di un articolo di giornale, per poi scomparire negli archivi assieme ad altre vittime dimenticate dalla giustizia. La fiction in questione, grazie anche all'interpretazione di Massimo Ghini (qui lontano dalla comicità facilona del recente cinepanettone firmato Neri Parenti), Elena Sofia Ricci e Ninetto Davoli, riesce a raccontare con serietà e coraggio un tema delicato e drammaticamente attualissimo. In serata va in onda anche una nuova puntata della sesta stagione di NCIS (Rai 2, 21.00) e l'atteso finale di stagione di Mad Men (Cult, 21.00), dove segreti e tradimenti verranno scoperti, cambiando drasticamente il corso delle vite, apparentemente tranquille, dei pubblicitari della Sterling & Cooper. Lunedì sera prosegue la fiction Gli ultimi del paradiso (Rai 1, 21.10), ma se cercate solo svago e intrattenimento, l'appuntamento è con un tris di storie programmate tutte su Rai 2. A partire dalle 21.05 si susseguiranno le avventure poliziesche di Cold Case, le indagini di Senza traccia e i ritratti 'assassini' di Criminal Minds: una serata alla ricerca di una giustizia difficile da trovare. Infine si conclude anche la seconda stagione di True Blood (Fox, 22.00), chiamando nuovamente a rapporto, per la seconda volta, l'attrice Evan Rachel Wood, coinvolta nelle beghe soprannaturali tra Sam e Maryann. Nel finale assisteremo ad un macabro sacrificio che non tutti riusciranno a digerire…
Dal forte contenuto sociale ed emotivo Gli ultimi del Paradiso, la miniserie che Rai Uno offrirà al suo pubblico domenica 24 e lunedì 25, in prima serata. Massimo Ghini ed Elena Sofia Ricci sono Mario e Carmen, una coppia che con fatica ha ottenuto un piccolo benessere e che, insieme ad altri amici, si ritroverà nella piaga delle morti bianche quando un collega di Mario sarà costretto alla immobilità. Tanti i personaggi che animano questa vicenda per un cast, stavolta anche a detta dei giornalisti, davvero eccezionale (tra gli altri anche Ninetto Davoli e Caterina Vertova). Un tema contemporaneo, ribadisce il direttore Fabrizio Del Noce, così come le fiction Rai che vanno in onda in questo periodo perché rispecchiano quello che è un vero e proprio intendimento culturale, quello cioè di occuparsi del sociale. Quando si parla di morti sul lavoro, tutti dovrebbero riconoscersi ed interessarsi, non soltanto per ridurre le morti, ma gli incidenti stessi, come è stato egregiamente raccontato nella sceneggiatura di Giancarlo De Cataldo, Monica Zapelli e Luciano Manuzzi. Compito del servizio pubblico, sottolinea Del Noce, non è quello di indicare colpevoli o innocenti, ma di coinvolgere l'opinione pubblica per tenere alta la guardia e tutelare i più deboli. Conclude, infine, ringraziando la sensibilità degli attori per essersi davvero calati nei panni dei protagonisti e delle loro storie di vita, rivolgendosi alla Ricci, presente alla conferenza, a differenza di Ghini, in rappresentanza della Rai a New York, in occasione di un festival della fiction. A dirigere la miniserie Luciano Manuzzi, il quale, intervenendo, ha fatto notare che un altro titolo della fiction sarebbe potuto essere "La corsa", in quanto oggi questa forma di fretta, che mettiamo in ogni nostro agire, è la ragione fissa che sta alla base delle tragedie sul lavoro. Le morti bianche hanno a che fare con l'approssimazione e la fretta, tutte condizioni di un incidente. Un racconto questo sull'etica della responsabilità, che tratta di una dimensione piccola di lavoro, partendo dalle storie di vita delle persone più semplici per comunicare che bisogna interrogarsi sulle scelte che si fanno, anche per rendere più umano il lavoro che spesso schiaccia o porta a morire.
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